Federigo Sclopis, da Torino all’Europa

Gian Savino PENE VIDARI

Università degli Studi di Torino

giansavino.penevidari@unito.it

Abstract: La prospettiva europea è stata una delle caratteristiche della personalità di Federigo Sclopis, attivo sul piano scientifico a Torino, ma con lo sguardo rivolto pure oltre le Alpi per conoscenze, viaggi, rapporti epistolari. Tali legami si sono uniti alla concezione di una specifica particolarità di ogni terra europea, entro un patrimonio culturale comune, con un’impostazione ancor oggi più che attuale.

Parole chiave: Sclopis Federigo, Piemonte sabaudo, cultura europea, patria

Sommario: 1. Inquadramento.2. Gli anni giovanili.3. La collaborazione in prospettiva europea alle iniziative carloalbertine.4. L’inizio dei viaggi europei.5. Ricostruzione della storia istituzionale italiana.6. Cenni su un quindicennio particolarmente politico.7. La vita culturale da Torino all’Europa.

1.Inquadramento
Su Federico[1] Sclopis sono state scritte di recente due voci enciclopediche di una certa consistenza, che ne mettono in rilievo l’importante e multiforme personalità, anche in prospettiva europea[2]. È stato inoltre edito da poco un pregevole articolo che sottolinea il suo ruolo di presidente, fondamentale per la felice conclusione dell’arbitrato internazionale svoltosi a Ginevra fra l’Inghilterra e gli Stati Uniti sulla “questione dell’Alabama” e delle altre navi-pirata in danno dei Nordisti nella guerra di secessione americana[3]. Mi sembra perciò che, con queste basi, si possa tornare rapidamente sulla figura di Federico Sclopis, tenacemente attaccato alla sua terra natìa ma nello stesso tempo anelante ad un respiro europeo della sua vita culturale e sociale, più che politica. Nonostante le alte funzioni pubbliche raggiunte prima nel Regno di Sardegna e poi in quello d’Italia, egli è stato infatti un intellettuale attento alla cultura ed alla scienza dell’Europa del proprio tempo, per quanto sempre radicato nella sua Torino. Può avere un significato cercare di farlo notare in questo momento, in cui la prospettiva europea sta ripiegando sotto la spinta della ripresa dei singoli un po’ egoistici destini particolari, proprio mentre ricorre l’anniversario del fondante trattato di Roma.

Federico Sclopis aveva sbloccato nel 1850 con maestria l’ “impasse” in cui era caduta la legge per la chiamata all’Università di Torino di Pasquale Stanislao Mancini[4], fautore di un principio di nazionalità a base dell’ordine internazionale[5], che egli però non condivideva: nel 1860 al Senato subalpino non ha voluto votare la legge di annessione del centro-Italia allo Stato sabaudo[6] e ha votato addirittura contro quella di annessione dell’Italia centrale e meridionale, facendo presente «nei discorsi privati co’ miei colleghi (…) che io non poteva ammettere i principii di diritto pubblico su cui si fonda quella legge»[7]. Nell’euforia del momento in Senato i voti a favore sono stati 84, i contrari solo 12, ma Sclopis non ha inteso deflettere «dai principii dell’onestà politica e del diritto delle genti»[8]. Eppure sin dagli “anni quaranta” egli era stato fautore di un’unità nazionale che vedeva però ora realizzata con strumenti militari e giuridici da lui non condivisi sul piano politico, nonché a danno della perdita di quell’identità locale, apportatrice di “valori” per lui inderogabili, compatibile con quella europea.

La “piccola patria” non si scorda mai; ciò anche quando ci si impegna per la realizzazione di una più grande in armonia con i tempi, purché la sua esistenza non mortifichi i “valori” della piccola, cioè per lo Sclopis, quelli del Piemonte, per il Ferrara della Sicilia, per l’Arese della Lombardia, e così via. Tutti inoltre, vedevano la loro “piccola patria” inserita appieno nel contesto della civiltà e della cultura europee, limitando quel significato di entità “una e indivisibile” del patriottismo nazionale, affermatosi e sempre più radicatosi tra la metà del sec. XIX e quella del sec. XX nell’Europa occidentale.

Tra le frasi celebri annotate in un repertorio alfabetico compilato dallo stesso Sclopis alla voce “patrie” è riportato un passo dell’illustre giurista francese Edouard Leboulaye, amico da lui particolarmente stimato: «Il est beu de rester fidèle a son pays natal. L’amour de la petite patrie ne procure (sic) que mieux combien on aime la grande. Notre coeur est ainsi fait que plus il s’attache autour de lui et plus il est capable de nobles élans et de grandes choses. Un philantrope qui embrasse l’humanité toute entière dans une afféction générale, n’aime souvent que pour lui-même: celui qui aime les siens, sa maison, le nom de son père, la gloire de sa Province, celui là est un citoyen[9]».

