La prima Europa. Qualche nota sul mito dell’autoctonia dei popoli del Mediterraneo tra antiquaria, storia e nazionalismo

Antonino DE FRANCESCO

Università degli Studi di Milano

antonino.defrancesco@unimi.it

Abstract: L’articolo torna sul fallimento della costituzione europea a seguito dei referendum del 2005 per sottolineare le capacità di resistenza dei nazionalismi attraverso l’importanza di un tema che suona oggi desueto: il ricorso all’antichità e all’autoctonia dei popoli europei. Il saggio insiste sulle capacità di adattamento dell’antiquaria agli sviluppi scientifici delle discipline storico-antropologiche e archeologiche per sottolineare come ancora oggi essa costituisca un punto di riferimento nel mantenimento dei nazionalismi. Facendo perno sul caso francese, le pagine si allargano agli esempi italiano, balcanico e spagnolo per sottolineare come l’uso e l’abuso del ricorso all’antichità delle rispettive nazioni abbia creato un’identità mediterranea. La riscoperta nel corso del secolo XIX dei popoli dell’antichità – celti, Iberi, fenici, italici, illiri – suona testimonianza dell’importanza del tema per la nascita di molteplici nazionalismi. Mediante lo studio delle opere pubblicate al riguardo a far data dal 1789, il saggio spiega come gli immaginari nazionali abbiano configurato modelli ideologici destinati a plasmare culture politiche e narrative nazionali di largo impatto ancor oggi.

Parole chiave: Antichità, Europa Mediterranea, Nazionalismo, Culture politiche

È ormai un luogo comune indicare la data di origine della crisi europea nella tarda primavera del 2005, quando Francia e Olanda, a seguito di referendum, respinsero il testo della costituzione europea messa a punto dalla commissione presieduta da Valery Giscard d’Estaing. A seguito di quel risultato, per molti versi inatteso, Regno Unito, Polonia e Danimarca prontamente annullarono la loro consultazione popolare e resero dunque impossibile la ratifica del testo, che pure era stato firmato a Roma dai venticinque capi di stato e di governo il 29 ottobre dell’anno precedente.

In effetti, la bocciatura del trattato segna uno spartiacque tra una fase nella quale, nonostante tutto, il progetto europeo sembrava avere il vento in poppa – e di cui fanno prova gli allargamenti del 1995 e soprattutto del 2004 – e altra dove, anche come reazione ad una precipitosa politica di ampliamento che destava un forte timore sociale a fronte di possibili ondate immigratorie e concorrenza di prodotti, le resistenze si fecero invece marcate. Se è in larga misura riduttivo datare alla bocciatura del progetto di costituzione la nascita di un sentimento anti-europeo e la comparsa dei primi cosiddetti populismi, non vi è però dubbio che quel passaggio ponesse fine alla fiduciosa certezza che, nonostante tutto, il processo d’integrazione europea fosse irreversibile e che fosse sufficiente giocare al tavolo del rilancio per avere ragione delle resistenze che pure, anche in precedenza, non avevano mancato di manifestarsi[1]. Inoltre – ed è questo il punto che qui si vorrebbe sottolineare – trovò ostacolo il convincimento che la nuova Europa, sorta grazie alla rivoluzione del 1989, fosse un luogo dove libertà ed eguaglianza ne reggessero ormai i destini e che la sua ricomposizione, dopo l’innaturale divisione seguita al secondo conflitto mondiale, fosse un fatto inevitabile e per certi versi già compiuto.

A ben vedere, il fatto che proprio la Francia e l’Olanda bocciassero la costituzione indica come il progetto europeo si fosse spinto in una sorta di terra di nessuno, dove due dei paesi fondatori decidevano di non seguire più le direttive europee, che sembravano a lor volta dominate da uno spirito livellatore verso il quale alta si faceva la diffidenza. Vi è del vero nella considerazione che vuole il referendum francese come una preoccupata risposta ad una unità europea che, spostandosi a est, segnava la centralità, non solo geografica, della Germania riunificata. Ma ancor più importante, a determinare il rifiuto della costituzione, sembra la presa d’atto in ampi settori dell’elettorato che stesse per venir meno un complesso di valori identitari sui quali soprattutto la Francia aveva costruito la propria immagine e che la costituzione europea, alla ricerca di un punto di equilibrio tra le diverse sensibilità, aveva preferito puntualmente evitare. Non si vuol qui fare riferimento a un indistinto nazionalismo, che – lo vedremo – è tratto caratteristico di ampie parti del continente, quanto a quello specifico sentimento di nazionalità che in Francia si colora di uno preciso tratto politico ereditato dalla rivoluzione del 1789 e che la costituzione europea largamente disattendeva.

Tutto questo però era in netta controtendenza rispetto a quanto aveva dominato il discorso pubblico degli anni Novanta del secolo scorso, quando proprio il riferimento alla rivoluzione francese intesa come sorgente dei valori di libertà e di eguaglianza era sovente tornato a legittimare i presunti radiosi destini della rinnovata Europa.

