2017 n. 3 – Indice

Contributi (sottoposti a procedura di revisione)

  1. ANDREA PENNINI
    Propaganda, Utopia e Identità. Il «Gran Dessein» europeo del duca di Sully

Abstract

Tra i numerosi progetti di costruzione della pace perpetua nell’Europa moderna si trova il Gran Dessein attribuito dal duca di Sully al re di Francia Enrico IV. Tale piano, che prevedeva la suddivisione del continente in sei monarchie ereditarie, cinque elettive e quattro repubbliche sovrane guidate da un Consiglio generale, risulta importante nel dibattito sull’identità europea per due ragioni: in primo luogo, come disse Lucien Febvre, questi testi «sono pieni di Europa»; in secondo luogo perché tale piano federativo non è il frutto di un pensatore, ma un’intuizione di un uomo di stato dell’età barocca.

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  1. CATERINA BONZO
    Tommaso Maurizio Richeri tra diritto locale e diritto europeo

Abstract

Tommaso Maurizio Richeri è una delle figure più significative del ‘tardo’ diritto comune: nella sua produzione giuridica seppe porre in costante collegamento un’esposizione puntuale e rigorosa del diritto romano, alla luce della miglior dottrina europea, con le soluzioni della normativa sabauda, recentemente aggiornata dalle Regie Costituzioni. Se l’impostazione del Codex pare più localistica, con frequenti e puntuali riferimenti alle decisioni senatorie sabaude, l’Universa Jurisprudentia ha un respiro più internazionale, tanto da essere ancora pubblicata e seguita, anche fuori degli Stati sabaudi, nel XIX secolo.

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  1. GIAN SAVINO PENE VIDARI
    Federigo Sclopis, da Torino all’Europa

Abstract

La prospettiva europea è stata una delle caratteristiche della personalità di Federigo Sclopis, attivo sul piano scientifico a Torino, ma con lo sguardo rivolto pure oltre le Alpi per conoscenze, viaggi, rapporti epistolari. Tali legami si sono uniti alla concezione di una specifica particolarità di ogni terra europea, entro un patrimonio culturale comune, con un’impostazione ancor oggi più che attuale.

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  1. ANTONINO DE FRANCESCO
    La prima Europa. Qualche nota sul mito dell’autoctonia dei popoli del Mediterraneo tra antiquaria, storia e nazionalismo

Abstract

L’articolo torna sul fallimento della costituzione europea a seguito dei referendum del 2005 per sottolineare le capacità di resistenza dei nazionalismi attraverso l’importanza di un tema che suona oggi desueto: il ricorso all’antichità e all’autoctonia dei popoli europei. Il saggio insiste sulle capacità di adattamento dell’antiquaria agli sviluppi scientifici delle discipline storico-antropologiche e archeologiche per sottolineare come ancora oggi essa costituisca un punto di riferimento nel mantenimento dei nazionalismi. Facendo perno sul caso francese, le pagine si allargano agli esempi italiano, balcanico e spagnolo per sottolineare come l’uso e l’abuso del ricorso all’antichità delle rispettive nazioni abbia creato un’identità mediterranea. La riscoperta nel corso del secolo XIX dei popoli dell’antichità – celti, Iberi, fenici, italici, illiri – suona testimonianza dell’importanza del tema per la nascita di molteplici nazionalismi. Mediante lo studio delle opere pubblicate al riguardo a far data dal 1789, il saggio spiega come gli immaginari nazionali abbiano configurato modelli ideologici destinati a plasmare culture politiche e narrative nazionali di largo impatto ancor oggi.

