Tommaso Maurizio Richeri tra diritto locale e diritto europeo

Caterina BONZO

Università degli Studi di Torino

caterina.bonzo@unito.it

Abstract:Tommaso Maurizio Richeri è una delle figure più significative del ‘tardo’ diritto comune: nella sua produzione giuridica seppe porre in costante collegamento un’esposizione puntuale e rigorosa del diritto romano, alla luce della miglior dottrina europea, con le soluzioni della normativa sabauda, recentemente aggiornata dalle Regie Costituzioni. Se l’impostazione del Codex pare più localistica, con frequenti e puntuali riferimenti alle decisioni senatorie sabaude, l’Universa Jurisprudentia ha un respiro più internazionale, tanto da essere ancora pubblicata e seguita, anche fuori degli Stati sabaudi, nel XIX secolo.

Parole chiave: T.M. Richeri, Diritto romano, ius proprium, supremi Tribunali, Scuola elegante olandese, XVIII-XIX secc.

Sommario: 1. Premessa.2. La vita. Le opere.3. La dimensione ‘internazionale’ di Richeri.4. Un giudizio di sintesi.

1. Premessa
La figura di Tommaso Maurizio Richeri (1733-1797), fino a tempi piuttosto recenti, non era stato molto valorizzata. Sebbene la Storia della legislazione di Federico Sclopis ne avesse riconosciuto l’apporto positivo nell’affermazione del diritto patrio, Il patriziato subalpino di Antonio Manno, menzionando la famiglia, riservava al ‘celebre giurista’ un minimo cenno[1]. Pur non ignorato dai pandettisti Fadda e Bensa[2], ancora a metà del secolo scorso la voce enciclopedica firmata da Emilio Albertario era estremamente sintetica[3]. Da alcuni anni, invece, nuovi studi, oltre ad approfondirne le vicende personali, hanno evidenziato il ruolo giocato da Richeri all’interno della cultura giuridica tra Sette e Ottocento, non solo in area sabauda[4].

Questa diversa consapevolezza si può quasi certamente far risalire a Giovanni Tarello che, circa quarant’anni fa, riconobbe in Richeri – con una definizione peraltro non da tutti condivisa[5] – «l’ultimo grande scrittore di diritto comune»[6]: in effetti la sua produzione intellettuale, sia per la varietà e l’ampiezza, sia per le qualità sostanziali che la contraddistinsero, si presentava per più aspetti come un’eccezionale sintesi dello ius commune e della scientia iuris degli ultimi due secoli, attenta e sensibile pure agli spunti innovativi della normativa regia più recente.

La solida padronanza del patrimonio romanistico e, insieme, l’esposizione sistematica della riflessione giuridica europea espressasi tra Sei e Settecento fecero sì che l’opera del Richeri sia stata ancora piuttosto ricercata nella prima metà del secolo XIX, nonostante l’entrata in vigore di numerosi codici[7].

2. La vita. Le opere
A differenza di altri giuristi di area sabauda (come, tra i tanti, Cacherano, Della Chiesa, Tesauro, Cravetta, Arcasio, Chionio), che nel corso del tempo avevano collaborato più o meno esplicitamente con la dinastia in qualità di magistrati e funzionari o nell’insegnamento universitario, Richeri condusse una vita riservata, lontana da ogni carica ufficiale: neppure il titolo di professore onorario, conferitogli tardi quale mero riconoscimento per la dedizione dimostrata verso la scienza giuridica[8], ebbe alcuna ripercussione pratica sui legami di Richeri col mondo accademico attivo. Lo stile discreto e schivo fu verosimilmente dettato anche dalla vocazione religiosa che lo portò a entrare nel 1755 (per l’epoca, ormai non più giovanissimo) nella Congregazione della Missione[9]. A condizionare l’iniziale formazione giuridica fu però senza dubbio, oltre ad alcuni studi condotti privatamente, l’incontro con professori celebri come Giovanni Francesco Arcasio e Francesco Antonio Chionio, docenti della Facoltà ‘di leggi’ di Torino, frequentata da Richeri dal 1750. Accanto alla tradizionale attenzione riconosciuta al Digesto, alle Novelle e ai Libri feudorum, la consolidazione amedeana era ormai stata esplicitamente recepita anche nell’insegnamento accademico, che tuttavia non mancava, specie negli ultimi anni, di ‘addestrare’ lo studente anche nella comprensione e nell’utilizzo del materiale giurisprudenziale prodotto dalle supreme corti sabaude e magistralmente raccolto nelle opere, per esempio, dei due Tesauro, di Cacherano e di Favre. Proprio l’inclinazione verso la speculazione giuridica potrebbero averlo spinto, pur mantenendo l’abito sacerdotale, a uscire precocemente, già nel 1765, dall’ordine dei Lazzaristi per potersi dedicare con maggiore impegno ad importanti lavori scientifici.