D’altronde, giusto in precedenza, l’occasione del bicentenario della grande rivoluzione aveva molto contribuito in tal senso, perché le celebrazioni – pur nello sguardo allargato ai progressi dei valori del 1789 nel mondo intero – avevano nella sostanza ribadito l’insostituibilità del modello francese sulla via della modernità politica[2]. Prova provata di quanto or detto è la circostanza che, per l’occasione, proprio la politica avesse preso in mano la ricorrenza e si fosse incaricata di declinare l’avvenimento rivoluzionario nei termini della condivisione, quando il tema, proprio negli anni immediatamente precedenti, aveva invece molto contrapposto la storiografia francese[3].

Come è noto, sin dalla fine degli anni Settanta, la tradizionale ricostruzione di una rivoluzione progressiva dove il Terrore era il punto più alto del processo di democratizzazione era stata sfidata dal revisionismo di François Furet, che aveva proposto una lettura nella quale l’anno II, ossia la stagione di quel governo rivoluzionario dominato dalla figura di Robespierre, anziché acme del processo democratico era la prefigurazione della deriva totalitaria di cui la storia europea avrebbe poi dato altre e parimenti drammatiche prove[4]. Tuttavia, il bicentenario era occasione troppo importante perché la presidenza Mitterrand lasciasse che potesse degenerare nella diatriba tra scuole storiografiche contrapposte. La ricorrenza divenne così l’opportunità per tenere assieme nell’abbraccio della Repubblica l’interpretazione classica e quella revisionista, ponendole entrambe – ed è questo il punto da sottolineare – sotto il segno di una eccezionalità francese destinata a illuminare di sé l’Europa e gli altri continenti. L’immagine della Francia rivoluzionaria nel mondo – dove a dominare erano la libertà e i diritti dell’uomo – era d’altronde il tema del convegno organizzato a Parigi sotto gli auspici della presidenza Mitterrand e l’argomento suggeriva un rassemblement patriottico al quale nessuno si sarebbe potuto (e dovuto) sottrarre. Per questo motivo, l’incontro ebbe come vero filo conduttore il modo appassionato con il quale, fuori di Francia, si fosse guardato alla rivoluzione e quanto il suo esempio fosse stato presto un punto di riferimento per avviare negli altri paesi l’apprendistato alla modernità politica.

E sulle prime una prospettiva siffatta sembrava davvero in grado di avere successo: in fin dei conti, spostare il significato della rivoluzione fuor dall’Esagono significava restituire alla Francia una peculiarità politica e culturale nei confronti del mondo intero sulla quale, non si fosse troppo sottilizzato sul modello di eredità lasciato agli altri, tutti potevano, almeno in linea di principio, concordare. I risultati non furono poi insoddisfacenti: il bicentenario sembrò dare ragione, a livello internazionale, a quanti facevano del 1789 l’evento universale della contemporaneità, tanto più che in parallelo cadde il meteorite dell’altro Ottantanove, destinato a porre in breve tempo fine alla divisione dell’Europa ereditata dal secondo conflitto mondiale. Le rivoluzioni democratiche nel mondo comunista parvero la condanna senza appello di quel rinvio all’Ottobre che aveva a lungo dominato la storiografia rivoluzionaria di secolo XX e sancirono il definitivo trionfo delle tesi di Furet, che mai aveva smesso di denunciare la natura profondamente autoritaria di quel nesso. Il crollo del comunismo rilanciava così l’immagine del 1789 in una chiave liberale e democratica, mentre l’immane svolta politica seguita al crollo del muro di Berlino favoriva una rilettura della storia d’Europa in termini unitari; da qui tornava a prender forza la tesi di un vecchio continente costruitosi sotto il segno di un percorso dai tratti largamente comuni, che permetteva di rilanciare, proprio recuperando i valori del 1789, quegli ideali di libertà e di eguaglianza attorno ai quali la rivoluzione francese aveva fissato la propria immagine nel tempo.

Proprio François Furet sembrò cogliere la possibilità di rileggere la storia d’Europa sotto il segno di una democrazia politica che gli pareva ormai irreversibile. In un intervento tenuto a Roma alla Camera dei Deputati sul finire del 1991, all’indomani insomma del tracollo dell’Unione Sovietica, egli addirittura profetizzò un futuro per l’Europa dove i diritti civili, magnificati da una rivoluzione che il Terrore aveva a suo tempo travolto, potessero tornare a guidare la politica democratica del vecchio continente. Nelle sue parole sembrava quasi che la sua lettura della rivoluzione, incubatrice sin dagli inizi del futuro totalitarismo, lasciasse ormai il passo a un ben più misurato approccio, dove «les principes de 1789 afin apprivoisés dans des institutions libres, et rapprochés par l’experience de la tradition américaine» fossero l’orizzonte della nuova politica entro cui ricomporre l’intero vecchio continente[5].