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  1. MARIO RIBERI
    I deputati nizzardi e savoiardi al parlamento subalpino: le ‘petites patries’ tra nuovo diritto pubblico europeo e principio di nazionalità

Abstract

L’esame dell’attività parlamentare della rappresentanza di Nizza e Savoia al Camera subalpina – eletta per la prima volta il 27 aprile 1848 e rinnovata per sette legislature fino all’annessione alla Francia, avvenuta nel 1860 in adempimento delle clausole degli accordi di Plombières – oltre ad essere un caso di studio peculiare per analizzare i rapporti centro-periferia, riveste un certo interesse poiché evidenzia quali fossero le idee e le posizioni politiche di questi deputati, sollecitati in prima persona dall’applicazione del principio “rivoluzionario” di nazionalità e dall’azione cavouriana tutta rivolta allo “scenario europeo”.

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  1. IDA FERRERO
    «La peine a commencé, dès lors, à devenir la pénitence»: Tancredi Canonico penalista europeo

Abstract

Il professore di diritto penale Tancredi Canonico ebbe, fin dagli albori della sua carriera, interessi non limitati all’ambito locale ma rivolti verso l’Europa, grazie anche ai viaggi compiuti. Uno sguardo al panorama europeo caratterizzò la sua carriera accademica e politica. Alla sua impostazione europeista contribuì la conoscenza del giurista e mistico polacco Andrea Towianski. Il contributo si concentra sulla sua attività come penalista nell’ambito delle riforme carcerarie a livello europeo, testimoniata dalla sua produzione scientifica e accompagnata dal resoconto delle visite alle carceri europee.

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  1. LUIGI NUZZO
    Ripensare l’eurocentrismo. L’eredità giuridica europea e il colonialismo occidentale

Abstract

Partendo dalla domanda se sia possibile appropriarsi dell’eredità giuridica europea per scrivere una storia decolonizzata del diritto internazionale e soprattutto se ciò sia possibile anche per un giurista o uno storico europeo, questo articolo si prefigge l’obiettivo di decostruire e storicizzare l’immagine del diritto internazionale come disciplina scientifica e sistematica. Soffermandosi sulle opere di Carl Schmitt, si intende ricondurre il diritto internazionale all’interno del discorso coloniale e svelare gli ambigui rapporti tra due storie che sono sembrate troppo a lungo diverse e destinate a correre in parallelo senza mai incontrarsi.

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  1. FLORIANA COLAO
    Estrastatualità del diritto. Note sul pensiero di Filippo Vassalli, giurista «europeo», e di Guido Tedeschi, giurista italiano, a Gerusalemme per le leggi razziali

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Il saggio ricostruisce il pensiero di Filippo Vassalli e di Guido Tedeschi – che nel ‘padre’ del codice civile avrebbe riconosciuto un maestro – intorno ad una legislazione civile sovranazionale, complicata dal principio forte della statualità del diritto. Il campo di tensione percorreva i primi anni Trenta, e si riproponeva nel 1951 con uno scritto di Vassalli, aperto alla prospettiva di un diritto ‘europeo’, oltre gli ormai superati Stati nazione; l’estrastatualità era discussa criticamente da Tedeschi, soprattutto in nome del legame tra codice nazionale e Stato democratico.

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  1. GIOVANNI FINAZZI
    Identità nazionali e identità europea alla luce del diritto romano e della tradizione romanistica

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In questo studio è affrontato il problema del rapporto fra identità comune europea e identità nazionali dal punto di vista dello storico del diritto. L’identità giuridica comune si fonda sul diritto romano, la cui applicazione venne estesa dalla constitutio antoniniana a tutti i sudditi dell’impero nel 212 d.C., sebbene già in precedenza si fosse evidenziata un’ampia romanizzazione giuridica. Poi, la compilazione giustinianea tramandò il diritto romano alle epoche successive e i suoi contenuti vennero utilizzati per le codificazioni moderne. Sul piano contenutistico, però, i profili di identità nazionale si sono accentuati a causa delle leggi speciali e la normazione dell’Unione europea ha dato origine a regole che sono espressione di una nuova identità comune, svincolata dalla tradizione romanistica. In ogni caso, l’identità comune si rapporta, più che ai contenuti, alla scienza del diritto, che è il principale retaggio dell’esperienza giuridica romana, sebbene i caratteri dei sistemi giuridici contemporanei siano in parte diversi. La normazione europea impone al giurista nuovi compiti, legati alle esigenze di unificazione e di armonizzazione dei sistemi giuridici, che possono essere assolti solo con la consapevolezza della commune tradizione giuridica. Essa è indispensabile sia per la costruzione di una nuova sistematica, comprensiva dei contenuti nazionali ed europei, sia per agevolare la comprensione di concetti moderni che affondano le loro radici nel diritto romano e per fondare istituti che, sebbene non previsti legislativamente in modo espresso, rientrano nella nostra tradizione giuridica. È venuto, pertanto, il momento, per gli storici del diritto e per i giuristi positivi, di unire le forze allo scopo di agevolare l’armonizzazione dei sistemi giuridici nazionali.