2. Gli anni giovanili
Sin da giovane, profondamente sensibile all’insegnamento ed all’esempio della madre, la contessa Gabriella Peyretti di Condove, Federico è stato educato in casa con alcuni coetanei e non ha frequentato la scuola pubblica napoleonica, istruito secondo un’impostazione tardo-illuministica di livello europeo ma cattolica ed antirivoluzionaria, per quanto aperta al rispetto della libertà e della persona umana[10]. È stato affidato alla scuola pubblica solo dopo che a reggere l’Università di Torino e tutto il sistema scolastico in Piemonte è stato chiamato in periodo napoleonico nel 1805 il conte Prospero Balbo[11]. Iscrittosi poi alla facoltà di Giurisprudenza nel 1813[12], ha avuto modo di esperimentare per un anno l’ordinamento napoleonico[13] e di laurearsi con pieno merito nel 1818, dopo aver frequentato negli altri anni il ripristinato sistema di ancien régime[14]. Ottenuta l’aggregazione nel collegio dei dottori della Facoltà dopo la preparazione e la brillante discussione delle sei tesi previste già nel dicembre 1819[15], ha avuto modo di riflettere sull’opportunità, a livello europeo, di rinnovare il sistema delle fonti del diritto ispirandosi al modello codificato francese, ma partecipando pure a Torino ai timidi tentativi di riforma avviati dal ministro degli Interni Prospero Balbo[16], interrotti però dalla rivoluzione del 1821[17].

Sin da questi anni Federico Sclopis, entrato nell’ “entourage” del Balbo, ha cercato di approfondire con prospettiva europea il dibattito avviato nel 1814 in Germania fra Savigny e Thibaut sull’opportunità o meno dell’adozione di un sistema codificato, dibattito nel complesso sviluppatosi poco e tardi in Italia[18]. Nello stesso tempo si è interessato alla problematica costituzionale, di viva attualità in Europa dopo la rivoluzione e costituzione spagnola e – su probabile sollecitazione di Prospero Balbo – si è impegnato in una traduzione della nota opera di De Lolme sulla costituzione inglese, alla quale andavano le simpatie sia dello Sclopis sia dello stesso Prospero Balbo, nella poco auspicata eventualità di dover adottare anche a Torino un regime costituzionale, contro numerose più accese aspettative contemporanee, ad esempio fors’anche dallo stesso Cesare Balbo[19].

Scoppiata a Torino la rivoluzione del 1821, lo Sclopis è stato senz’altro lealista[20], ma per evitare sospetti, anche solo sulle sue simpatie costituzionali, nel 1822 è entrato in magistratura[21]. In questa nuova funzione ha comunque applicato con perspicacia l’ormai vecchio sistema del diritto comune, giungendo già nel 1829 ad essere nominato membro del Senato di Piemonte con sede in Torino da un re a lui poco favorevole come Carlo Felice[22]. L’anno prima Prospero Balbo, presidente di quell’Accademia delle Scienze, nella quale si erano per lo più racchiusi gli intellettuali riformisti, era riuscito a farvelo entrare quale membro nazionale residente, favorendone così i diretti contatti anche con gli studiosi stranieri dell’Accademia stessa e di altre[23]. Era un punto di partenza, che Sclopis sfrutterà ampiamente per i suoi rapporti intellettuali a livello europeo.

Nel frattempo stava raccogliendo materiale per un libro storico-giuridico, che uscirà quattro anni dopo[24], sull’antica legislazione del Piemonte, con un attaccamento particolare verso la “patria piemontese” (da cui escludeva – oltre la Savoia- anche il Monferrato…) e ne delineava con un po’ anomalo ordine sistematico i principali istituti medievali, con parecchi accenni peraltro favorevoli ad una contemporanea codificazione legislativa. L’impostazione e l’esposizione erano ancora un po’ grezze, ma la scelta dell’argomento indicava un quasi atavico collegamento col territorio in cui viveva, raccogliendo, con qualche critica, una valutazione nel complesso positiva[25].

Il periodo più incerto sul proprio futuro appariva ormai superato. Federico Sclopis aveva da non molto superato i trent’anni.

3. La collaborazione in prospettiva europea alle iniziative carloalbertine
L’avvento al trono di Carlo Alberto di Savoia-Carignano ha avviato nel 1831 la codificazione sabauda: lo Sclopis, favorevole ad essa, è stato uno dei sette membri della Commissione regia per la redazione del codice civile, il più importante, con precedenza sugli altri[26]. Egli era un giovane componente del Senato di Piemonte, ove si annidavano numerosi colleghi contrari ai codici, spalleggiati da parecchi membri del Consiglio di Stato e da notabili della Corte, influenti sul Re con sospettose valutazioni approssimative e con citazioni riportate da altri o di “seconda mano”. Mentre i lavori procedevano con qualche difficoltà, il trentacinquenne Federico Sclopis ha pronunciato all’Accademia delle Scienze di Torino alla presenza del Re un discorso sulla necessità di seguire la tendenza europea per la codificazione, che ha contribuito a dare nuovo impulso ai lavori. Nei due anni successivi ne ha voluto approfondire le valutazioni dirette da parte della cultura europea del tempo in ulteriori tre “memorie” alla stessa Accademia[27]. Infine nel 1835 ha pubblicato il testo definitivo dei quattro “discorsi” in un saggio Della legislazione civile, partendo direttamente dalle fonti[28].