Il futuro della nuova Europa sembrava insomma tracciato lungo le vie maestre di una democrazia rappresentativa nella quale tutto il continente, superata l’innaturale divisione ereditata dal secondo conflitto mondiale, potesse tornare a riconoscersi. E su questo terreno si sarebbe avuto dapprima l’ampliamento a nord del 1995 e quindi, sempre sotto il segno di un continente luogo di libertà e di eguaglianza sotto il segno della democrazia rappresentativa, quello a est del 2004. Tutto questo imponeva tuttavia di metter di lato i nazionalismi, che la Germania si era detta disposta a fare in nome dell’europeismo, ma che la Francia, proprio perché si considerava paladina politica della nuova Europa, incontrava maggiori difficoltà ad accogliere.

Anzi, la centralità politica del modello storico francese avrebbe suggerito, all’indomani del 1989, una sorta di equivalenza con l’idea stessa di Europa, di cui fa prova il proposito di individuarne addirittura una radice storica, dove il lontano passato si annodasse e intrecciasse con il tempo presente. Quasi a voler dettare una linea politico-culturale alla nuova Europa, che avesse come termine conclusivo il 1789 e come punto d’origine un’antichità condivisa, la risposta venne trovata, grazie al contributo dell’archeologia, tramite una ripresa del tradizionale tema antiquario del celtismo. L’argomento – è cosa nota – aveva accompagnato il processo di formazione della nazionalità francese uscita dalla Rivoluzione: sin dagli anni napoleonici, la nascita di una Académie Celtique, voluta dall’imperatore stesso, avrebbe testimoniato la volontà del nuovo ordine di rintracciare in un lontano passato preromano le origini della civiltà nel vecchio continente e confermato, di conseguenza, le mire egemoniche della Francia imperiale sull’Europa continentale[6].

Il tema avrebbe da allora accompagnato il processo di nazionalizzazione in Francia, tanto che nel corso del XIX secolo l’antichità celtica divenne un argomento centrale negli studi eruditi e conobbe i propri risultati migliori giusto al tempo della III Repubblica, quando il mito di Vercingetorige, sfortunato condottiero dei galli contro Cesare, avrebbe fatto ingresso addirittura nei programmi di insegnamento della nuova scuola pubblica e laica.[7] Non deve allora stupire che il mito dei celti, antenati del popolo francese, mantenesse larghe fortune nel corso del Novecento – puntualmente riproponendosi anche ai tempi di Vichy – per conoscere poi un’autentica estate indiana giusto negli ultimi due decenni del secolo, quando parve anticipazione di quanto, sul terreno della storia moderna, l’Europa non poteva certo contestare alla Francia.

Le sequenze della riscoperta del mondo celtico nel tardo secolo XX sono al riguardo molto significative: un punto di svolta si ebbe sul finire degli anni Ottanta, quando nel volgere di breve tempo vennero messe a punto una dozzina circa di mostre, all’interno delle quali prendeva forma e forza l’ipotesi di fare di quella lontana realtà una sorta di prima Europa.[8] Il profilo politico delle iniziative era abbastanza chiaro: esse dovevano legittimare una sorta di lontana unità del vecchio continente, dove l’antichità celtica diveniva una carta al tavolo da gioco della costruzione della nuova identità europea chiamata a sorgere dal ricongiungimento delle due parti a lungo divise. Dalla mostra presentata in Stiria, che intendeva magnificare «una prima forma di unità europea» alla grande esposizione di Venezia del 1991, dove il titolo recitava I Celti. La Prima Europa, il passo era breve, perché nel discorso pubblico quell’antica popolazione si trasformasse nella radice – anche etnica oltre che culturale – della maggior parte dei popoli dell’Europa occidentale e valesse a ribadire il primato dell’Ovest su un Est appena ricongiuntosi alla casa comune, ma anche (ed era strettamente consequenziale) quello di Francia rispetto agli altri e vicini paesi.

Le considerazioni che accompagnavano le mostre sui celti talvolta esplicitano senza troppi scrupoli questo tentativo di sovrapporre il tardo passato al tempo presente: così, in Belgio, una esposizione non mancava di ricordare come l’originale cultura di quel popolo fosse alla base dello sviluppo europeo e quanto un’eredità siffatta informasse e desse coesione all’identità culturale d’Europa. E ancora: sempre in occasione della grande mostra veneziana, l’accento tornava insistito sull’antichità celtica, indicata come la prima chiaramente declinata su una base europea e addirittura si suggeriva un puntuale nesso con il tempo presente perché se ne faceva la radice profonda dell’identità culturale del vecchio continente. A ben vedere, il proposito di costruire un’identità europea sul trascorso storico di Francia, anche nella declinazione politica poi assunta dopo il 1789, era un’operazione che disponeva di qualche vantaggio: portava all’indietro il tempo dell’unità europea, rinunciando al modello della romanità che proprio i trascorsi dell’Italia fascista rendevano improponibile; poteva al riguardo far conto su una tradizione antiquaria che proprio in Francia – come avrebbe ricordato il grande storico dell’antichità Arnaldo Momigliano in un memorabile intervento al Warburg Institute del 1955[9] – mai era venuta meno al compito di magnificare i destini nazionali; e infine ben si coniugava con l’operazione di rilancio della Francia avviata dalla presidenza Mitterrand, che infatti, sin dal 1985, parlando in occasione di un pubblico incontro sul tema, aveva insistito sulla natura libera delle genti galliche, che se mai avevano preteso di uniformare nella forma della statualità la loro presenza in larga parte del continente, l’avevano però segnata in modo indelebile quale prima e grande affermazione di una cultura propriamente europea.[10]