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  1. MARIA ELISA D’AMICO
    Secolarismo costituzionale e fondamentalismo religioso in Italia e in Europa: considerazione tratte dalla giurisprudenza nazionale e sovranazionale

Abstract

L’Autrice affronta il tema delle relazioni tra laicità e fondamentalismo religioso nel contesto dell’ordinamento costituzionale italiano.
Attraverso un’approfondita analisi della più significativa giurisprudenza nazionale e sovranazionale, l’A. si interroga su come il fondamentalismo religioso possa conciliarsi con i diritti fondamentali dell’individuo.
L’Autrice procede, poi, allo studio del dilemma che circonda il rapporto tra il principio di laicità dello Stato e alcune manifestazioni del fondamentalismo religioso, sottolineando il ruolo centrale da assegnare al c.d. metodo laico insieme ad un’analisi caso per caso per la risoluzione di conflitti che contrappongono lo Stato, la comunità e il singolo individuo.

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  1. MARIA ELISA D’AMICO
    Lo spazio giudiziario europeo e la tutela complessa dei diritti

Abstract

Attraverso una approfondita analisi casistica, l’autrice analizza le modalità con cui i giudici, a livello nazionale e sovranazionale, sono intervenuti negli anni più recenti a tutela dei diritti fondamentali.
Nel saggio, l’Autrice si preoccupa di mettere in evidenza non soltanto le criticità che si accompagnano ad una tutela dei diritti fondamentali assicurata in modo sempre più importante dai giudici, ma anche le lacune che continuano a caratterizzare il processo, sia costituzionale sia sovrananzionale (con specifico riferimento al sistema della Convenzione europea dei diritti dell’uomo), soprattutto per quanto attiene alla fase istruttoria e all’intervento dei terzi.
L’indagine casistica consente, quindi, all’Autrice di intrecciare profili di diritto sostanziale e processuale, contribuendo a delineare un quadro dettagliato dello status dei diritti fondamentali in Italia e in Europa.

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  1. ANTONIO PADOA SCHIOPPA
    Europa: la cattedrale incompiuta

Abstract

L’articolo richiama gli elementi di crisi dell’Europa, non superati nel corso del decennio 2007-2017: la crisi dell’economie e della crescita, la crisi costituita dalla disoccupazione soprattutto giovanile, la crisi sulla sicurezza, determinata da un imponente fenomeno migratorio non regolato e dai conflitti aperti ai confini d’Europa. La tesi sostenuta nell’articolo è fondata sull’assunto che ciò che sinora è mancato è un governo dell’economia a livello sopranazionale, dotato di risorse proprie adeguate, pari almeno al doppio del bilancio attuale dell’Unione europea da gestire in base al metodo comunitario e pertanto ancorato al doppio controllo di legittimità del Parlamento europeo e dei due Consigli, europeo e dei ministri. Solo l’adozione d queste politiche di riforma potrà essere in grado di far regredire i movimenti anti-europei condivisi ormai da una parte importante dell’opinione pubblica e delle classi politiche nazionali.