La sua prima opera a contenuto giuridico, e anche senza dubbio la più significativa in assoluto, è la Universa civilis, et criminalis jurisprudentia, pubblicata dalla tipografia Mairesse fino all’ottavo volume, e dopo presso la tipografia Regia: si può pensare che progressivamente Richeri avesse guadagnato maggiore credibilità, ottenendo di poter pubblicare presso il più prestigioso editore regio. I primi due tomi uscirono nel 1774 (anche se conclusi già dall’anno prima), dedicati entrambi a Vittorio Amedeo III, re da appena un anno, ma il lavoro fu interamente pubblicato, con qualche fatica editoriale, soltanto nel 1782. Destinato ad avere notevole successo e grande diffusione, anche oltre i confini sabaudi, il suo punto di forza era l’esposizione chiara, senza troppe connotazioni locali, del diritto romano-giustinianeo. In questo legame con la più ampia cultura del diritto comune si riverbera quasi sicuramente la formazione universitaria torinese, in special modo dell’Arcasio, la cui opera peraltro non compare nella biblioteca lasciata da Richeri[10], né da questi è mai segnalata. Ad aprire invece l’orizzonte del proprio sapere giuridico poté invece incidere l’appartenenza del Richeri all’ordine dei Lazzaristi e in particolare l’aver potuto soggiornare, anche se per poco, in Francia: proprio all’epoca potrebbe aver conosciuto da vicino la produzione di grandi autori stranieri, come Domat e Pothier, sebbene poi nell’Universa Jurisprudentia abbia preferito citare diffusamente esponenti della giurisprudenza cosiddetta ‘elegante’, per lo più Voet, forse considerato più à la page[11] e comunque fautore di un rinnovato approccio razionale al diritto romano che lo rendeva più direttamente utilizzabile a fini pratici[12]. In fondo, tale preferenza non faceva che confermare il legame intessuto dall’ambiente sabaudo con la scuola olandese, ritenuta evidentemente assai quotata fin dalla prima edizione delle Regie Costituzioni amedeane[13].

Richeri, dunque, nello sviscerare il diritto romano, si dimostrava aperto ai nuovi stimoli provenienti d’oltralpe, affidandosi ad una scienza giuridica aggiornata: anche per questo l’opera sarebbe stata ristampata pure fuori del territorio sabaudo, come dopo il 1790 nella città emiliana di Piacenza (ex typographia Nicolai Orcesi, 1790-1795), con l’aggiunta di un 13° volume di soli indici l’anno successivo.

L’Universa Jurisprudentia nell’esposizione segue, pur con qualche cambiamento, l’ordine dei titoli delle Istituzioni giustinianee, scelte per motivi di chiarezza e semplicità, come risulta dalla stessa Praefatione. La sostanziale fedeltà all’impianto giustinianeo fa sì che l’opera – a disdetta del titolo – dedichi, rispetto alla materia civilistica, uno spazio molto limitato al diritto penale, com’è noto complessivamente poco sviluppato nel diritto romano. Nei dodici volumi della Jurisprudentia si articolano quattro libri, di cui il più corposo risulta essere il 2° che si sviluppa in quasi 7 dei complessivi 12 tomi. Ciascun libro è diviso a sua volta in titoli, capi, eventualmente sezioni e paragrafi, preceduti tutti da un breve sommario e pure dall’indicazione dei precisi rimandi al diritto romano giustinianeo. Questa suddivisone così rigorosa rappresenta una novità rispetto alla letteratura giuridica piemontese dell’epoca e sembra riconducibile all’influenza dell’opera di Pothier, la cui produzione giuridica – sebbene mai citata – con tutta probabilità Richeri dovette conoscere con un certo anticipo durante il suo soggiorno francese[14]. Anche l’inserimento in via preliminare, nel primo volume, di una Disputatio de legum interpretatione, et usu, seu applicatione pare essere debitore di un altro giurista francese, Jean Domat, che, pur anch’esso non citato, aveva in effetti aperto circa un secolo prima le Loix civils dans leur ordre naturel con un saggio di analogo argomento: tuttavia, al di là di una certa similitudine di impostazione, la diversità di soluzioni sostanziali denota un maggior attaccamento di Richeri alla tradizione e il prevalere di un interesse pratico rispetto alla sola erudizione[15].