Si trattava di scrittori pressoché tutti transalpini: il giovane autore mostra un ampio spettro di conoscenze della cultura giuridico-politica straniera rispetto alla nostra penisola. Se infatti cita Alberico Gentili[29], Vico[30] e Romagnosi[31], ignora -si direbbe volutamente- ad esempio Beccaria e Filangieri, che peraltro sul tema si erano espressi, ma in modo rigido e perentorio secondo una superata impostazione illuministica. Abbonda invece -a favore e contro- in richiami stranieri: Hume[32] e Kant[33], ma soprattutto Montesquieu[34], Leibniz[35], Hobbes[36], Ancillon[37], e Troplong[38] e -con ragione- Bentham[39], de Bonald[40] e Meyer[41], ma soprattutto Thibaut[42] e Savigny[43] per la loro nota controversia del 1814, soffermandosi in specie a rifiutare in astratto la posizione anticodificatoria del secondo[44]. Quest’ultima era stata a Torino orecchiata per lo più di seconda o terza mano e proprio per ciò da respingere, sulla base delle sue ricostruzioni e dei suoi giudizi sui codici francese, prussiano e austriaco[45], perché la chiarezza e la semplificazione cui aspirano i codici[46] non arresta né esclude il progresso della scienza giuridica, che auspicava il Savigny[47]: nella sostanza, infatti, essi riducono positivamente l’arbitrio giudiziale e sono fonte di certezza giuridica e pure di positiva conseguenza politica[48].

L’esperienza dei codici napoleonici aveva lasciato il suo segno in Europa, nonché in Italia. Federico Sclopis aderiva al principio della codificazione, condiviso da numerosi giuristi europei, e pensava contribuisse, con regole scritte più precise predisposte da un legislatore sensibile alla tradizione della “sua” terra, ad una maggiore stabilità anche politica, senza dover giungere ad una costituzione scritta. Non si trattava di uno schema sempre unico e fisso, ma adatto alle abitudini di vita di un determinato popolo, che per il torinese Sclopis non poteva che essere quello piemontese, senza pretendere di introdurre particolari innovazioni, a differenza di altre impostazioni di influenza illuministica[49]. Nonostante questa prospettiva moderata, il lavoro per il codice civile insospettiva l’alta magistratura ed il Consiglio di Stato ed ha incontrato difficoltà sulla sua strada. È però proseguito, pur con una certa fatica: nel giugno 1837 il codice era emanato dal Re ed entrava in vigore col 1838[50]. Lo Stato sabaudo, anche grazie a Federico Sclopis, si affiancava a parecchi Stati europei nell’abbandonare il vecchio sistema del diritto comune per avviarsi ad adottare quello più moderno ed al tempo condiviso del diritto codificato.

Proprio da Parigi, però, pochi mesi dopo, giungevano alcune critiche di una certa consistenza al codice civile sabaudo da parte del discendente del grande Portalis[51], scritte su una nota rivista giuridica alla quale Federico Sclopis era particolarmente attento: in forma anonima si è sentito in dovere di confutare le osservazioni con garbo ma con fermezza[52], sulla stessa rivista e nello stesso anno 1838, precisando punto per punto le caratteristiche del codice sabaudo, l’opportunità delle soluzioni adottate, a volte innovative rispetto al code civil del 1804 o più adatte al popolo ed al territorio a cui si rivolgeva[53]. Il palcoscenico europeo doveva essere informato della bontà, anche d’impostazione teorica, del nuovo codice del 1837.

Secondo la concezione di moderato riformismo dello Sclopis, il codice albertino aveva scelto determinate soluzioni perché rispondeva con consapevolezza alle esigenze dell’ambiente per cui era redatto, senza imposizioni intempestive: il «perito legislatore» doveva infatti avere «cura di discernere la ragione de’ tempi, la situazione de’ luoghi, l’influenza dei costumi»; si trattava non di fare riforme riguardo alla società contemporanea secondo princìpi innovativi bensì di mostrare «maturità di senno» verso il «moto proficuo dell’incivilimento»[54]. Nel complesso il “suo” codice rispondeva a questi princìpi. Inoltre coincideva con la propria impostazione di politica legislativa, poiché restringeva «l’arbitrio ne’ giudici, l’incertezza nelle leggi», facendo sì che «tutti i sudditi sieno uguali davanti alla legge» con norme «ridotte in un codice chiaro e compiuto»[55]. In questa sua visione lo Sclopis andava contro l’opinione del Savigny, che rifiutava per il momento i codici perché «i tempi che corrono non sono dotti di sufficiente esperienza»[56] ed era necessario accrescere ancora la scienza giuridica prima di scrivere un codice. Lo Sclopis preferiva già avere dei codici, ma non dissentiva dall’opportunità sostenuta dal Savigny di migliorare l’insegnamento del diritto: nel pur limitato ambiente dell’Università di Torino ha quindi contribuito alla riforma della “Facoltà di leggi”, voluta alcuni anni dopo dal nuovo responsabile dell’Università, il conte Cesare Alfieri di Sostegno, presiedendo l’apposita commissione preparatoria[57].