E tuttavia, il proposito di fissare le origini dell’Europa attorno a un’antichità celtica, che correva dalla penisola iberica sino alle isole oltre la Manica per muovere poi attraverso l’Italia settentrionale e oltre era destinato a infrangersi a fronte dell’irredimibile diversità di Germania. Anzi, proprio la circostanza che la riunificazione tedesca avvenisse sotto il segno di un rinnovato europeismo segnava la pronta conclusione di quel tentativo e mostrava come la via dell’antichità pre-classica alla costruzione delle origini dell’Europa fosse nella sostanza preclusa. Per questo motivo, la questione delle origini cambiò di segno e divenne inevitabile rinunciare ad una lontanissima comune ascendenza che raccogliesse tutti (o quasi) i popoli d’Europa: i primordi della civiltà europea vennero così restituiti a un lontanissimo trascorso, dove tutti i popoli che l’avrebbero poi forgiata sarebbero giunti solo a seguito di altrettante immigrazioni. L’operazione era semplice e al tempo stesso fragile: si trattava di liquidare l’antichità delle nazioni nell’indistinto crogiuolo di un tempo lontanissimo e primordiale, dove la storia cedesse il passo a un lontano favoloso, grazie alla cui indefinitezza nessuna gente potesse vantare il primato dell’autoctonia. In tal modo tutti potevano essere soddisfatti e si sviluppava un’operazione nella quale ognuna delle parti d’Europa potesse in qualche misura riconoscersi.

È quanto puntualmente torna nel preambolo al testo costituzionale bocciato nel 2005, che costituisce un esercizio di equilibrismo politico-culturale, dove sono riassunte le molte difficoltà che in tal modo si riteneva se non di superare di poter almeno eludere. L’avvio è nella famosa frase tratta da Tucidide, dove si ricorda come la democrazia sia alla base del governo dell’antica Atene, ma da lì prende forma un breve excursus storico che sottolinea come l’Europa, continente portatore di civiltà, sia il prodotto di popoli «giunti in ondate successive fin dagli albori dell’umanità», che vi hanno sviluppato i valori alla base dell’umanesimo. Segue il riconoscimento – ancora una volta generico e quindi apparentemente onnicomprensivo – alle eredità culturali, religiose e umanistiche dell’Europa, che avrebbero garantito il rispetto dei diritti dell’uomo e della legge, cui tien dietro il volo pindarico della fiducia incrollabile in una Europa che, finalmente riunificata, approfondirà pace ed eguaglianza e forgerà il proprio comune destino mantenendo fierezza dello specifico passato di ciascuno, ma inalberando la ferma volontà di superare le antiche divisioni. Il risultato è una sottoscrizione al tavolo dell’unità nella diversità, che avrebbe dovuto sancire il ruolo della nuova Europa quale grande spazio di attenzione della speranza umana.

Non si può certo addossare al preambolo soltanto la responsabilità del fallimento al momento della prova del voto popolare: e tuttavia, la superficialità di quelle parole non va passata sotto silenzio, perché riassume in modo esemplare il verticismo che dettava la proposta. A fronte delle molteplici difficoltà che la storia, passata e recente, nonché le tradizioni culturali avevano frapposto sulla via dell’unità, i sostenitori della nuova Europa rispondevano solo con una dichiarazione di principi che in sé avrebbe dovuto raccogliere (e dissolvere) le troppe contraddizioni della società e della politica del vecchio continente.

