Propaganda, Utopia e Identità. Il «Gran Dessein» europeo del duca di Sully

Andrea PENNINI

University of Turin

a.pennini@unito.it

Abstract:Tra i numerosi progetti di costruzione della pace perpetua nell’Europa moderna si trova il Gran Dessein attribuito dal duca di Sully al re di Francia Enrico IV. Tale piano, che prevedeva la suddivisione del continente in sei monarchie ereditarie, cinque elettive e quattro repubbliche sovrane guidate da un Consiglio generale, risulta importante nel dibattito sull’identità europea per due ragioni: in primo luogo, come disse Lucien Febvre, questi testi «sono pieni di Europa»; in secondo luogo perché tale piano federativo non è il frutto di un pensatore, ma un’intuizione di un uomo di stato dell’età barocca.

Parole chiave: Idea di Europa, Pace, Equilibrio di potenza, Egemonia, Duca di Sully

Sommario: 1. Spunti introduttivi di un nodo storiografico.2. L’affermarsi dell’Europa quale “termine medio”.3. Enrico IV di Borbone e la costruzione di un mito “europeo”.4. La “Res publica Christiana” d’Europa.5. Brevi rilievi conclusivi.

1. Spunti introduttivi di un nodo storiografico.

Sono da poco passate le celebrazioni per il sesto decennale della firma dei Trattati di Roma che, insieme al precedente trattato di Parigi del 1951, formano il nucleo costitutivo e fondante della Comunità Economica Europea, “pietra angolare” della attuale Unione; tuttavia il processo di costruzione «della nostra Patria Europa» auspicato da De Gasperi nel 1954[1] appare ancora distante da un suo pieno e consapevole raggiungimento.

Infatti, nell’odierno contesto di perdurante crisi politico-sociale, ancor prima che economica, l’afflato europeista che ha dominato il vecchio continente durante tutta la seconda metà del XX secolo e i primi anni del nuovo millennio appare da un lato inadeguato a rispondere al riemergere di latenti sentimenti nazionalistici e di nuove spinte sovraniste; dall’altro incapace di darsi forme politico-istituzionali in grado di completare il processo di integrazione dei paesi membri per competere in mondo sempre più interconnesso e globalizzato. Eppure, se il processo di federazione europea auspicato ai suoi esordi da Jean Monnet oggi appare in difficoltà, questo non vuol dire che la sua spinta ideale si sia interrotta. Infatti, come ha avuto modo di sottolineare Antonio Padoa-Schioppa nel 2014 proprio in riferimento a tale progetto, vi sono «per ogni impresa in via di costruzione e dunque incompiuta, momenti cruciali nei quali tutto può accadere: il completamento, l’interruzione, la distruzione di quanto già esiste[2]».

In questa situazione “sospesa”, e a fronte di «un diffuso appannarsi del senso di appartenenza allo Stato unitario tradizionale[3]», si innesta un vivace dibattito pubblico che, pur concentrandosi principalmente su questioni di natura socio-economica, giuridica e istituzionale, arriva a toccare i fondamenti culturali del continente interrogandosi su quali siano – premesso che esistano – i principi storici dell’identità europea. Amplificata la controversia sulle radici dai mass media tradizionali e, soprattutto, nel web dai social media, l’Europa diventa un nodo storiografico difficile da considerare. Interviene infatti quello che Jürgen Habermas ha definito, all’interno dell’accesa disputa fra gli storici tedeschi (Historikerstreit), «uso pubblico della storia[4]». Tuttavia la rigida contrapposizione tra la storia come scienza e l’uso della stessa a fini pubblici, come non hanno mancato di far notare – tra gli altri – Nicola Gallerano e Giovanni De Luna[5], non tiene conto delle contaminazioni, degli scambi e dei conflitti esistenti tra gli storici di professione e i divulgatori, gli eruditi o – per dirla come Arnaldo Momigliano[6] – gli antiquari, né tantomeno dell’ambiguo e ambivalente rapporto tra storia e memoria collettiva. La prima comprende la seconda senza identificarvisi, così che quest’ultima, pur risultando – spesso – la narrazione di sé da parte di una comunità, ne diviene oggetto di studio. La storiografia infatti assume il compito di ricostruire il passato vagliando le fonti; mentre la memoria, ricordando selettivamente, accende passioni e costruisce tradizioni che sono alla base delle identità comunitarie.