Nel frattempo il re Carlo Alberto aveva istituito con Regio Brevetto 20 aprile 1833 la “Regia Deputazione sopra gli studi di Storia Patria” per provvedere «alla pubblicazione di una Collezione di opere inedite o rare, appartenenti alla nostra Istoria, e di un Codice diplomatico dei nostri Stati»[58]. Era il primo caso in Italia di un’istituzione, che sull’esempio tedesco fosse incaricata di ricercare e pubblicare con finanziamento pubblico documenti storici di rilievo per farli conoscere in Italia ed all’estero. Nemmeno in Francia esisteva alcunché di simile[59]. Presidente era Prospero Balbo, coadiuvato da altri 25 studiosi, fra cui Federico Sclopis: per quanto impegnato nei lavori del codice civile, egli ha dato un buon contributo ai primi due volumi della collana dei Monumenta Historiae Patriae[60], quello dei Chartarum (1836) e poi quello delle Leges Municipales (1838), di cui ha scritto l’impegnativa presentazione generale e curato l’edizione degli statuti di Torino e di Nizza, che possono oggi sollevare qualche perplessità, ma che per l’epoca rappresentavano un’iniziativa d’avanguardia e venivano a diffondere a livello europeo alcune delle fonti medievali di rilevo della “patria” sabauda[61]. Negli stessi anni egli conduceva uno studio sulla storia degli “Stati generali sabaudi” che lasciava intravedere una compartecipazione dal basso alla politica del governo ducale e pertanto un’interessante precoce forma “rappresentativa” un po’ simile a quella inglese, ad attestare sul piano storico la non assoluta necessità di introdurre una costituzione scritta; la ricerca, già boicottata dagli archivisti, è stata però poi bloccata addirittura dal Re[62].

4. L’inizio dei viaggi europei
Nel 1835, nel pieno degli impegni per il codice civile sabaudo e di quelli per gli studi della Deputazione di Storia Patria, Federico Sclopis ha lasciato Torino approfittando della pausa estiva e si è recato all’estero, in Svizzera ed in Francia, per ben due mesi, dalla prima metà di agosto ai primi di ottobre[63]. È stato probabilmente convinto dalle osservazioni di Carlo Vidua, riguardo al quale solo grazie ai collegamenti con l’estero, approfonditi con viaggi appositi, un intellettuale italiano poteva tenersi culturalmente aggiornato[64]. Il Vidua aveva viaggiato con prospettive prima europee, ma poi ben più ampie, sfociate in interesse verso ambienti extraeuropei[65], che invece lo Sclopis non aveva, indirizzato com’era ad allargare i propri orizzonti alle acquisizioni dell’ambiente europeo e della sua cultura[66], con un certo numero di esponenti della quale intratteneva già rapporti epistolari, favoriti spesso dalla sua appartenenza all’Accademia delle Scienze.

Il viaggio è stato preparato con cura, al fine di visitare istituzioni riservate e di incontrare personalità di rilievo, quindi con la ricerca da Torino delle credenziali adeguate. La prima tappa è stata Ginevra, ove il giovane piemontese ha potuto incontrare il filantropo utopista Jean Jacques de Sellon, fautore dell’abolizione della pena di morte e dell’esigenza di una pace universale, e il già maturo Sismondi[67]. La mèta è stata però Parigi, raggiunta il 29 agosto e visitata sino ai primi di ottobre: ne abbiamo notizia da un “Giornale de’ viaggi” inedito, di cui Antonio Manno ha pubblicato alcuni stralci in appendice alla “brochure” in memoria di Federico Sclopis[68].

Questo “Giornale de’ viaggi” contiene una serie di appunti ed impressioni personali che possono attrarre la nostra curiosità[69], ma che si riferiscono senza dubbio alla vita privata dell’autore. È molto meno importante del “Libro di memorie intime da leggersi e da ritenenrsi solo alla mia cara Isabella. F. Sclopis”, a suo tempo affidato dalla vedova ad Antonio Manno e da quest’ultimo dato in consegna ai Gesuiti, edito però poi nel 1959 da padre Pietro Pirri come il Diario segreto (1859-1878) dello Sclopis[70]. Un dovuto personale rispetto per la “privacy” dell’autore mi ha indotto ad utilizzare l’edito e a non insistere per ora su ulteriori ricerche (se non all’Accademia delle Scienze di Torino, ove sono depositati i manoscritti dello Sclopis[71]) sebbene non mi manchino alcune ipotesi in proposito. L’alternativa è peraltro fra l’interesse dello storico-ricercatore e la mia convinta necessità di fermarsi di fronte al rispetto della volontà dell’autorevole personalità studiata: mi attengo quindi a questo principio. L’idea del “Giornale de’ viaggi” è maturata comunque nel 1835 nel percorso tra Ginevra e Parigi, dato che non è annotato nulla del pur interessante soggiorno svizzero e si inizia con quello parigino, per proseguire poi con quelli successivi, almeno sino al 1865[72].

A Parigi il trentasettenne Sclopis ha fatto capo all’ambasciatore sabaudo per assistere alle riunioni di entrambe le Camere e conversare con parlamentari autorevoli, ha incontrato più volte sia Botta che Libri, il quale gli ha procurato contatti di rilievo, ha assistito ad una riunione dell’ “Institut de France” con Humboldt, ha fatto visita a Pellegrino Rossi con cui si è intrattenuto amabilmente. Si è dedicato naturalmente anche a mirate visite turistiche, che hanno attirato la sua attenzione ed alcune penetranti osservazioni[73]. Ha parlato pure del progetto di un libro “Della scienza e dell’arte politica in Italia”, che non realizzerà, probabilmente sostituito dalla Storia della legislazione italiana alla quale lavorerà sotto l’impulso degli studi svolti sul periodo comunale italiano per la sua introduzione al secondo volume dei Monumenta Historiae Patriae edito nel successivo 1838 riguardo alle Leges municipales subalpine. Il viaggio transalpino deve aver fatto pure sentire lo Sclopis un po’ più “italiano” (e non solo piemontese) nei suoi rapporti con stranieri o italiani in Francia, con la propensione a considerare nel suo complesso unitaria la vicenda istituzionale di tutta la penisola e a maturare ed estendere la prospettiva del libro a suo tempo edito nel 1833 con una valutazione ben più lata, che sfocerà nei tre volumi della Storia della legislazione italiana.