E proprio al pubblico dei pratici, oltre che degli studiosi, Richeri seppe offrire una ‘fotografia’ istantanea del diritto comune così come si era ormai sedimentato alla fine del Settecento: lungi dall’essere una delle tante trattazioni di principi dello ius commune più tradizionale, la Universa Jurisprudentia si pose come momento di collegamento tra la tradizione secolare nel suo punto di ultima maturazione e la novità locale, sapendo ‘parlare’ ai giuristi del tempo e imponendosi come strumento essenziale ed utilissimo per chi nel ‘700 (e anche dopo) avesse dovuto fare i conti con il complesso sistema di diritto comune, di cui si offriva appunto un ‘distillato’, epurato dagli innumerevoli e pesanti rinvii alla dottrina più risalente. Rispetto a questo impianto dialettico tra passato e presente, tra riflessione scientifica e potenzialità operativa, risultano decisamente lontane altre opere quasi coeve: non riuscirono, per esempio, ad avere la stessa presa e lo stesso successo editoriale gli otto volumi dei Commentarii juris civilis (1782-1784) di Arcasio, lavoro senz’altro di pregio ma avulso dal contesto del tempo, non solo sabaudo, e segnato da una struttura ancora troppo rigidamente romanistica.

La novità della Universa Jurisprudentia è chiara: oltre ai molteplici collegamenti interni all’opera, fondamentali per la tessitura di fili concettuali preziosi all’inquadramento delle materie, Richeri cita – con una certa disinvoltura – i più importanti autori della scienza giuridica moderna di ispirazione europea, senza tuttavia lasciare che la componente dottrinaria diventi maggioritaria rispetto alla stessa normativa giustinianea, vero e robusto ordito del lavoro. Oltre ai già menzionati Voet (in effetti il più citato, dopo Favre) e Vinnen, compaiono frequentemente rinvii alle opere più recenti, come quelle del Brunneman, o anche più risalenti come quelle di Pérez, Pellegrini, Menochio, Mantica, Castillo, Molina, Fusaro e Tiraqueau, attingendo indifferentemente alla tradizione spagnola della scuola di Salamanca, a quella olandese e a quella più in generale umanista. Anche per questa completezza di riferimenti, l’Universa Jurisprudentia venne percepita come una sorta di ‘enciclopedia’ della scienza giuridica del più maturo diritto comune, in cui venivano poste anche in forma problematica specifiche quaestiones sugli aspetti più controversi.

Nella Universa Jurisprudentia prevale quindi, nel complesso, la robustezza dell’impianto dottrinario-scientifico, peraltro finalizzato alla pratica, come denunciato nello stesso sottotitolo dell’opera «ad usum fori perpetuo accomodata»: questa inclinazione di Richeri, senz’altro prevalente nella più ampia tradizione giuridica sabauda rispetto alla speculazione scientifica[16], avrebbe trovato in un certo senso riscontro – sia pur solo dopo la produzione scientifica di maggior successo, che anzi gliene valse il titolo – nell’esercizio della professione forense a cui Richeri fu ammesso dal 1793, senza che ciò lo distogliesse dall’attività principale di studioso.

In adesione all’intento espresso nel sottotitolo Richeri, nell’enucleare – con uno spiccato spirito sistematico – gli apporti più significativi della dottrina giuridica europea, non può tralasciare i necessari rinvii alla normativa interna ogni qualvolta risulti efficace un collegamento tra ius commune e ius proprium: e proprio tale reciproca integrazione tra la cultura giuridica europea più recente, pur sempre innestata sulla tradizione romanistica, e la disciplina locale, specie nelle sue rinnovate disposizioni settecentesche, può aver costituito il principale motivo di successo dell’opera.

Richeri dimostra altresì di conoscere bene le opere ‘pratiche’ che molti giuristi sabaudi tra Cinque e Seicento avevano elaborato sulla base delle decisioni pronunciate dai supremi magistrati sabaudi, come il prestigioso Codex del savoiardo Antoine Favre, le Novae decisiones di Antonino Tesauro, le Quaestiones forenses di Gaspare Antonio Tesauro, le Observationes forenses del Della Chiesa, le Decisiones del Cacherano, fino a qualche richiamo della quasi coeva Pratica legale. Tra le altre opere sabaude citate compaiono anche i Commentaria di Antonio Sola che, sebbene di altro genere, contengono anch’essi molti riferimenti alle decisioni senatorie. In questa selezione non poteva non risentirsi il divieto sovrano di citare la dottrina[17], ed anche il ruolo di fonte ufficiale riconosciuto alla giurisprudenza senatoria[18].

In sintesi, Richeri non poteva ignorare le novità dello ius proprium, a loro volta valorizzate proprio con l’essere innestate in un alveo più ampio: del resto l’impianto pur ‘universalistico’ dell’opera non avrebbe dovuto escludere – ove necessario – un richiamo alle Regie Costituzioni, ormai espressamente poste al vertice del sistema delle fonti normative, o alla giurisprudenza senatoria, più o meno fresca. Nello stesso tempo l’opera di Richeri non risulta neppure completamente appiattita sulla disciplina interna, offrendo anzi un importante quadro (sia di definizioni, che di disciplina) di respiro ‘europeo’.