A ben vedere lo stato attuale delle dispute sull’Europa, come testimoniano collane editoriali, programmi scolastici e accademici, all’Unione non manca una storiografia comune, quanto piuttosto una memoria collettiva. Le pagine che seguono non ambiscono a considerare nella sua interezza l’evoluzione storica dell’idea di Europa, né tantomeno, uscendo dal campo della storiografia, intendono porsi al servizio di un’eventuale creazione identitaria. Esse più semplicemente focalizzano la loro attenzione su uno degli elementi costitutivi, forse il più importante (certamente il più evidente) del processo di integrazione europea fin dai suoi albori: la pace. Infatti, spostando il campo di osservazione ai secoli della prima età moderna nei quali si assiste al lento procedere della costruzione di un sistema inter-statale guidato da un droit public d’Europe fondato sui trattati[7], non si può fare a meno di notare un’intensa e copiosa produzione di progetti di pace perpetua in cui sono intervenuti tra gli altri Erasmo da Rotterdam, i francesi Crucé e Sully, i quaccheri John Bellers e William Penn e, nel Settecento, l’abate Saint-Pierre, Rousseau, Bentham e Kant[8].

Non essendo possibile per ragioni di spazio prendere in considerazione l’intero corpus della letteratura utopica sulla pace, in questa sede si è operata la scelta di focalizzare l’attenzione sul progetto che Maximilien de Béthune, duca di Sully, attribuisce a Enrico IV re di Francia e suo mentore. La ragione della scelta operata consiste nel fatto che i testi che tracciano questo Grand Dessein, prendendo a prestito le parole (in traduzione) di Lucien Febvre, «sono pieni di Europa – in quanto – il nome ricorre ad ogni momento. Più esattamente tutte le volte che noi […] sentiamo debba ricorrere, tutte le volte che ce lo aspettiamo[9]». Inoltre il progetto di Sully, ponendosi quale obiettivo la costruzione di una pace duratura attraverso un’architettura istituzionale sovra-statale che non rinnega le singole realtà, non appare soltanto come il frutto di un pensatore politico, ma risulta essere anche un’interessante opera di pianificazione istituzionale da parte di un ministro di stato. In ultimo, se inseriti in una prospettiva più ampia rispetto al loro stesso fine progettuale, pur distanti dall’odierno dibattito politico, rappresentano uno dei primi passi verso una consapevole costruzione di un’unità politica europea.

Prima di addentrarsi più specificatamente nel Gran Dessein de Henry IV è necessario considerare che cosa intenda per Europa il duca di Sully nelle sue memorie. Nel medioevo, Europa è un termine di tradizione greca con un significato eminentemente geografico: è una delle tre parti in cui, insieme a Asia e Africa, è diviso il mondo. Per contro si afferma il concetto di Cristianità come «insieme di tutti i cristiani, persone, intelligenze, volontà e beni, che collaborano nel tempo ai fini religiosi della Chiesa[10]». Al progressivo affermarsi della Chiesa si va a sommare il retaggio della potenza universale dell’Impero romano che si riverbera nel corpus saecularium principium di federiciana memoria. Questi due poteri universali trascendono le realtà spaziali e si costituiscono come guide morali e politiche di società complesse che ne riconoscono la comune appartenenza cristiana, pur permanendo forti differenze tra di esse e all’interno delle stesse.

La peste nera che nel 1348 elimina un terzo della popolazione europea, la caduta di Costantinopoli per mano dei Turchi (1453), la scoperta di un Nuovo Mondo (1492) e il divampare della Riforma protestante del 1517 frantumano la fragile unità culturale prodotta dal tardo medioevo cristiano per aprire le porte allo schiudersi della modernità e, con essa, al concetto contemporaneo di Europa[11]. Essa, per dirla nuovamente con Febvre, va considerata «una unità storica che, come tutte le altre unità storiche è fatta di diversità, di pezzi, di cocci strappati da unità storiche anteriori, a loro volta fatte di pezzi, di cocci, di frammenti di unità precedenti[12]». La convivenza e la contiguità di secolari realtà consolidate con esuberanti istanze riformatrici, che – tra l’altro – è alla base di quella Unity of European Culture descritta da Thomas Stearns Eliot[13], costringe a un cambio di paradigma. La cristianità, dilaniata dalle guerre di religione e in cui l’Impero si riduce a poco a poco nell’alveo di una monarchia composita[14], è costretta a ripensare alle sue dinamiche interne e deve trovare un termine medio per definire se stessa. Il progetto di Sully trova la sua ragion d’essere proprio in questa ridefinizione dei confini fisici e culturali, nonché degli spazi comuni che oggi, a buon diritto, si definiscono Europa.