La tendenza ai viaggi di approfondimento culturale, oltre che di svago, è entrata comunque nell’abitudine di vita di Federico Sclopis; essi si ripetono in seguito quasi ogni anno con l’amata consorte Isabella, per lo più oltre le Alpi, come nel 1852 in Francia, nel 1853 in Inghilterra, nel 1854 in Germania[74], con una puntata nel 1856 a Firenze e Roma (ed una commovente visita anche al Papa), almeno sino al 1865 secondo la parte pubblicata da Antonio Manno; essi sono proseguiti pure dopo, con una preferenza per la Francia, secondo la testimonianza della moglie Isabella[75].

5. La ricostruzione della storia istituzionale italiana
Nel quinquennio 1835-40 Federico Sclopis matura una sensibilità per la “patria” italiana accanto a quella -più minuta ma intensa- piemontese, a cui unisce l’attenzione verso la vita culturale ed istituzionale continentale. Mentre finisce (e nel 1838 difende in Francia) il codice sabaudo del 1837 ed esercita l’abituale funzione di magistrato, concepisce una storia delle istituzioni di tutta la penisola italiana, dal periodo romano sino a quello postnapoleonico. Il progetto è chiaro sin dalla “prefazione” del primo volume della Storia della legislazione italiana, edito nel 1840. Si tratta di una illustrazione istituzionale «di tutta quanta la nostra nazione» (p. 9), cioè di una «Storia civile italiana, fatta maestra a tutti gli stranieri cotanto operosi oggidì nell’allargarne i confini» (p. 2). E’ l’adesione allo spirito nazionale sempre più diffuso nella cultura italiana del tempo, ma anche a quell’amor patrio letterario maturato già alcuni decenni prima in intellettuali piemontesi vissuti a lungo all’estero come l’Alfieri e l’abate Tommaso Valperga di Caluso, conoscitori e frequentatori della cultura europea, ma proprio per questo sostenitori del rilievo -se non della superiorità – del “genio” italico in campo letterario[76], rispetto alla pochezza del nostro peso politico-militare.

L’opera è stata prevista sin dall’inizio in tre volumi: il primo delle «origini» sino al sec. XIII (p. 9), il secondo (spezzato poi in due tomi) dei «progressi» verso la fine del sec. XVIII, il terzo sullo «stato presente della legislazione italiana» sino alla metà del sec. XIX (pp. 10-11). L’autore ha rispettato il progetto, per quanto allungandone i tempi a causa del delicato ed intenso impegno politico del 1848-1864, ma ha dimostrato di saper soppesare la citazione di fonti italiane in armonia con la dottrina storico-giuridica europea, di utilizzare un’esposizione più discorsiva e piacevole del volume del 1833, di aver maturato una coscienza nazionale, che non gli ha impedito -alla fine della prefazione- di far emergere dal profondo del suo animo che «senza affetti alla famiglia e senza eredità di ricordanze non vi è patria» (pp. 13-14)[77].

L’opera ha avuto successo: dopo il primo libro pubblicato nel 1840, il secondo ha dovuto essere spezzato in due tomi, di cui il primo è uscito nel 1844, ma il secondo è apparso solo nel 1857; il terzo libro, infine, con una revisione generale del già edito, ha completato il progetto nel 1864, dopo l’Unità, fermandosi a prima del 1848. Lo sguardo contemporaneo dell’autore ed il suo impegno politico diretto non hanno sopravanzato la capacità dello storico di valutare le diverse vicende e si sono sempre giovati della sua prospettiva europea. Il lavoro, inquadrato naturalmente nel suo tempo, è stato senza dubbio apprezzabile: ha avuto vasto successo ed ha circolato ampiamente non solo in Italia ma pure in Europa, tradotto in francese, tedesco, inglese. È l’opera più importante di Federico Sclopis, dedicata alla storia delle istituzioni italiane, ma con l’aspirazione ad un respiro europeo. Ad essa egli ha dedicato il meglio di sé, nonostante le tensioni politiche a cui è stato soggetto dopo il 1848[78].

Perspicace ed attento intellettuale di tendenze cattoliche e moderate (se non conservatrici), di cui era consapevole, Federico Sclopis odiava i movimenti di piazza: lo scoppio rivoluzionario del 1848, non solo italiano ma europeo, lo ha atterrito. Parigi, Vienna, Berlino bruciavano: salvo Londra, stavano cambiando pelle le sue grandi capitali culturali europee? I timori per la scomparsa di quel “mondo”, in cui si era ormai acclimatato, li ha avuti: cinquantenne, non poteva non impegnarsi per cercare di scongiurarli.