Questa costante tensione tra le due dimensioni è evidente, per esempio, nella parte dedicata alle transazioni[19], che la dottrina olandese aveva recentemente contribuito a definire nei suoi profili in modo nuovo, superando alcune strettoie dell’impostazione più risalente, insistendo sulla funzionalità del pactum in vista della definizione di un accordo stabile e irrevocabile[20]: l’apporto della scuola elegante viene richiamata, in particolare, come portatrice di hodierni mores[21], rappresentati da Voet, che in effetti aveva dedicato all’istituto molta attenzione. Per contro, nella parte dedicata all’istituto dotale, l’esposizione è ampiamente influenzata dalla normativa e prassi giudiziaria locale che in effetti, a partire dalla formalizzazione della dote ‘congrua’ e del suo rilievo in ambito successorio[22], avevano complessivamente rinnovato la relativa disciplina.

Della Universa Jurisprudentia fu pubblicata una editio secunda Taurinensis presso la tipografia giuridica torinese Davico e Picco tra il 1824 ed il 1829, ancora dedicata a Vittorio Amedeo III. A differenza della prima edizione, al fondo del primo tomo, compare un «Elenco de’ signori associati alla presente opera»: si tratta di 150 nomi, soprattutto avvocati, notai, magistrati, causidici, librai, studenti «di leggi» (a mezzi, probabilmente appena laureati, in procinto della pratica), accomunati dall’aver scommesso sul buon esito dell’iniziativa. La prima edizione era uscita a spese dell’Autore, con pure una parte di rischio assunto dall’editore, a mo’ di investimento sull’affare editoriale che poteva presumersi; la seconda edizione dovette invece essere avviata proprio con un contributo di coloro che, non avendo più trovato disponibile l’opera (può darsi che verso gli anni Venti del XIX secolo fosse risultata esaurita), fossero interessati ad una nuova edizione e fossero dunque disposti a sottoscrivere con l’editore un contratto di acquisto anticipato. Questo nuovo progetto assunse dunque i caratteri più specifici di un’operazione editoriale di un certo interesse anche economico. Quasi nello stesso giro di anni (1826-1829) un’ulteriore editio tertia sarebbe stata curata dalla tipografia Orcesi, nel frattempo trasferitasi da Piacenza a Lodi: in un formato esteticamente più elegante, doveva avere l’ambizione di far circolare l’opera in una versione purgata di eventuali inesattezze. L’ultima edizione, con una rinnovata impostazione grafica, è curiosamente veneziana (1841, ex Officina Justinianea), a riprova dell’apprezzamento ‘internazionale’ che l’opera aveva assunto, nonostante gli steccati politici ancora esistenti e la presenza di vari codici, come quello austriaco in vigore da parecchi anni nel Lombardo-Veneto.

A qualche anno più tardi risale il Codex rerum in Pedemontano Senatu aliisque supremis Patriae curiis Judicatarum, in quattro volumi, uscito per la prima volta a Torino fra il 1783 ed il 1786 (ex Typographia regia). Il Codex è senz’altro molto diverso e lontano dal più completo livello speculativo e dalla più raffinata esposizione dottrinaria della Universa Jurisprudentia: Richeri viveva ormai da parecchi anni a Torino e dunque aveva potuto rendersi conto del modo di lavorare del Senato e dei magistrati piemontesi. Il Codex è perciò complessivamente più legato al diritto interno e, oltre a dimensioni più contenute (circa un terzo della Universa Jurisprudentia), si presenta più modesto nell’impianto. Talvolta nel Codex vengono ‘cuciti’ o riesposti in modo più sintetico i corrispondenti paragrafi tratti dalla Jurispruridentia, alleggeriti dei riferimenti alla dottrina europea e presentati all’interno di un impianto editoriale più snello e meno strutturato che privilegia il richiamo delle pronunce senatorie locali. Anche per questo aspetto, il Codex senz’altro non ha il respiro della Universa Jurisprudentia; è anche meno innovativo nel genere, ricollegandosi a quella tradizione sabauda di opere collettanee di decisioni, fiorite soprattutto tra la fine del XVI secolo e per tutto il XVII secolo, e poi diventate nei secoli successivi uno strumento indispensabile per il quotidiano operare di avvocati e magistrati, Il Codex fu peraltro fondamentale nell’affermazione dello ius proprium: esso riuscì ad offrire una casistica organica di precedenti giudiziari a chi cercava un valido appiglio per la risoluzione di un caso concreto, più che l’inquadramento sistematico di un istituto e delle sue più ampie problematiche. Il rilievo della disciplina interna, del resto, si imponeva ormai, soprattutto nelle tematiche a carattere lato sensu pubblicistico, come la materia probatoria[23] e processuale[24] o in relazione al trattamento degli stranieri[25]. In ambito privatistico, campeggia invece ampiamente la trattazione sul fedecommesso[26], necessariamente legata alle novità normative sabaude settecentesche, lontana però da qualunque accenno ai dibattiti coevi sull’istituto, da tempo tanto discusso, specie in Lombardia.