2. Enrico IV di Borbone e la costruzione di un mito “europeo”.

La rottura della Christianitas intesa come frattura di un’unità politico-culturale si compone sinteticamente di due fattori: uno “religioso” e uno “istituzionale”. Il primo vede la presenza di più confessioni cristiane all’interno dello spazio europeo che non si riconoscono e, anzi, producono un’instabilità politica che perdura per larga parte della prima età moderna. Un tentativo di regolamentare tale giustapposizione si ha nel 1555 con la pace di Augusta dove si afferma il principio cuius regio eius religio, che sta alla base non solo dello stato confessionale[15], ma anche del principio di inviolabilità della sovranità nazionale[16], ribadito ancora nei trattati di Westphalia del 1648. Il secondo invece, ovvero il fattore politico-istituzionale, vede l’insorgenza di nuovi soggetti politici, sorti all’indomani della caduta dei poteri universali, ossia i prìncipi, le corti e i cosiddetti stati moderni. La comparsa di questi ultimi pone in essere una nuova dialettica tra enti dotati della medesima suprema potestas in territori circoscritti, più o meno definiti, e su di una popolazione che vi abita. La specificità di queste relazioni rispetto a quelle intercorse nei secoli precedenti tra città o tra feudatari, risiede nella loro relazione eminentemente giuridica. È – infatti – dal modello del diritto naturale che si fa largo lo ius gentium che tende a sistematizzare e concettualizzare le relazioni giuridiche tra stati scindendole dal diritto interno di ciascuno di essi[17].

Questo processo di frazionamento si riflette in una serie di antinomie che danno vita ad un sistema politico dialettico in cui convivono tra stati e all’interno degli stessi antiche e nuove tendenze egemoniche e una costante ricerca di equilibrio. Emblematico in questo senso è il caso della Francia tra la seconda metà del Cinquecento e l’inizio del secolo successivo dove l’espansione del calvinismo e l’indebolimento delle istituzioni monarchiche avviano un lungo ciclo bellico (otto guerre di religione) che si conclude nel 1598 con la stipula dell’Editto di Nantes. L’instabilità interna si riverbera anche sulle azioni diplomatiche[18], alimentando lo scontro franco-spagnolo che di lì a poco trascolora nel plurisecolare conflitto dinastico tra gli Austrias e i Borbone, coinvolgendo l’area nord-occidentale della penisola italiana[19]. I primi, eredi dell’idea universale del Sacro Romano Impero, ancorché dopo Carlo V divisi in due rami (Spagna e Austria), estendono il proprio potere su un territorio vastissimo; mentre i secondi rappresentano un nuovo modello di impero, più compatto ed efficiente[20]. In questo scenario costellato di ostilità interne ed esterne al regno di Francia operano Enrico IV e il suo ministro delle finanze-confidente Maximilien de Béthune duca di Sully. Ed è proprio a partire da questa narrazione conflittuale che il duca di Sully costruisce il mito del «nostre grande Roy» all’interno delle sue memorie.