6. Cenni su un quindicennio in gran parte politico
Nello Stato sabaudo, pressato da oriente e da occidente dal vento rivoluzionario, nonostante la concessione di una blanda costituzione, il “fiero conte” (questo era l’epiteto, piuttosto azzeccato, di cui era sovente gratificato) è sceso in politica, sino a mendicare voti per entrare – con successo – nella prima Camera dei deputati subalpina. Faceva già parte del primo Governo costituzionale, di cui il Re gli aveva offerto la presidenza: dopo alcuni tentennamenti, vi aveva rinunciato a favore dell’amico Cesare Balbo, restandogli però a fianco come ministro della Giustizia. Data la gravità del momento, studi e viaggi culturali potevano attendere[79]. Durante la guerra, ad un certo punto anche il presidente del Consiglio ha raggiunto il Re al fronte: a Torino è rimasto a rappresentare il Governo in Parlamento proprio il ministro Sclopis, alle prese con una Camera in ebollizione a favore di una Costituente richiesta dai Lombardi, ma contro il Governo arroccatosi a difesa della costituzione esistente, cioè dello Statuto da poco emanato da Carlo Alberto. Lo Sclopis ha dovuto far ricorso alle sue non comuni capacità ed è riuscito a temporeggiare e a parare il colpo. Con la caduta del Governo Balbo a fine luglio 1848, di ministeri non ha più voluto sentir parlare: quattro mesi in proposito gli erano bastati[80]. Nel novembre 1849 è stato nominato senatore ed in questo consesso più ristretto ha fatto sentire in più occasioni la sua influenza, dopo la metabolizzazione delle temute agitazioni del 1848-49.

La partecipazione alla vita politica del Senato non ha impedito la ripresa dei viaggi di cultura, politica e svago a Parigi (agosto 1852) e Nizza (dicembre 1852) e soprattutto a Londra (luglio-agosto 1853) e in Germania (1854) [81], ma poi anche a Milano (giugno 1855), nonché a Firenze e Roma (aprile-maggio 1856)[82]: era un coinvolgimento nella vita politica, che soddisfaceva la non poca ambizione dello Sclopis, ma con un impegno ragionevole, compatibile con la sua aspirazione a seguire la vita europea, come ad esempio il lungo soggiorno londinese. Ma consentiva pure una partecipazione più vicina alle iniziative torinesi, ove la sua presidenza della Deputazione di storia patria dal 1853 ha dato nuovo impulso alla designazione di nuovi membri, alle ricerche ed alle edizioni come nel primo decennio, con un impegno che guardava oltre il Piemonte, all’Italia ed all’Europa[83].

Col 1857, inoltre, egli riusciva a portare a termine il secondo tomo del secondo volume della Storia della legislazione italiana, che giungeva sino al sec. XVIII ed alla fine dell’ancien régime e nel 1858 completava un significativo saggio sull’Esprit des lois di Montesquieu, in armonia con la sua propensione per tale autore e per la sua apertura verso la cultura transalpina[84]. La politica lasciava spazio in questi anni anche alla faticosa ma piacevole applicazione agli studi. Inoltre nel 1860 licenziava la Storia della legislazione negli Stati del Re di Sardegna dal 1814 al 1847, che comparirà l’anno dopo nelle “memorie” dell’Accademia delle Scienze[85].

A partire dal 1859, inoltre, lo Sclopis ha iniziato la redazione di una sua raccolta di “memorie” per ricordare eventi e valutazioni strettamente personali[86], che a distanza di un secolo è stata poi pubblicata come Diario Segreto ed offre conoscenze e spunti di riflessione di indubbio interesse, per quanto strettamente personali[87].

Da questo Diario veniamo a conoscere tutte le perplessità e le paure per come stava realizzandosi l’unità nazionale, in cui Sclopis credeva, ma di cui non condivideva modalità e metodi, sino a non votare, come già rilevato, a favore delle annessioni del 1860[88]. Decisa dal Parlamento nel 1861 l’istituzione del Regno d’Italia, lo Sclopis è stato eletto vicepresidente vicario del Senato ma lo ha sempre di fatto presieduto per l’impossibilità fisica del presidente di venire a Torino[89], sino ad esserne eletto presidente nel maggio 1863 alla scomparsa di quest’ultimo[90]. In questi anni la politica ha avuto la prevalenza sul resto, sino a quando nell’ottobre 1864 egli si è dimesso dalla carica[91], per protestare vistosamente contro le modalità e la realizzazione della “convenzione di settembre”, che spostava la capitale da Torino a Firenze, giustificandone la decisione con un memorabile discorso il 22 novembre, in occasione della discussione del progetto di legge del trasferimento della capitale, suscitando l’ammirazione persino di Brofferio: «fra un turpe corso di transazioni vigliacche, il conte Federico Sclopis non volle transigere: si franse, non si piegò, e non fu mai così grande come nella sua caduta»[92].

La nuova più ampia patria “una ed indivisibile” votata nel plebiscito meridionale, contro la cui approvazione Sclopis aveva votato, si stava sviluppando a danno delle singole “patrie” locali, quindi in contrasto con i suoi auspici[93]: non era certo il solo a pensarlo, ad esempio in Sicilia, a Napoli, a Milano, ma è stato l’unico che aveva avuto il coraggio di proclamarlo forte e chiaro da Torino, nei confronti dell’élite di governo a matrice sabauda. Con la politica italiana aveva praticamente chiuso.