Curiosamente, questo aspetto è passato in larga misura sotto silenzio, messo in disparte dalle forsennate considerazioni sull’opportunità o meno di ricordare le radici giudaico-cristiane nella costruzione dell’identità europea. Come è noto, quel dibattito – che informò in modo particolare anche la politica italiana – non portò a nulla, perché sempre alla ricerca di un equilibrio (puntualmente elusivo) si preferì lasciar da parte ogni riferimento al riguardo per correre a trovar rifugio in un generico umanesimo attorno al quale l’Europa intera si sarebbe nei tempi trascorsi raccolta. Dello stesso genere, non di meno, era la disattenzione che gli estensori della carta mostrarono circa l’antropologia antica dell’Europa, perché – nell’intento di combattere ogni forma di nazionalismo – si suggeriva come gli antenati degli europei fossero dei migranti che per raggiungere il vecchio continente si sarebbero mossi d’altrove. Il punto non è certo da sottovalutare, perché entrava deliberatamente in rotta di collisione con ogni riferimento all’autoctonia dei popoli europei per suggerire come il vecchio continente, frutto dell’incontro delle più disparate genti, dovesse su quel terreno sempre restare e dunque mostrarsi ormai impermeabile al richiamo dei nazionalismi ed anzi proporsi come un luogo aperto ai fenomeni immigratori.

I tempi presenti si sono fatti carico di dimostrare come il progetto di allora riflettesse un mondo ben diverso, dove gli effetti della crisi economica e del terrorismo di matrice religiosa non si erano ancora manifestati. Tuttavia, al di là delle considerazioni al riguardo dettate dal facile senno del poi, resta il fatto che la proposta costituzionale era comunque già allora in chiara controtendenza nei riguardi di una tradizione culturale europea, che proprio sull’autoctonismo dei singoli popoli aveva costruito le singole nazionalità. In altri termini, il rilancio al tavolo dell’incontro di popoli tutti tra sé differenti e nessuno in buona sostanza deputato a reclamare una anche solo presunta antichità andava contro quella ampia e radicata produzione antiquaria che – soprattutto nel corso del XIX secolo – aveva accompagnato il processo di nazionalizzazione dell’Europa.

Non si trattava di una dimenticanza e neppure di una superficiale sottovalutazione del problema, quanto della fiduciosa attesa che il ritorno in auge dell’Europa seguito al 1989 e la sua nuova uniformità sotto il segno dei valori di libertà ed eguaglianza fossero in grado di recidere un trascorso dal quale aveva preso forma, agli inizi del secolo XX, prima, in occasione della Grande Guerra, il suicidio politico del vecchio continente e poi la feroce ascesa di autoritari nazionalismi.

Il preambolo si voleva insomma risposta e antidoto al mito identitario che aveva non tanto accompagnato la costruzione degli stati nazionali, quanto prepotentemente favorito il ritorno in forze di un nazionalismo violento e passatista, da cui era discesa la dissoluzione della Jugoslavia e i cui effetti perversi si erano appalesati un poco ogni dove nei territori un tempo parte integrante dell’Unione Sovietica. Tuttavia, anche sul lato occidentale del continente quella proposta era destinata a incontrare irti ostacoli, perché sempre il tema identitario restava centrale nel portato politico-culturale non solo di alcuni stati nazionali, ma pure di quanti quelle realtà intendevano contestare: i movimenti nazionalisti e secessionisti, già allora in circolo, proprio sull’Europa – o per meglio dire sull’indefinitezza dell’idea di Europa – facevano d’altronde perno per reclamare la possibilità di decidere del loro destino fuor dalle gabbie di altrettante statualità che il processo d’integrazione del vecchio continente sembrava in qualche modo delegittimare.

In questo non era niente di nuovo, perché la modernità europea è costellata dalla conflittualità sotto il segno delle rivendicazioni alla nazionalità; ma proprio perché quanto accadeva (e ancor oggi accade) non aveva niente di nuovo, resta a far problema proprio la decisa sottovalutazione del tema dell’autoctonia nell’identitario europeo. Troppo spesso derubricato a marginale sopravvivenza di un mondo che la costruzione scientifica dei saperi nel corso del Novecento aveva messo da lato, il tema disponeva invece di una forza che non va certo sottovalutata, perché era stato capace di innervare, tra Otto e Novecento, le nuove discipline sorte dal dissolvimento (o dalla trasformazione) dell’antiquaria. Lungo questa direttrice, tornare sul tema dell’autoctonia qual radice profonda dei nazionalismi costituisce un’operazione di qualche rilievo, perché dimostra la complessità dei modelli culturali nazionali d’Europa, tra sé comunicanti e interconnessi e tuttavia dotati di una così profonda specificità che rende ancora oggi molto difficile la loro traslazione in un campo di valori condivisi.

In altri termini, gli effetti dell’antichità, intesa come tradizione nella quale riconoscere (e far riconoscere) determinate collettività, rappresentano un chiaro portato dell’identità europea che individuare – e soprattutto ammettere – sarebbe, forse, più vantaggioso del semplice respingimento in blocco sotto il segno dell’inaccettabilità delle loro origini e del loro significato[11]. Non si può dire, a questo proposito, che gli storici, in parallelo al ritorno in forze dei nazionalismi, non abbian fatto la loro parte, perché gli usi (e gli abusi) del mondo antico nei tempi moderni, nonché la pluralità delle storie che hanno suggerito la riscoperta dell’antichità hanno avuto larga attenzione negli ultimi decenni. Troppo spesso però la tendenza è stata quella di affrontare il binomio nazionalità-antichità attraverso singole prospettive disciplinari (ossia come l’archeologia, la linguistica, l’antropologia e il complesso delle discipline storiche abbiano rispettivamente contribuito all’interpretazione delle origini della nazione) e l’analisi ha fatto centro per lo più caso per caso, nel quadro di una singola, determinata vicenda nazionale.