Senza entrare nel dettaglio della sua biografia, ampiamente considerata dalla storiografia contemporanea, risulta ugualmente necessario dare qualche coordinata spazio-temporale sulla vita di Enrico IV. Egli nasce nel 1553 a Pau, aderisce apertamente alla causa ugonotta, divenendone in giovane età il referente politico-militare. L’estate dell’anno 1572 segna una svolta decisiva nella vita del giovane Enrico: diviene re di Navarra, sposa Margherita di Valois – sorella di Carlo IX – e qualche giorno più tardi, all’indomani della notte di San Bartolomeo, è costretto ad abiurare. Nel vortice delle guerre civili di religione che insanguinano la Francia del secondo Cinquecento, Enrico si schiera però convintamente con la fazione protestante e in forza delle vicende occorse nella guerra dei Tre Enrichi e la contemporanea morte dei suoi due competitors (Enrico III di Valois ed Enrico di Guisa), nel 1589 diviene erede al trono di Francia. Tuttavia, la scomunica fulminata da Sisto V nel 1585, rende necessaria l’abiura ufficiale al calvinismo che avviene nel 1593 e che apre le porte alla cattedrale di Chartres (non a Reims, come consuetudine dei re di Francia[21]) e alla sua incoronazione. Chiuso il conflitto esterno con la Spagna a Vervins e con il duca di Savoia a Lione tre anni più tardi, Enrico IV perviene ad un delicato equilibrio interno attraverso la già citata pubblicazione dell’editto di Nantes, il nuovo matrimonio con Maria de’ Medici e una ferma decisa affermazione dall’autorità sovrana nei confronti delle rivendicazioni nobiliari, come nel caso del duca di Biron (1602). La prima decade del Seicento si caratterizza per una decisa azione di governo volta da un lato a migliorare l’economia e le finanze del regno, si pensi ad esempio all’introduzione della paulette[22]; dall’altro a collocare la Francia in una posizione geopolitica di garante dell’equilibrio nello scacchiere continentale. La morte senza eredi di Jean-Guillame duca del composito stato di Jülich-Kleve-Berg apre la porta agli opposti appetiti di Francia e Impero, portando l’Europa sull’orlo della sopraccitata guerra tra Asburgo e Borbone. In funzione della guerra Enrico IV pone in essere una serie di accordi con realtà avverse agli Austrias, tra cui si trovano il trattato franco-sabaudo di Bruzolo (già analizzato in altra sede[23]) e le intense attività diplomatiche compiute dai legati francesi a Londra e Roma. La morte di Enrico IV avvenuta il 14 maggio 1610 per mano di François Ravaillac interrompe questo progetto e consegna la figura del sovrano alla narrazione leggendaria[24].

Abbandonando l’histoire événementielle per volgere lo sguardo alla mitologia che si plasma attorno a Enrico IV, egli, come ha avuto modo di sottolineare Francis A. Yates, sceglie di aderire alla tradizione rinascimentale francese facendo sua l’immagine dell’Ercole Gallico, ovvero «l’uccisore dei mostri della guerra e della discordia, colui che aveva restaurato la pace in cui la civiltà poteva tornare a fiorire[25]». Inoltre la figura di Ercole riunisce in sé e compendia le caratteristiche di un buon sovrano, ovvero la forza, «perché, come dice il medesimo Luciano, fu Ercole creduto più forte assai e più gagliardo di Mercurio», e l’eloquenza in quanto «quando parlava, pareva che stilasse dolcissimo mele[26]».

Il mito di Enrico IV non si limita, però, a questa sorta di Simulacro che, tra l’altro, appare piuttosto comune nell’iconografia e nella propaganda degli stessi principi tardo rinascimentali e barocchi, ma trova un’altra caratterizzazione nel suo essere il rappresentante dell’equilibrio di potenza in contrapposizione al modello di monarchia universale il cui rappresentante “moderno” è l’imperatore Carlo V. Tale narrazione trova un suo riferimento storico nel già citato processo di costruzione di un’alleanza in funzione anti-asburgica propugnata da Enrico IV nel primo decennio del XVII secolo e, soprattutto, secondo un modello d’invenzione della tradizione codificato nel 1983 dallo storico inglese Eric Hobsbawm[27], nella distorsione compiuta dal duca di Sully nelle sue Memories des sages et royales œconomies d’Estat domestique, politiques et militaires de Henri le Grand. Le pagine di queste memorie, pubblicate in due tranches la prima a distanza di un quarto di secolo dalla morte di Enrico e la seconda – addirittura – postuma, descrivono un sovrano mitico più che storico, in grado di rappresentare un’alternativa valida ancorché immaginifica alla politica francese gestita dal cardinal di Richelieu. Tuttavia la decisa presa di posizione dell’ex ministro delle finanze è dovuta principalmente alla seconda edizione della Histoire de Henri le Grand, IV de nom dello storico della corte di Luigi XIII del 1635[28], in cui vengono criticate le operazioni condotte dal primo sovrano Borbone della storia di Francia e, sostanzialmente, si ignora l’ugonotto Sully.