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  1. ETTORE DEZZA
    Il Granduca, i filosofi e il Codice degli Irochesi. Il principio ‘contumax pro confesso habetur’ e la riforma leopoldina

Abstract

Nella prassi penalistica di età bassomedievale la regola contumax pro confesso habetur emerge con chiarezza in gran parte del continente europeo. In Italia essa si impone con particolare forza in età comunale, in connessione con due fenomeni che hanno l’effetto di connotare in senso fortemente negativo la contumacia: il processo di pubblicizzazione della giustizia e l’affermazione dei moduli inquisitori. Operando in stretto contato con due altri istituti-chiave, la confessione e il bando, la regola contumax pro confesso habetur – in quanto espressione della presunzione di colpevolezza – gioca dunque un ruolo non secondario nel definire i contorni della giustizia criminale nell’età del diritto comune e costituisce anzi una vera e propria architrave del sistema penale, specie quando si consideri che il fenomeno della contumacia – qualificata dai giuristi come confessio ficta – interessa una parte rilevante del totale delle cause penali. Nel XVIII secolo le risalenti regole romanistiche secondo le quali nessuno può essere condannato senza essere sentito (D. 48.17.1.pr.; 48.19.5.pr.; C. 9.2.6) ricevono nuova linfa, in prospettiva garantista e accusatoria, dalle prese di posizione in tema di contumacia penale assunte da numerosi esponenti dell’illuminismo, tra i quali spiccano i nomi di Voltaire e di Filangieri, che stigmatizzano a più riprese la barbarie del vigente sistema, degno di un «codice da Irochesi» . Nel vivace e stimolante ambiente toscano le nuove sensibilità in tema di contumacia si manifestano in un anonimo contributo apparso nel 1780 sul «Giornale de’ Letterati» e ben presto coinvolgono lo stesso granduca Pietro Leopoldo, che si occupa ex professo dell’istituto in occasione dei lavori preparatori della Leopoldina. In tale contesto, il tema della riforma del regime della contumacia occupa una posizione di particolare rilievo, ed innesca un articolato dibattito tra i fautori di riforme di ampia portata e di ispirazione illuminista (Cercignani) e coloro che si mostrano invece propensi più a una mitigazione degli aspetti più crudi della tradizionale procedura che a radicali innovazioni (Tosi, Giusti). Il contrastato processo di riforma culmina nella redazione di una nuova disciplina dell’istituto della contumacia penale (artt. 37-44 della Leopoldina) che, al pari dei più noti interventi sulla pena capitale e sulla tortura, costituisce una pietra miliare nella storia del riformismo penale settecentesco. Tale disciplina si incentra sulla definitiva abolizione del principio contumax pro confesso habetur e sull’equiparazione tra imputato assente e imputato presente, pur mantenendo una connotazione negativa in ordine alla contumacia, che si trasforma da confessio ficta in semplice indizio sottoposto alla valutazione del giudice.

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  1. MASSIMO PARODI
    Federalismo e filosofia in Mario Dal Pra

Abstract

Mario Dal Pra (1914-1992) fondatore nel 1946 della “Rivista di storia della filosofia” – di cui fu direttore fino al 1992 – e docente di varie discipline presso la Facoltà di Lettere e filosofia dell’Università degli Studi di Milano, dirige nel corso del 1943 una collana di studi – Collezioni del Palladio – animata dal gruppo di intellettuali che sta per dare vita alla sezione vicentina del Partito d’Azione, che si conclude nel mese di agosto quando il gruppo si disperde e alcuni dei suoi membri, come Dal Pra, partecipano alla lotta armata nelle file della Resistenza.
A partire dallo scritto di Dal Pra del 1943 – “Necessità attuale dell’universalismo cristiano” – l’articolo ricostruire il contesto intellettuale e politico in cui l’autore si sposta verso posizioni laiche, pur senza rifiutare la sua formazione cristiana, e, nello stesso tempo, giunge a sottolineare una esplicita necessità di ideali sovranazionali che sfocia nella collaborazione con il Movimento Federalista Europeo, dopo la fine della guerra.
Le sue stesse posizioni filosofiche, le indicazioni sul metodo della storia della filosofia e alcuni studi, in particolare su autori medievali come Scoto Eriugena, ripropongono, su un terreno teorico, alcune idee maturate nel periodo della lotta e dell’impegno politico.
La particolare attenzione, evidente anche negli altri collaboratori della collana del ‘43, per temi di carattere religioso e morale aiuta forse a comprendere la parabola del Partito d’Azione, destinato a essere presto assorbito dal altri partiti, ideologicamente più attrezzati per la nuova realtà politica italiana.