In tal modo, gli studiosi han finito per troppo raramente sviluppare dei quadri di comparazione europea e – quando pur lo hanno fatto – si sono limitati quasi sempre agli esempi di Francia, Gran Bretagna e Germania, intesi come prototipi nazionalistici dai quali tutti gli altri sarebbero poi discesi[12]. E tuttavia, questo approccio – benché interdisciplinare e internazionale – proprio perché orientato a gettar luce sulla contraddittorietà dei discorsi nazionali riguardo a un passato immaginario, ha finito per sottrarre terreno allo studio degli scambi culturali che, proprio al riguardo, hanno molto attraversato l’Europa del secolo XIX e ha tenuto da parte il mondo mediterraneo in ossequio alla prospettiva tradizionale che il processo di nazionalizzazione del continente muovesse da nord a sud e che nella sua parte meridionale si riproponessero schemi e stilemi altrove già sperimentati. Tutto questo è in larga parte vero – soprattutto perché l’esempio francese, per via dell’espansione rivoluzionaria, non mancò di informare la maggior parte delle nuove nazionalità mediterranee – ma tende a sottovalutare come, tra Otto e Novecento, l’Europa meridionale divenisse uno specifico spazio culturale, presto dotatosi di un proprio, peculiare profilo.

In questo quadro, il ruolo giocato dal modello politico-culturale italiano non va sottovalutato, perché se è vero che in materia di antichità rimase fortemente segnato dall’esempio francese di ascendenza rivoluzionaria, non va scordato come la nascita di uno stato nazionale che si liberava dall’oppressione dell’impero austriaco fosse d’esempio per le altre nazionalità mediterranee a loro volta sotto il dominio, vero o presunto, di altrettante statualità plurinazionali. Da questo punto di vista, il processo di nazionalizzazione del Mediterraneo, avviato dalla piccola Grecia contro l’impero ottomano e rilanciato, su ben più ampia dimensione, dalla nascita del regno d’Italia, rappresenta una svolta nel quadro europeo dell’Ottocento, perché indica come nella parte meridionale del continente prendessero forma prospettive di nazionalizzazione differenti rispetto a quelle della parte settentrionale e dunque segna una diversità – foriera di tracciati politici a loro volta originali – che pone in malagevole equilibrio la pretesa di accomunare sotto il segno del medesimo tratto culturale l’intero continente[13].

Conviene brevemente sostare sull’esempio italiano, che ad avviso di chi scrive ha rappresentato, soprattutto a cavaliere tra Otto e Novecento, un punto di riferimento tanto nel mondo balcanico quanto in quello iberico. Come è noto la nazionalizzazione della penisola si sviluppò a seguito dell’arrivo delle truppe francesi e avvenne, sotto il segno culturale, per linee tutte interne alla tradizione antiquaria. Proprio negli anni napoleonici vennero messi a punto alcuni lavori, dove appare chiara l’istanza nazionale: d’un lato compare un curioso romanzo sul genere dei Voyages d’Anacharsis di Barthélemy, il Platone in Italia di Vincenzo Cuoco, pubblicato a Milano tra il 1804 e il 1806, dove si immagina, per tutta risposta agli splendori del celtismo, che un solo popolo avesse abitato la penisola, gli etruschi, i quali si sarebbero addirittura portati in Grecia e vi avrebbero diffuso il processo civilizzatore[14]. La ricostruzione, facendo un sapiente uso dei materiali che l’antiquaria di secolo XVIII metteva a disposizione, aveva come obiettivo quello di ricomporre in un lontanissimo passato quanto la storia si incaricava di puntualmente smentire: e segnatamente, che un solo popolo avesse abitato sin dalle origini dell’umanità l’Italia intera e che i greci, giungendo nelle regioni meridionali, si fossero pertanto solo ricongiunti ai loro lontani progenitori. Era una proposta affascinante che puntava a contrapporre l’Italia alla Francia mediante un primato culturale che dall’antichità rimbalzava al Rinascimento ed informava tutta la modernità sotto il segno del genio italiano. Tuttavia, era un’iniziativa destinata a presto fallire rispetto alle resistenze opposte dal portato di una storia plurisecolare della penisola che parlava di molteplici stati e di altrettanto complicate vicende locali.