7. La vita culturale da Torino all’Europa.
Presidente vitalizio della Deputazione di storia patria dal 1853[94], proprio nel maggio 1864 Federico Sclopis è stato eletto presidente a vita dell’Accademia delle scienze di Torino, dopo la morte dell’astronomo Giovanni Plana[95]. Le dimissioni della presidenza del Senato di qualche mese dopo lo hanno restituito di nuovo in pieno all’operatività accademica. Per circa tre lustri la vita culturale torinese lo ha annoverato come un rilevante – se non il principale – protagonista dei rapporti con quella italiana ed europea, come lasciano intendere l’ampio epistolario conservato all’Accademia delle Scienze e le gentili lettere di presentazione di più giovani ricercatori piemontesi ad affermati studiosi stranieri. In questa egli ha voluto personalmente tracciare un profilo scientifico di membri o personaggi commemorati o ricordati con iniziative specifiche, in testi apparsi poi sulle “Memorie” o negli “Atti”: oltre a Plana (1864 e 1870) e ad oltre ad una ventina di italiani, ha trattato pure degli stranieri Brugère de Brabante (1866), Cousin, Fourdain e Mittermaier (1867), Egger (1869), Lyell (1875), Thiers (1877), ha elaborato anche una complessa “memoria” inedita non finita (1877-88) sul premorto (1861) Savigny[96]. In armonia con la tradizione dell’Accademia torinese, inoltre, i non numerosi posti resisi disponibili sono andati a piemontesi affermati oppure a stranieri, tra cui Guizot e Darwin[97].

Mentre gran parte dell’élite piemontese aveva lasciato Torino per incarichi di governo nella penisola, Federico Sclopis restava abbarbicato alla sua città e da essa intratteneva rapporti (epistolari e non) con l’ambiente europeo, in specie della Francia e della Germania (pur pressoché ignorando di quest’ultima la lingua[98]), con un soggiorno ad Heidelbreg ancora nel 1865 presso l’amico Mittermaier[99]. Nonostante ripetuti inviti, non ha invece voluto più ricoprire né alcun ministero né cariche politiche, compiaciuto peraltro nel 1867 del conferimento del Collare dell’Annunziata[100] ma pure nel 1869 della nomina a membro dell’ “Institut de France”[101]. Per quanto sempre al corrente delle vicende politiche nazionali, il centro di vita dello Sclopis si trovava da tempo a Torino, ormai collegata con la Francia anche tramite il traforo del Frejus[102]: il suo guscio cittadino era ancor più avvicinato all’Europa[103].

Nel 1871-72 l’arbitrato ginevrino sull’«affaire» dell’Alabama fra l’Inghilterra e gli Stati Uniti ha però riportato Federico Sclopis in primo piano, eletto – contro la prassi – presidente del collegio[104]: si può dire che sia stato il suo canto del cigno, svolto con finezza giuridica, capacità di mediazione, abilità diplomatica. Un arbitrato difficile e spigoloso si è concluso con soddisfazione di entrambe le parti[105]: un merito di rilievo derivava dalla personalità del suo presidente. Il successo della risoluzione della controversia ha favorito altri arbitrati. L’uomo di cultura aveva saputo, ormai oltre i settant’anni (che per l’epoca non erano pochi), risfoderare tutta la sua sapienza giuridica e le sue doti di perspicacia e di intermediazione, nell’ambito di quei “valori” di convivenza “civile” nel senso più elevato del termine, ai quali gli stessi trattati romani di tre quarti di secolo successivi per un’Europa unita aspirano, senza purtroppo ancor oggi riuscirci appieno.