La scelta operata dalla storiografia ufficiale da un lato mostra l’oblio in cui è piombato il duca di Sully, praticamente all’indomani della morte del suo mentore; dall’altro evidenzia una diversa percezione delle relazioni inter-statali nell’epoca dello scontro franco- asburgico tra Richelieu e Olivares, analizzato da John H. Elliott[29]. In tutta risposta, Sully descrive «le bon temps» di re Enrico dando vita ad un passato dai tratti nostalgici con numerosi cortocircuiti tra realtà storica – di cui lui è stato, comunque, un osservatore diretto – e costruzioni immaginarie dovute in parte alla distanza tra i fatti e la stesura delle memorie, in parte alla consapevole affermazione di un mito[30]. Due appaiono le questioni rilevanti ai fini del Grand Dessein descritto nelle memorie che marcano una certa distanza tra i fatti occorsi tra il 1603 e il 1610 e le descrizioni poste in essere dall’autore: la inscindibilità del binomio re-ministro nell’azione politica e il passaggio da un’alleanza in funzione anti-asburgica, ancorché allargata, a una costruzione politico-istituzionale di respiro europeo.

Il rapporto tra Enrico di Navarra e Maximilien de Béthune trova la sua origine nella comune appartenenza alla causa ugonotta. Al termine delle guerre di religione che li vede combattere insieme, una volta assurto al trono di Francia, Enrico vede nel duca di Sully il suo principale consigliere e gli affida la sovraintendenza delle finanze e, nel tempo, numerose altre cariche e funzioni, tra cui grand maître dell’artiglieria francese, grand voyeur, governatore della Bastiglia e sovraintendente alle fortificazioni[31]. D’altro canto il Sully partecipa della propaganda iconografica del nuovo sovrano, arrivando fino a fondare una città nel suo principato, Henrichemont, in onore del sovrano che ha pacificato la Francia. A differenza di quanto occorso al sovrano, però, il duca di Sully non rinuncia mai al calvinismo e questo, nonostante venga inserito nel consiglio di reggenza istituito in seguito alla morte del re, lo rende inviso alla corte di Maria de’ Medici, decisamente meno indulgente con i servitori ugonotti del marito[32], e in pochi anni lo costringe al ritiro nei suoi feudi. L’attaccamento alla propria religione ha causato però anche un certo scollamento tra il duca di Sully e lo stesso Enrico IV nei suoi ultimi anni di vita. Quest’ultimo – infatti – offre più volte al suo fedele servitore la carica di connestabile di Francia a patto che si converta al cattolicesimo, ma egli rifiuta in ogni occasione, dando vita ad una tensione crescente tra la corte di Enrico IV e il sovraintendente alle finanze[33].

In realtà il vero exegi monumentum compiuto da Sully è il grande piano di costruzione della “nuova Europa” in cui tutte le potenze sono in equilibrio. Il punto di partenza storico è il processo di riavvicinamento tra le corti di Francia e quella d’Inghilterra tra la fine del Cinque e l’inizio del Seicento e le successive trattative londinesi per un’alleanza anti-spagnola all’indomani dell’ascesa di Giacomo I Stuart al trono d’Inghilterra. Seguono poi i negoziati con alcuni potentati italiani, tra cui Venezia e Savoia, e altri nelle Fiandre e nelle nascenti Province Unite. Questa attività diplomatica, documentata un po’ ovunque negli archivi europei, rientra nel naturale corso della geopolitica francese antecedente la Rivoluzione diplomatica, senza implicare affatto l’esistenza di un piano programmatico di riorganizzazione dell’intera Europa ma neppure, come sostenuto da Eduard Rott sul finire del XIX secolo[34], un tentativo di polarizzare tutti gli stati non facenti parte della galassia asburgica sotto l’egida della corona di Francia.

Se la si osserva in un arco temporale più ampio, la coalizione che il re di Francia intende porre in essere sul finire del primo decennio del XVII secolo è dovuta ad un fatto piuttosto puntuale, ossia la successione dei ducati uniti di Jülich-Kleve-Berg. Perciò, fatto salvo un latente contrasto tra i due poli politico-diplomatici dell’Europa del Seicento (ossia Parigi e Madrid), aderendo alla lezione di Michael Hayden[35], non si può fare a meno di notare nella politica estera francese tra il trattato di Vervins (1598) e il matrimonio tra Luigi XIII e Anna d’Austria (1615) una certa continuità improntata al dialogo con la corte di Spagna e volta a disinnescare – per quanto possibile – le crisi, divenute ormai endemiche, tra cattolici e protestanti in area tedesca. Il duca di Sully, quindi, contestando la nuova politica interventista della corte di Francia – guidata dal suo astro nascente, il cardinal Richelieu – esaspera la funzione mediatrice di Enrico IV attribuendogli un piano che, con tutta probabilità, il sovrano si era mai neppure immaginato.