Probabilmente non a torto Richeri credeva di potersi affermare sul mercato editoriale pubblicando un’opera che, alla luce del rinnovato rilievo riconosciuto dalle Regie Costituzioni del ’29 ai precedenti giurisprudenziali, elevati a fonti ufficiali di produzione del diritto, potesse colmare il vuoto apertosi dopo la fortuna dei ‘monumenti’ della giurisprudenza senatoria tra Cinque e Seicento (di Cacherano, Antonino e Gaspare Antonio Tesauro, Della Chiesa, Favre, Sola). Quando uscì il Codex, non era stata peraltro ancora completata la pubblicazione anonima della Pratica legale (Torino, 1772-1792), opera che in quegli stessi anni aveva iniziato a offrire una collocazione più adeguata a diverso materiale eterogeneo che, anche in forma manoscritta, già da tempo era circolato in modo informale ad uso dei senatori[27], né avevano avuto successo alcuni tentativi intrapresi dalla monarchia a livello ufficiale[28]. L’intuizione del Richeri doveva quindi essere del tutto pertinente, anche considerato un certo abbassamento di livello dell’operato dei giudici[29]: pur inserendosi nel solco della tradizione, avrebbe pure dimostrato una certa autonomia dell’impostazione del lavoro e nella organizzazione del materiale, rispetto per esempio a Favre, illustre giurista savoiardo del sec. XVII che pur cita ampiamente[30].

I libri del Codex sono divisi in titoli e ciascuno di essi è ulteriormente scandito in varie definitiones. In nota a ciascuna definitio Richeri, oltre alla citazione di passi romanistici, indica gli estremi di numerose decisioni delle supreme magistrature sabaude (messe in evidenza, anche editorialmente, con un segno diverso dalla ordinaria numerazione riservata alle altre note), con l’indicazione puntuale delle parti in causa e del magistrato relatore, senza arrivare peraltro a sintesi più corpose. Si tratta di una giurisprudenza piuttosto recente, per lo più settecentesca (dunque, successiva a quella raccolta per la Savoia da Favre), anche se non mancano dati più risalenti. Non scompaiono del tutto i richiami alla dottrina, in particolar modo a Voet, a cui guarda non solo per l’autorevolezza ‘internazionale’, ma proprio perchè “punto di riferimento per ordinamenti con un processo avanzato di affermazione del ius patrium”[31], tanto da voler sottolineare la consonanza della soluzione dottrinaria olandese con qualche precedente senatorio[32].

Fitti sono pure i rinvii alla Universa Jurisprudentia, alla quale risulta dunque debitrice specie per alcuni più ampi inquadramenti, ma l’attenzione è evidentemente per lo più orientata alla giurisprudenza ‘pratica’, al diritto che oggi definiremmo ‘vivente’, senza peraltro far scadere l’opera in un comune brogliaccio ad uso dei pratici. Il Codex era infatti destinato al pubblico degli avvocati sabaudi, e forse il progetto editoriale poteva essere sembrato sulle prime anche di una certa redditività, ma in effetti – forse proprio per la mancanza di un respiro più ampio, che pure a livello locale si cercava – il successo sarebbe stato inferiore a quello della Universa Jurisprudentia[33].

Anche il Codex avrebbe avuto una seconda edizione, torinese, tra il 1834 ed il 1838 (ex typographia Speirani et Soc.): ancor più in questo caso, considerato il taglio più pratico e meno istituzionale dell’opera, stupisce il fatto che nello stesso giro di anni in cui si stavano svolgendo i lavori per la codificazione albertina si ponesse mano alla seconda edizione di un’opera che, per quanto significativa, di lì a poco, con la promulgazione del codice civile, sarebbe stata destinata a perdere vigore.