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Interventi

  1. IAN WOOD
    La legislazione Burgunda, 451-534

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La legislazione dei re dei Burgundi può essere collocata in contesti politici molto specifici (c.500 e 517), ma può anche essere vista come una legislazione emanata da magistri militum del tardo Impero romano, su consiglio dei membri dell’aristocrazia senatoria gallo-romana, tra i quali Sidonio Apollinare.

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  1. RICARDO SONTAG
    (versione italiana)
    Sotto il segno di Joaquim Silvério dos Reis (o di Giuda)?
    Note sulla storia della delazione premiata in Brasile

Abstract

Joaquim Silvério dos Reis, il primo e principale delatore della Congiura di Minas Gerais (1788-1789), fu il primo beneficiario della delazione premiata in Brasile? L’ultima regolamentazione dell’istituto in Brasile è del 2013. Il giudiziario brasiliano, negli ultimi anni, ha utilizzato molto spesso l’istituto nei processi riguardanti la corruzione. Molti giuristi, per dimostrare l’iniquità della delazione premiata, ricordano che Tiradentes, uno dei principali personaggi della Congiura di Minas Gerais e fino ad oggi onorato come eroe nazionale, sarebbe stato la prima vittima di una delazione di questo tipo, prevista nelle Ordenações Filipinas di Portogallo. Tuttavia, lo stesso argomento di una presunta continuità tra le nuovissime leggi e le vecchie Ordenações è stato utilizzato anche per affermare che, se l’istituto è così antico, non è così strano (e quindi non vi sarebbe ragione per attaccare la sua legittimità). In tutti questi discorsi che costituiscono una sorta di memoria del diritto penale brasiliano, non vi è stata l’attenzione verso l’alterità del passato, tampoco l’approfondimento nelle fonti dell’epoca. Tale approfondimento, sotto la guida del concetto di discontinuità, ci permette rilevare, ad esempio, che né il perdono né i premi previsti dalle Ordenações presupponevano la formalizzazione giuridica di un accordo, come invece succede oggi nei casi di delazione premiata. I processi attraverso i quali Joaquim Silvério chiese i suoi premi (mercês) non era lo stesso processo contro i congiurati. Non vi era un documento che stabilisse – anche se in maniera approsimativa o aperta – gli obblighi reciproci tra le parti. E, secondo la logica delle mercês, non potevano esservi. Forse sia possibile trovare diverse forme di negoziazioni dietro le quinte di qualsiasi di qualsiasi forma di processo giudiziale. Tuttavia, non sempre esiste la cristallizzazione di tali negoziazioni attraverso istituti giuridici. Tra gli anni 1990 e 2000, in Brasile, i premi per i delatori gradualmente sono diventate oggetti di istituti negoziali, allontandosi in questo modo di quel che si potrebbe chiamare logico del diritto soggettivo. Una giustizia negoziata però che si assomiglia pochissimo alle negoziazioni della giustizia criminale pre-moderna nelle quali l’”interesse pubblico” di punire non veniva attuato pienamente a nome della pace tra le parti. Le nuove negoziazioni di delazione premiata vengono realizzate proprio a nome dell’interesse pubblico di punire ancora di più. Quindi le nuove delazioni trovano appoggio nell’immaginario punitivista contemporaneo che va molto al di là della semplice convinzione secondo la quale i dani al patrimonio pubblico attraverso organizzazioni criminali devono essere regolarmente puniti.