Le pagine relative al gran disegno, però, non vengono edite nella prima edizione a stampa delle œconomies royales ma, ancorché il testo risulti composto con un discreto grado di certezza tra il 1611 e il 1617[36], soltanto nel 1662[37], un anno dopo la presa del potere da parte di Luigi XIV. Gli anni della fabbrica del Sole[38] rappresentano l’inizio della fortuna del mito di Enrico IV come restauratore della pace in Europa e propugnatore di un nuovo ordine continentale il cui perno è, giocoforza, la Francia. Non stupisce perciò che Charles-Irénée Castel de Saint-Pierre sul finire della guerra di successione spagnola ponga in essere il suo Projet de traité pour rendre la paix perpetuelle en Europe e ne attribuisca la paternità proprio ad Enrico IV. In realtà il progetto dell’Abbé de Saint-Pierre rientra più nell’alveo dello sviluppo dell’idea pacifista, che in una sistematica e pragmatica progettazione politico-diplomatica[39]; tuttavia il riferimento esplicito alle pagine di Sully, così come gli apprezzamenti dimostrati da Rousseau, dimostrano che il Gran Dessein è conosciuto, discusso e apprezzato nelle élite culturali che danno vita a quella crisi della coscienza europea che rappresenta uno dei pilastri moderni della cultura occidentale[40].

3. La “Res publica Christiana” d’Europa.

Abbandonato dunque il piano dell’effettività storica, il Gran Disegno rientra a buon diritto nel novero dei progetti utopici di pace perpetua che dal XVI secolo in poi vede impegnati numerosi pensatori[41]. Tra questi, in area francese, si trova il testo di Emeric Crucé Le Nouveau Cynée ou Discours d’Estat che viene pubblicato nel 1623, quindi tra la stesura delle memorie di Sully e l’edizione a stampa della prima parte.

Il testo di Crucé, rifacendosi alle teorie espresse da Erasmo da Rotterdam nel Querela Pacis (1517), indica nel superamento della guerra come risoluzione dei conflitti politici, dopo averne indicato le cause, il punto di partenza (e di arrivo) dell’unione di tutti i sovrani, non solo europei[42]. La risoluzione delle controversie avviene pressoché esclusivamente su un piano negoziale e per dare effettività a ciò Crucé indica nella costituzione di un’assemblea permanente di tutti i prìncipi con sede a Venezia, in quanto ritenuta realtà neutrale[43].

Il piano elaborato nel Nuovo Cinea condivide con il disegno di Sully lo stesso modello concettuale di ordine politico i cui perni sono «le relazioni diplomatiche tra Stati sovrani, le soluzioni arbitrali per la conservazione degli equilibri esistenti, la persistente immagine gerarchica degli Stati e delle potenze, i “diritti di precedenza” e le limitazioni di rappresentanza[44]». Tuttavia forte è la distanza tra i due progetti per quanto riguarda le modalità di raggiungimento della pace. Il primo, infatti, si basa sulla presunzione di esistenza di un intrinseco desiderio umano di evitare la guerra; il secondo non disdegna l’uso della forza sia per limitare la potenza asburgica che per dare vita a una nuova crociata contro i Turchi a cui dovrebbero partecipare tutti i sovrani d’Europa[45].