L’impianto della Universa Jurisprudentia fu mantenuto, ma estremamente semplificato e sintetizzato, nei sei volumi delle Institutiones, pubblicati a Torino tra il 1787 ed il 1790 (fino al quinto presso la tipografia Mairesse, il sesto presso la Tipografia Regia). Quasi subito (1790-1795) l’opera fu ristampata a Piacenza (ex typographia Nicolai Orcesi). Il lavoro è privo di alcuna originalità e scientificamente meno significativo, essendo il frutto di una rielaborazione sintetica ed economica dei trattati precedenti, ma ha il pregio di essere di più facile consultazione e probabilmente destinato ai giuristi in formazione, o comunque ad un pubblico meno raffinato ed esigente, alla ricerca di un più generico inquadramento delle problematiche: non vengono del tutto meno le citazioni di passi romanistici o i rinvii alla tradizione interna (tra gli altri, Tesauro) o direttamente a talune decisioni senatorie, ma l’impianto nel complesso è decisamente più snello e leggero. È possibile che, di fronte ad un probabile esaurimento delle copie disponibili della Universa Jurisprudentia, Richeri avesse pensato più conveniente, anche da un punto di vista economico, proporre un’opera che, seppur modellata sostanzialmente sull’impianto della prima, era assai più snella e più adatta ad un pubblico di livello medio: la fama era ormai stata raggiunta con il primo lavoro e il giurista poteva anche pensare ad un testo di minor qualità scientifica.

Necessariamente più legato all’esperienza sabauda dovette essere poi il Tractatus de feudis: stampato a Torino in due volumi (1791-92, ex tyipografia Regia), inizialmente concepito quasi a completamento della Universa Jurisprudentia, fu comunemente inteso a sé stante, per l’impostazione e la particolarità del tema. Più ancora del Codex il trattato feudale non poteva che essere legato alla disciplina interna, considerata la tradizionale dipendenza dagli usi e dalle importanti novità dettate ultimamente dalla normativa regia: fu lo stesso Richeri nel frontespizio a presentare l’opera “ex legibus, seu usibus feudorum, et municipalibus”, sottolineando la prospettiva locale della trattazione, confermata dalla indicazione frequente di precedenti giurisprudenziali sabaudi in materia. Del resto, anche all’interno degli stessi stati sabaudi, non era irrilevante l’eterogeneità di regolamentazione dei feudi[34], come indicato nella stessa prefazione del Tractatus («Non omnes provinciae, quae Augustissimis Principibus nostris subsunt, eodem iure quoad feuda regantur…»), inevitabilmente segnati da una frammentata e dilatata collocazione territoriale (dal Monferrato alla Savoia, da Aosta a Nizza, da Saluzzo ad Asti, dalla Sardegna alla Lombardia).

Tuttavia, anche in questo trattato, la dimensione geograficamente limitata non oscura l’esposizione di problematiche più generali e complessive, rispetto alle quali la disciplina locale poté porsi come parziale deroga; ed anche in ordine alle fonti citate, se da un lato l’interesse pratico di utilizzo del Tractatus nell’esercizio forense in ambito sabaudo può giustificare i numerosi rinvii alla legislazione interna, a decisioni senatorie e camerali, o ad opere giuridiche di autori piemontesi o savoiardi (i ‘classici’ di Favre, Sola, Giacomino da S. Giorgio, Cacherano, Della Chiesa, Antonino e Gaspare Antonio Tesauro e Cravetta), non sono neppure assenti, oltre ai passi romanistici ed ai tradizionali Libri feudorum, citazioni più ‘dotte’ e più ‘internazionali’ che attingono alla cultura giuridica d’oltralpe espressasi nella materia, facente capo a Voet, Cujas, Hotman, Rosenthal, Carpzov, Heinecke, Heinrich Zoesio, Andreas Gail, Pierre Goudelin, Francesco Antonio Magliano, Heinrich Balthasar Roth. Sul successo dell’opera gravò senz’altro l’abolizione della feudalità in Piemonte operata con l’editto del 7 marzo 1797: può darsi che alcuni problemi fossero ancora sentiti, ma nel complesso era probabilmente troppo tardi per riscuotere un successo consistente.

Neppure il Dictionarium juris civilis, canonici et feudalis, edito in un unico volume nel 1792 (ex typographia regia), avrebbe lasciato un particolare segno, seppur riedito a Venezia ancora nel secolo XIX (ex typis Molinari). Di lieve consistenza, molto lontano dal livello scientifico della restante produzione di Richeri, offriva – probabilmente per lo più al pubblico dei notai – con ottica minimalista, per ciascuna voce contemplata, un breve rinvio alla normativa giustinianea o canonistica. L’ambizione era tanta, la resa fu assai più modesta. Le voci contemplate erano in effetti parecchie, ma non trovarono una trattazione esauriente, forse per errate valutazioni sull’impianto dell’opera, ma anche per una certa stanchezza dell’autore, al termine della sua produzione.