Per questo motivo ebbero maggior fortuna le opere di Giuseppe Micali, un erudito attivo nella prima metà dell’Ottocento, che pubblicò prima una Italia avanti il dominio de’ Romani (1810) e poi una Storia degli antichi popoli italiani (1832), che ebbero molteplici ristampe sino ai primi anni dell’Italia unita[15]. Micali faceva il discorso esattamente opposto a quello di Cuoco: conveniva sull’autoctonia dei popoli italiani, ma li faceva tutti differenti gli uni dagli altri e teneva fuori d’un lato i celti, distruttori della civiltà etrusca in alta Italia, e dall’altro i Greci, il cui arrivo a sud aveva alterato il quadro antropologico della penisola. I veri progenitori dei moderni italiani erano dunque i popoli italici – sanniti, osci, bruzi, siculi, lucani – che erano stati d’esempio agli stessi greci, ma le cui libertà erano state travolte dalla conquista romana e dei quali era invece importante recuperare la memoria storica. Inutile dire che nel corso dell’Ottocento, nell’Italia della Restaurazione, dove dopo il terremoto degli anni napoleonici eran tornate le antiche formazioni statuali, il discorso di Micali incontrasse maggiori consensi rispetto a quello di Cuoco: non solo a destra, dove confortava i partitanti dell’antico regime e legittimava pure gli antichi stati nelle loro pretese alla nazionalizzazione per linee interne (tale è il caso della Sicilia e di Napoli e dei falliti rispettivi tentativi di costruire una nazione meridionale), ma anche a sinistra, dove sosteneva i propositi unitari sotto il segno dell’incontro di tante piccole patrie. Per questo motivo, il progetto risorgimentale trovò compimento sotto il segno dell’unione di soggetti culturalmente uguali e storicamente diversi: sarà solo quando il nuovo stato unitario si mostrò in difficoltà a fronte delle molte sfide che gli vennero lanciate sul terreno politico e sociale che il discorso tornerà a favore dell’uniformità e sarà – sotto il segno della riscoperta della romanità – il tempo di un nazionalismo presto aggressivo.

Tutto questo dice, non di meno, che se l’antichità della nazione fu un elemento di grande rilievo per lo sviluppo dell’identità italiana nel XIX secolo, lo rimase a lungo da un punto di vista culturale e niente affatto etnico, perché faceva perno sul passato italico anziché romano e perché insisteva sulla tesi che la nazione fosse il risultato della volontà generale di diversi soggetti riunitisi attorno ad un centro comune. In breve, sino alla svolta di secolo XX, la nazionalità italiana non accettò mai di circoscrivere il passato nazionale all’esperienza dei romani e la pedagogia nazionale tenne fermo su un passato italico federale, nel convincimento che il tema delle piccole patrie, tutte chiamate a concorrere alla più grande unità, fosse l’argomento attorno al quale riannodare il diverso trascorso delle differenti parti d’Italia. Fu solo in una stagione successiva – quando le regioni meridionali posero un problema non più solo politico ma anche sociale e fioccarono le contestazioni, da destra come da sinistra, allo stato unitario – che quella prospettiva venne abbandonata a tutto vantaggio di un rilancio al tavolo dell’uniformità il cui precedente stava, non a caso, nella storia romana. E tuttavia, le fortune della storiografia di Mommsen e il conseguente ripudio ufficiale di un metodo antiquario sul quale la nazionalità aveva mosso i primi, sicuri passi, non avrebbero del tutto cancellato il passato pre-romano dall’immaginario nazionale del quale si hanno ripetute prove anche ai tempi del fascismo, quando pure il modello di Roma imperiale avrebbe celebrato i propri fasti.

Il caso italiano è quindi un buon esempio di un differente processo di nation-building, che si sviluppò attorno alle coordinate ideologiche e politiche giunte di Francia, per poi contrapporre loro il recupero e il ripristino di una precedente tradizione culturale. Nell’ambito degli scambi incrociati e delle reciproche influenze che Joep Leerssen ha ripetutamente sottolineato alimentare il nazionalismo culturale, l’approccio italiano al tema dell’antichità dimostra come, agli inizi dell’Ottocento, il topos venisse riformulato nel medesimo contesto ideologico originato dalla rivoluzione di Francia per subito assumere una propria configurazione alternativa alla presenza d’Oltralpe nella penisola prendendo le vesti di una precedente tradizione culturale che avrebbe condotto a una idea di nazionalità destinata ad accompagnare, venendone di volta in volta cavalcata, i differenti sistemi politici che sarebbero seguiti al Risorgimento[16].

E tuttavia, quanto sin qui detto dimostra come, circoscrivendo l’analisi al solo contesto nazionale, sia impossibile cogliere la diretta influenza di quello specifico modello in un più ampio quadro europeo. In altre parole, se appare chiaro come nella penisola intera il tema dell’antichità pre-romana potesse alimentare anche una forma di nazionalizzazione, nulla è dato sapere circa il possibile impatto che quel modello di utilizzo del tema abbia potuto avere in altri contesti. Qualora si ponga mente all’uso del riferimento all’antichità nazionale nel quadro dei paesi mediterranei le corrispondenze lasciano tuttavia intendere come, all’iniziale modello di origine francese, si sostituisse presto proprio quello italiano e come sarebbe pertanto possibile individuare gli sviluppi del nazionalismo non solo per linee verticali, ossia dai paesi settentrionali a quelli meridionali, ma anche lungo una traiettoria orizzontale propriamente mediterranea[17].