Entrando maggiormente nel dettaglio del Grand Dessein, il primo aspetto che si considera fa riferimento alla religione. L’insorgenza e la consolidazione di realtà confessionali cristiane in contrapposizione teologico-politica con il cattolicesimo romano, suggerisce al calvinista Sully di pianificare un’armonizzazione delle religioni presenti nello spazio europeo. In base al fatto che «chacune de ces trois religions se trouvant aujourd’hui établie en Europe, de manière qu’il n’y a aucune apparence qu’on pût venir à bout d’y en détruire aucune des trois[46]», egli propone di considerare valide le tre confessioni, riconoscendo ai prìncipi la possibilità di difesa delle proprie religioni (nelle aree italiana e iberica quella cattolica, in area tedesca la protestante e in Inghilterra la calvinista), purché riconoscano vicendevolmente le altre e, soprattutto nei paesi in cui non vi è la predominanza dell’una sull’altra (come nella Francia del XVII secolo), si instauri un regime di tolleranza. Al di fuori dal “recinto” religioso europeo viene posta la religione ortodossa, considerata eretica e venata da «mille pratiques superstitieuses». Perciò lo zar ha di fronte a sé un bivio, convertirsi ed entrare nella grande alleanza europea oppure essere dichiarato nemico e quindi subire la conquista dei propri territori fino agli Urali. Fine primario di questo equilibrio religioso è quello di fare fronte comune contro la Sublime Porta per mezzo di una spedizione militare, il cui costo dovrebbe gravare proporzionalmente su tutti i componenti dell’alleanza cristiana. In questo senso, Sully fornisce dettagliatamente i numeri che i singoli stati sarebbero tenuti a garantire, per un totale previsto di duecentosettanta mila uomini di fanteria, cinquanta mila di cavalleria, duecento cannoni e centoventi navi. A prima vista, questa guerra contro il Turco, ricorda anche nominalmente le crociate medievali; tuttavia vi è una grossa differenza: non vi è più alcun interesse a liberare il sepolcro di Cristo, ma piuttosto il difendersi da un pericolo quanto mai immanente qual è il Sultano ottomano le cui truppe ancora nel settembre 1683 combattono sotto le porte di Vienna[47].

Da un punto di vista strategico l’obiettivo da raggiungere è quello di cercare di conquistare le zone dell’Asia più prossime all’Europa e le coste settentrionali dell’Africa «trop voisine de nos états, pour n’en être pas incommodés[48]», al fine di rafforzare la pace interna all’Europa.

La parte più specificatamente politica del disegno, come sottolineato dallo stesso duca di Sully, verte pressoché unicamente sul depotenziamento della casa d’Austria, identificato come elemento preliminare a tutto il resto. È necessario, dunque, non solo porre fine al sogno della monarchia universale portato avanti da Carlo V e dai suoi figli perché l’impero «n’a pas plus de droit que tous les princes d’Allemagne, et même d’Europe», ma anche ridurre i possedimenti territoriali interni al continente degli Asburgo. Essi sono invitati perciò a lasciare i loro possedimenti in area tedesca, in Italia e nei Paesi Bassi, riducendosi – sostanzialmente – al regno di Spagna «entre l’Océan, la Méditerranée et le Pyrénees», a cui vanno aggiunte la Sardegna, le isole Baleari, le Canarie, le Azzorre e tutto quello che gli Austrias posseggono in America e in Asia. Inoltre, come ricompensa dei territori persi nell’Europa Centro-meridionale, avrebbero potuto estendere la loro influenza politica e commerciale nel resto del mondo.

Nei territori persi dalla casa d’Austria si gioca la ridefinizione dei confini e, quindi, degli equilibri dell’intero continente. Si costituisce l’impero di Germania in cui confluiscono larga parte degli elettorati tedeschi; Boemia, Slesia e Moravia si uniscono per dare vita al regno di Boemia; l’Ungheria diventa un regno autonomo e acquisisce alcune terre dell’arciducato di Austria e dell’area adriatica dell’Impero; la confederazione elvetica ottiene i territori asburgici di tradizione borgognona, eccettuate le Fiandre che, nonostante la confusione posta in essere nel testo da Sully, dovrebbe confluire insieme alle Province Unite nella repubblica belgica. Nella penisola italiana, invece, il ducato di Savoia acquisisce quello di Milano e il Monferrato per dare vita al regno di Lombardia; la repubblica di Venezia ottiene la Sicilia; mentre il pontefice viene riconosciuto quale potente principe secolare e i suoi stati vengono fusi con il regno di Napoli; infine i potentati del centro-nord (repubbliche di Genova e Lucca, granducato di Toscana e i ducati di Mantova, Modena e Parma) danno vita ad una sorta di Commonwealth italiano[49]. Completano il quadro europeo i regni di Portogallo, Polonia, Danimarca, Svezia e Inghilterra; dal canto suo il regno di Francia «ne se réservoit rien pour elle-même dans ces différens démembrements, que la seule glorie de les distribuer avec équité[50]».