BIBLIOGRAFIA FINALE

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  1. “Federigo” era la denominazione preferita dall’interessato, che però era usualmente detto “Federico”.
  2. Moscati, 2012, pp. 286-289; Pene Vidari, 2013, pp. 1839-1841.
  3. Bonzo, 2016, pp. 272-353.
  4. Pene Vidari, 2002, pp. 274-276.
  5. Pene Vidari, 2002, pp. 281-282.
  6. Sclopis, in Pirri (ed.), 1959, pp. 239-240 (13-14 aprile 1860).
  7. Sclopis, in Pirri (ed.), 1959, p. 279 (16 ottobre 1860).
  8. Sclopis, in Pirri (ed.), p. 278 (8 ottobre 1860).
  9. Erba, 1960, p. 181 (appendice, con edizione di una lettera della vedova Isabella Sclopis Avogadro).
  10. Erba, 1960, pp. 14-17.
  11. Erba, 1960, pp. 17-20; Romagnani, 1990, pp. 47, 54-55.
  12. Erba, 1960, p. 20.
  13. Annuaire, 1813, pp. 41.42
  14. Erba, 1960, pp. 20-22.
  15. Erba, 1960, pp. 28-38.
  16. Soffietti, 1981, pp. 27-51.
  17. Erba, 1960, p. 40.
  18. Marini, 1982; Ranieri, 1980, pp. 358-362.
  19. Erba, 1960, pp. 44-45. Moscati 1985, pp. 565-567.
  20. Erba, 1960, pp. 45 e 167 (appendice con edizione di una lettera della vedova Isabella, già citata a nota 9)
  21. Erba, 1960, pp. 45 e 48.
  22. Erba, 1960, p. 64.
  23. Il primo secolo della R. Accademia delle Scienze di Torino, 1883, pp. 167 e 200.
  24. Sclopis, 1833.
  25. Erba, 1960, pp. 80-97.
  26. Pene Vidari, 1995, pp. 127-132.
  27. Pene Vidari, 1995, pp. 132-151.
  28. Sclopis, 1835.
  29. Sclopis, 1835, p. 83.
  30. Sclopis, 1835, p. 26.
  31. Sclopis, 1835, pp 11, 20, 25.
  32. Sclopis, 1835, p. 2.
  33. Sclopis, 1835, pp. 8, 11.
  34. Sclopis, 1835, pp. 9 e 87.
  35. Sclopis, 1835, pp. 12-13.
  36. Sclopis, 1835, pp. 11 e 23.
  37. Sclopis, 1835, pp. 3-4.
  38. Sclopis, 1835, pp. 89, 101-102.
  39. Sclopis, 1835, pp. 5-6, 18-23
  40. Sclopis, 1835, pp. 16-17.
  41. Sclopis, 1835, pp. 85 e 91.
  42. Sclopis, 1835, p. 13.
  43. Sclopis, 1835, pp. 84, 98-99, 103.
  44. Sclopis, 1835, p. 83, nota esplicativa dell’identica intitolazione del “discorso” IV.
  45. Sclopis, 1835, pp. 85-98.
  46. Sclopis, 1835, pp. 105-106.
  47. Sclopis, 1835, pp. 107-108.
  48. Sclopis, 1835, pp. 108-112.
  49. Petronio, 2002, pp. 311-335.
  50. Pene Vidari, 1987, pp. 319-321.
  51. Portalis jr., 1838, pp. 199-203.
  52. [Sclopis], 1838, pp. 51 (dell’estr.).
  53. Erba, 1960, pp. 115-148.
  54. Sclopis, 1835, p. 25.
  55. Sclopis, 1835, p. 108.
  56. Sclopis, 1835, p. 98.
  57. Moscati, 1984, pp. 233-236; Ferrero, 2016, p. 3.
  58. R. D., riportato in Manno (ed.) 1884, pp. 1-3.
  59. Romagnani, 1985, pp. 88-113; Pene Vidari 2012, pp. 117-121.
  60. Manno (ed.), 1884, pp. XV e 429-30.
  61. Manno (ed.), 1884, p. 430.
  62. Romagnani, 1985, pp. 283-290.
  63. Erba, 1960, pp. 107-113.
  64. Vidua, 1834.
  65. Pennacchietti, 2011, p.V.
  66. Manno, 1880, pp. 65-66.
  67. Erba, 1960, pp. 107-112.
  68. Manno, 1880, pp. 66 e 78-79.
  69. Manno, 1880, pp. 66 e 78-79.
  70. Sclopis, in Pirri (ed.), 1959
  71. Borgi-Caffaratto (ed.), 2017, pp. 425-426.
  72. Manno, 1880, p. 88.
  73. Manno, 1880, pp. 66-79.
  74. Moscati, 1984, p. 217.
  75. Manno, 1880, pp. 65-88. Per il prosieguo, ad es. Sclopis in Pirri (ed.), 1959, pp. 420 (per il 1867), 439 (per il 1869) e 449-450 (per il 1870); Erba, 1960, p. 178 (appendice: per il 1873 a Venezia, per il 1876 a Napoli).
  76. Gauna, 2016, pp. 15-17, 22-25.
  77. Sclopis, 1840, pp. 9-14.
  78. Pene Vidari, 1978, pp. 164 e 169-70.
  79. Pene Vidari, 1978, pp. 164-165.
  80. Pene Vidari, 1978, p. 165.
  81. Manno, 1880, pp. 79-83; Moscati, 1984, p. 217.
  82. Manno, 1880, pp. 84-87.
  83. Manno (ed.), 1884, pp. 89, 94-96, 103-195; Pene Vidari, 2012, pp. 126-128.
  84. Sclopis, 1858, pp. 165-271.
  85. Sclopis, 1861, pp. 1-105.
  86. Cfr. supra, nota 70.
  87. Sclopis in Pirri, (ed.), 1959, pp. 51-54.
  88. Cfr. supra, note 7-8.
  89. Sclopis in Pirri, (ed.), 1959, p. 308 (19 II. 1861)
  90. Sclopis in Pirri, (ed.), 1959, p. 353 (22. V.1863)
  91. Sclopis in Pirri, (ed.), 1959, p. 376 (14.X.1863)
  92. Brofferio, 1866, I, p. 35.
  93. Cfr. supra nota 9 e Sclopis in Pirri (ed.) 1959, pp. 263-381.
  94. Manno (ed.), 1884, p. 89.
  95. Il primo secolo, 1883, p. 141.
  96. Manno (ed.), 1884, pp. 381-384; Moscati, 1984, pp. 204-208.
  97. Il primo secolo, 1883, pp. 172-174 e 233.
  98. Moscati, 1984, p. 219.
  99. Manno, 1880, p. 87.
  100. Sclopis in Pirri (ed.), 1959 pp. 410-411 (per il 1867).
  101. Sclopis in Pirri (ed.), 1959, p. 416.
  102. Sclopis in Pirri (ed.), 1959, p. 438
  103. Sclopis in Pirri (ed.), 1959, p. 457.
  104. Bonzo, 2016, pp. 272-353.
  105. Erba, 1960, p. 178 (appendice).