3. La dimensione ‘internazionale‘ di Richeri
L’ampio raggio di apprezzamento della Universa Jurisprudentia può essere immediatamente riscontrato già dall’esame dell’“Elenco dei signori associati all’opera” posto al fondo del volume 13° della terza edizione, molto più corposo e assai più dettagliato rispetto a quello della seconda edizione, specie in ordine alla provenienza geografica dei singoli. La lista, con la quale l’editore tiene a segnalare quanti si siano già prenotati nell’acquisto delle copie, conta circa 300 aderenti: fra questi compaiono per lo più giuristi e librai, appartenenti non solo ragionevolmente al Regno di Sardegna, ma anche ai territori dello Stato Pontifico, del Granducato di Toscana, del Regno Lombardo Veneto. Per esempio, Domenico Bibiano Bianchi di Firenze si impegna ad acquistare ben 37 copie della nuova opera, così come a Francesco Nuti di Firenze vengono imputate 24 copie, a Giuseppe Cannonieri di Roma 13 copie, a Vincenzo Batelli di Firenze 13 copie, ad Antonio Fortunato Stella e figli di Milano 13 copie, ad Andrea Ubicini di Venezia 9 copie, a Giovanni Battista Missiaglia di Venezia 6 copie, per citarne solo alcuni. Salta all’occhio pure il nome di un avvocato milanese, Giovanni Francesco Zini, che avrebbe acquistato 18 copie, probabilmente destinate a vari colleghi. L’opera di Richeri doveva dunque essere apprezzata, a giudicare dall’elenco degli associati, in tutta l’area centro-settentrionale della penisola, persino dove si era ormai conosciuta la codificazione, come nei territori soggetti alla dominazione austriaca e proprio qui, constatando il grado di apprezzamento dell’opera, si giustificherebbe l’ultima edizione veneta nel 1841.

L’ampia circolazione nel Lombardo-Veneto, in particolare, trova riscontro nei principali commentari al codice austriaco. Ad esempio, nella ricca e versatile produzione dell’avvocato veneziano Jacopo Mattei, Richeri è richiamato fin nel titolo, insieme a Voet e a Favre, al fianco dei nomi più prestigiosi della dottrina giuridica francese, quale ‘alfiere’ della dottrina settecentesca con cui confrontare le nuove codificazioni, sia che si tratti della codificazione austriaca[35] che di quella unitaria italiana[36]. Ovviamente è il Richeri della Universa Jurisprudentia a essere citato, e non quello del Codex. Non molto diversamente ciò era già accaduto nelle Annotazioni pratiche al Codice civile austriaco di Gioacchino Basevi, riedite più volte a Milano tra il 1845 e il 1859, anche con aggiunte di Gabba, dove, accanto ai vari Voet, Vinnen, Pothier e Grozio, si rinviava ampiamente a Richeri e tanto più richiamando pure in qualche caso il De feudis, così com’era stato, seppur in modo più contenuto, nel Commentario al codice civile austriaco di Onofrio Taglioni (Milano, 1816-1825). Neppure Agostino Reale, nelle sue Istituzioni di diritto civile austriaco (Pavia, 1829) o Antonio Castelli ne Il codice generale austriaco (Milano, 1831-1833) fecero eccezione a questo uso. Certamente era costume diffuso confrontare le leggi vigenti con i due precedenti storici per eccellenza, diritto ‘patrio’ e diritto ‘romano’: questa fu l’impostazione pure del Manuale forense, redatto da una “società di avvocati” e pubblicato tra Novara e Torino all’indomani della codificazione albertina (1838-1843) che, pur senza una particolare levatura scientifica, nei suoi nove volumi avrebbe citato Richeri con una certa frequenza, identificandolo quale miglior rappresentante di quel ‘diritto romano’ che il Manuale voleva porre in dialogo con le nuove soluzioni normative. Tuttavia non si può non sottolineare la persistenza, anche molti anni dopo, del valore di Richeri, nel quale si condensava il diritto comune settecentesco, così come il diritto patrio: la sua opera non era certo originale, ma senz’altro aveva un complesso di pregi che la faceva apparire uno dei migliori termini con cui confrontarsi per capire il nuovo sistema.

La fortuna editoriale della produzione richeriana, pur legata al diritto comune, è dunque trasversale, sia geograficamente che cronologicamente: sotto il primo profilo, non sono i confini sabaudi a contenere il successo della Universa Jurisprudentia; sotto il secondo, l’avvento della codificazione non ne arresta la diffusione. Non è raro trovare citato Richeri nella giurisprudenza che le numerose riviste ottocentesche facevano circolare nei diversi stati, ancora lontani dall’unificazione politica: questi sembrano ancora cercare sul piano giuridico una forma di appartenenza unitaria a certezze comuni, e Richeri, con la sua monumentale Jurisprudentia, potè offrire un valido ancoraggio anche per chi non poteva ignorare i nuovi dati normativi, ma nello stesso tempo era pur sempre formato sulla tradizione secolare del diritto comune, dalla quale stentava a prendere le distanze. Gli stessi inevitabili strascichi processuali portavano all’attenzione delle corti questioni di fatto risalenti nel tempo[37]. Richeri sembra dunque aver offerto il corredo dottrinario indispensabile per poter inquadrare adeguatamente gli istituti, quasi al di là delle soluzioni contingenti adottate dai singoli ordinamenti[38].