La nuova Europa proposta da Sully risulta armonizzata da un punto di vista religioso e vede dunque la presenza di quindici stati maggiormente rispettosi di quelle che Stawell definisce «the natural disposition and peculiar characteristics of people and races[51]», rispetto alle utopie unitarie di derivazione tardo-medievale. Essi vengono inoltre suddivisi in tre grandi categorie: sei monarchie ereditarie (Francia, Spagna, Inghilterra o Gran Bretagna, Danimarca, Svezia e Lombardia); cinque monarchie elettive (l’Impero, Papato, Polonia, Ungheria e Boemia) e le repubbliche di Venezia, quella d’Italia (o ducale), la Svizzera e, infine, quella belga. Affinché si possa instaurare un effettivo equilibrio delle potenze europee, il duca di Sully pone in essere un consiglio generale a cui partecipano i rappresentanti di tutti gli stati, quattro membri per i dieci più grandi (Impero, papato, Francia, Spagna, Inghilterra, Danimarca, Svezia, Lombardia, Polonia e Venezia) due per i restanti, ovvero Boemia, Ungheria, Belgio, le confederazioni italiana e svizzera. I delegati degli stati si riuniscono nel consiglio «pour délibérer sur les affaires survenantes, s’occuper à discuter les différens intérêts, pacifier les querelles, éclaircir et vuider toutes les affaires civiles, politiques et religieuses de l’Europe, soit avec elle-même, soit avec l’étranger[52]».

Non potendo rifarsi esplicitamente al Reichstag, il ministro di re Enrico IV accomuna l’intero progetto a quello dell’Anfizionia di Delfi dell’antica Grecia, in cui vi era un consiglio che aveva autorità religiosa e, per certi versi civile, ed aveva l’obiettivo di sostenere e difendere i templi di Demetra e Apollo. Tuttavia, il percorso che le singole realtà europee avrebbero dovuto compiere per giungere alla res publica christiana nei suoi fondamenti teorici e pratici affonda le radici nell’Italia del Rinascimento in cui, con la pace di Lodi (1454) e con la successiva codificazione di Machiavelli e Guicciardini, si afferma la teoria dell’equilibrio. Infatti, come avvenuto con Lorenzo de’ Medici nell’Italia del secondo Quattrocento, anche nel progetto di Sully c’è bisogno di un garante ultimo e questi non può che essere Enrico IV. Non a caso, lo stesso ministro concede al re di Francia una sorta di ruolo di primus inter pares affinché mantenga gli equilibri interni e guidi l’alleanza contro i nemici esterni[53].

In sintesi, facendo proprie le parole di Heikki Mikkeli, il progetto nato tra le pagine delle œconomies royales fonde insieme «gli ideali medievali di un impero e una comunità cristiana abbraccianti tutta l’Europa con l’idea di una politica basata sull’equilibrio di potenze tra stati sovrani e regime monarchico[54]».

Risulta piuttosto complesso concludere sinteticamente il percorso dal generale al particolare affrontato in queste pagine, che ha considerato in prima battuta l’idea di Europa e la sua collocazione nel dibattito pubblico, per poi soffermarsi sul cruciale passaggio della storia del vecchio continente che ha visto il venir meno dell’universalità dei concetti di Chiesa e Impero e giungere – infine – all’analisi precipua del mito di Enrico IV e del suo gran disegno. In ogni caso non pare inutile sottolineare i tratti peculiari del progetto europeo di Sully in relazione al dibattito odierno sull’Unione Europea, evitando di commettere l’errore di leggere il presente con categorie passate (e viceversa) o, peggio ancora forzare la storia al presente. Innanzi tutto, infatti, è bene ricordare che il Grand Dessein nella sua definizione è un prodotto del passato e come tale va trattato. Tant’è vero che gli elementi socio-economico-commerciali che caratterizzano oggi l’Unione Europea sono pressoché assenti. La ricerca di un equilibrio politico che pervade il testo del Sully rappresenta però una risposta, o se si preferisce, una naturale reazione all’affermarsi del mito della dominazione universale, risultandone il contraltare storico[55]. Tale bilanciamento, però, non risiede solo nella sfera politico-militare, ma per Sully assume un rilievo significativo anche da un punto di vista culturale e religioso. Per far sì che ciò accada è necessario che ciascuna realtà politica e religiosa presente nel continente riconosca l’altra come diversa da se stessa, ma uguale nel diritto di esistere.

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    1. Il discorso è pronunciato alla Conferenza Parlamentare Europea il 21 aprile 1954 a Parigi.
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    46. Si cita l’edizione delle memorie rivista e ordinata dall’Abbé de l’Écluse des Loges e pubblicata a Londra a partire dal 1745. Essa è suddivisa in otto volumi, nell’ultimo dei quali è inserito il testo del Gran Dessin. Sully, 1767, p. 248
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