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(versione portoghese)
Sob o signo de Joaquim Silvério dos Reis (ou de Judas)?
Notas sobre a história da delação premiada no Brasil.

Abstract

Joaquim Silvério dos Reis, o primeiro e principal delator da Inconfidência Mineira (1788-1789), teria sido o primeiro beneficiário da delação premiada no Brasil? A última regulamentação do instituto, no Brasil, é de 2013. O judiciário brasileiro, nos últimos anos, vem utilizando com frequência tal instituto em processos relacionados à corrupção. Vários juristas, para demonstrar a iniquidade da delação premiada, apontam que Tiradentes, uma das principais figuras da Inconfidência Mineira e até hoje homenageado como herói nacional, teria sido vítima de uma delação desse tipo, cuja previsão estaria nas Ordenações Filipinas portuguesas. O mesmo argumento, porém, que busca uma continuidade entre as recentíssimas leis e as velhas Ordenações Filipinas também já foi utilizado para mostrar que, por ser instituto antigo, não é nada estranho (e, portanto, não haveria razão para questionar a sua legitimidade). Em todos esses discursos que constituem uma memória do direito penal brasileiro, não houve a preocupação em respeitar a alteridade do passado e nem o devido aprofundamento nas fontes de época. Tal aprofundamento, guiado pela noção de descontinuidade, permite enxergar, por exemplo, que nem o perdão e nem os prêmios previstos nas Ordenações Filipinas pressupunham a formalização jurídica de um acordo, tal como acontece hoje nos casos de delação premiada. Os processos em que Joaquim Silvério reivindicou os seus prêmios (mercês) não era o próprio processo da Inconfidência. Não existia um documento que estabelecia – ainda que de maneira aproximativa ou aberta – as obrigações recíprocas entre as partes. E, pela lógica das mercês, nem poderia existir. Talvez seja possível encontrar diferentes formas de negociação nos bastidores de qualquer forma de processo judicial, todavia, nem sempre existe a cristalização de tais negociações em institutos jurídicos. Entre os anos 1990 e 2000, no Brasil, os prêmios para delatores foram se tornando paulatinamente objeto de institutos negociais, afastando-se, assim, daquilo que poderíamos chamar de lógica do direito subjetivo. Uma justiça negocial, porém, que muito pouco se assemelha com as negociações da justiça criminal pré-moderna, em que o “interesse público” em punir não era efetivado plenamente em nome da paz entre as partes. As novas negociações de delação premiada são realizadas exatamente em nome do interesse público em punir mais. As novas delações encontram suporte, assim, no imaginário punitivista contemporâneo que vai muito além da simples convicção de que os danos ao erário através de organizações criminosas devem ser regularmente punidos.

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  1. GABRIELE SCOTTI
    Dimensioni dell’emigrazione italiana tra il 1880 e il 1930

Abstract

All’indomani dell’unificazione politica italiana, la Penisola presentava molteplici differenze culturali, economiche e sociali tra le diverse regioni. Anche negli anni successivi la politica sabauda non riuscì a promuovere una crescita industriale ed economia omogenea, che rispondesse alla domanda di lavoro con un’adeguata offerta. Così tra il 1880 ed il 1930, oltre 17 milioni di uomini e donne varcarono le frontiere nazionali, chi per pochi mesi, chi per qualche anno e chi per non farvi più ritorno.
Questo fenomeno epocale ebbe delle rilevanti ripercussioni su molteplici aspetti della vita politica, giuridica, economica e sociale del nostro Paese. In particolare con il presente saggio si intende analizzare gli aspetti dell’emigrazione legati all’ordine pubblico, al disinteresse dello Stato italiano nei confronti dei propri migranti, al lucro delle società di trasporto e agli istituti giuridici che miravano alla tutela dei migranti.

Abstract

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