In proposito, stupisce meno il fatto che nel particolarissimo sistema sammarinese[39], ove tutt’oggi è ancora in vigore il diritto comune[40], sia pur con alcune novità intercorse negli ultimi decenni, l’eredità di Richeri abbia mantenuto ancora in tempi recenti un rilievo specifico[41]: prima della riforma del sistema giudiziario del piccolo stato[42], illustri storici del diritto italiano, come Vittorio Scialoja, Arturo Carlo Jemolo, Guido Astuti, Giovanni Cassandro e Corrado Pecorella, hanno esercitato funzioni giudicanti presso le corti sammarinesi, trovando in Richeri quasi una sorta di ‘enciclopedia’ del diritto comune[43].

4. Un giudizio di sintesi
La produzione di Richeri, rimasta del tutto estranea alle idee dell’illuminismo riformatore, è stata più realisticamente ricondotta – pur se dagli «esiti ragguardevoli» – ad una «dottrina giuridica non innovativa e incline a seguire… le vecchie strade dei commentatori del diritto comune»[44]. Il mite giurista piemontese, anche per temperamento personale, non manifestò una grande personalità giuridica come novatore, né volle mettersi in mostra con tesi ardite o una visione troppo personale di alcune problematiche; rivelò invece una spiccata predisposizione quale collettore del sapere giuridico coevo[45]. Richeri non intendeva, per così dire, ‘turbare’ lo stato acquisito della scienza giuridica: egli si limitò piuttosto ad offrire il materiale esistente nella sua completezza, con un lavoro di estrema precisione, senza prendere posizione in prima persona o lasciarsi andare a considerazioni generali de iure condendo. In questo atteggiamento Richeri si poneva del resto nel solco di una consolidata tradizione sabauda, più discreta e pacata rispetto ad altre realtà, anche vicine, dove l’analisi giuridica sfociava spesso su più aspre contrapposizioni di principio.

In quello stesso giro di anni nessuno tra i giuristi in Piemonte – ed anche per lo più all’estero – aveva realizzato un’opera di tal genere, risultata in effetti imponente per mole e completezza. La Pratica legale di Galli della Loggia, che pure avrebbe avuto una certa diffusione fuori dal Piemonte[46], in effetti non aveva lo spessore scientifico dell’iniziativa di Richeri. Quest’ultimo seppe infatti armonizzare con rigore le soluzioni più localistiche con quelle della tradizione universalistica del diritto comune: attingendo ad entrambi i bacini di conoscenza, realizzò una trattazione il più possibile completa, e dunque utile, a chi cercasse una visione ampia e di sintesi sui diversi istituti. I giuristi avrebbero dovuto formarsi ancora in buona parte proprio su quel materiale antico, che tuttavia necessitava di essere aggiornato dalla più recente riflessione giuridica e arricchito dall’interpretazione giurisprudenziale più nuova. Identità nazionale e identità europea dunque si affiancarono, senza confondersi, nella produzione scientifica di Richeri, privilegiando la prima nel Codex, la seconda nella Universa Jurisprudentia. Tuttavia, neppure in quest’ultima il bagaglio culturale di matrice europea si risolse in un unico ed assorbente paradigma di analisi giuridica, ma molto più proficuamente offrì un importante ed autorevole termine di paragone per un ulteriore approfondimento ed una valorizzazione della legislazione sabauda settecentesca, le cui scelte – talvolta anche innovative – poterono essere poste dal Richeri, anche con un certo orgoglio e con peculiari ‘apud nos’ o ‘iure regio’, in aperta dialettica con le soluzioni del diritto romano giustinianeo.

Nel complesso Richeri volle imprimere alle proprie opere un’impostazione più pratica, tendenzialmente orientata ad accompagnare il quotidiano impegno soprattutto degli avvocati, come dimostra la loro stessa impazienza di fronte alle lentezze dell’editore Orcesi nel pubblicare la seconda edizione della Universa Jurisprudentia, “opera tanto importante negli studi legali”[47]. La solida preparazione teorica e insieme una spiccata sensibilità per i problemi della vita pratica costituirono un punto di forza anziché un limite, favorendo pure una formazione del giurista medio più aperta a stimoli nuovi. Nel complesso, dunque, il lascito di Richeri pare di tutto rispetto, soprattutto se còlto nella sua autentica prospettiva di sintesi e di ‘fotografia’ della tradizione giuridica del tempo, comprensiva dello ius proprium.

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