Tutto ciò prevede che l’esplosione delle teorie sull’autoctonia dei popoli dell’Europa meridionale, anziché essere semplicemente inserita nelle fortune dei movimenti culturali romantici e conseguentemente correlata all’esempio tedesco oppur francese, potrebbe forse meglio essere interpretata attraverso una forma comparativa d’indagine che punti ad includere il mondo mediterraneo come una specifica area geo-politica. Anche nell’Europa mediterranea il riferimento all’antichità nazionale è corso, come nei paesi settentrionali, all’età del ferro, puntualmente descritta come il tempo nel quale alla genesi della civiltà tennero immediatamente dietro le nazioni. È tuttavia un fatto proprio all’area mediterranea soltanto che alcuni movimenti nazionali – si veda prima la Grecia e poi soprattutto l’Italia – venissero a confronto violento con la forza, apparentemente straordinaria, degli imperi austriaco e ottomano e raggiungessero comunque l’indipendenza. In altre parole, dalla metà del XIX secolo in poi, la Grecia e l’Italia, influenzandosi l’una con l’altra, avviarono un programma politico che sottolineava la necessità di una perfetta equivalenza tra confini nazionali e statali, dove non è sbagliato sottolineare come nella scelta della statualità fosse l’antidoto verso contraddizioni delle rispettive società altrimenti difficilmente sormontabili[18]. Nei fatti, tuttavia, fino alla prima guerra mondiale, il profilo politico dei due nuovi stati mediterranei rimase strettamente connesso, alimentandosi infatti di un comune tratto irredentistico. Di conseguenza, entrambi divennero esempio per tutti quei movimenti nazionali che si ponevano il problema di costruire una precisa identità politica proprio preliminarmente riunendo la nazione.

Un esempio molto significativo al riguardo è offerto dall’area balcanica, dove il mito dell’antichità conobbe un’improvvisa evoluzione sotto la spinta del modello culturale francese e si sviluppò, anche per via delle reciproche influenze, lungo coordinate che ricordano dappresso quelle rafforzatesi in area italiana a seguito dell’arrivo di Bonaparte[19]. Ancora nel corso del secolo XVIII l’antiquaria del mondo slavo teneva fermo sulle origini orientali dei popoli balcanici, che sarebbero discesi direttamente dai Sarmati, avrebbero formato una nazione dividendosi tra la Vistola e il Danubio, per poi trasferirsi a occidente tra il IV e il V secolo a seguito dei Goti e degli Avari.[20] Si trattava di una ricostruzione che puntava, nella sostanza, a porre sullo stesso piano l’antichità degli slavi con quella dei Celti e dei Germani, che si erano invece stanziati nell’Europa centro-occidentale. A far data tuttavia dalla seconda metà del Settecento e con l’arrivo poi delle truppe francesi – prima con l’aggregazione di alcune parti della Slovenia e della Croazia al napoleonico Regno d’Italia e subito dopo con la nascita delle province Illiriche, direttamente annesse all’Impero dei francesi – quel modello perse di validità a fronte di altro che aveva preso forma e forza grazie al ruolo esercitato dall’Italia nell’incontro del mondo balcanico coi Lumi[21]. Fu allora che si affermò la proposta di una sostanziale autoctonia degli slavi meridionali, i quali sarebbero stati discendenti dei Veneti o con maggiore insistenza ancora degli Illiri, ambedue antichi popoli adriatici contro i quali Roma aveva a suo tempo vittoriosamente lottato[22]. La scelta di puntare sull’autoctonia degli slavi meridionali, che tutto sembrava rigorosamente smentire, rifletteva non di meno uno smaccato tentativo di procedere a rapidi passi sul terreno di una nazionalizzazione che la presenza francese – come in Italia – d’un lato avversava, ma dall’altro, alla ricerca di un consenso sociale sempre e comunque fragile, soprattutto sul terreno culturale molto favoriva. La circostanza che per l’occasione si tagliassero i ponti con il resto del mondo slavo e si facesse una scelta mediterranea – che si sarebbe poi mantenuta per buona parte del secolo XIX, alimentando il dissenso verso la monarchia plurinazionale absburgica e al tempo stesso nutrendosene – sta su altro versante a dire come l’esempio italiano fosse là, anche sul versante culturale, a suggerire il deliberato proposito di immaginare una antica comunità dalla quale la presente sarebbe direttamente discesa e avanzare una specificità attorno alla quale sostenere – nel quadro di una monarchia plurinazionale quale quella absburgica – una propria e peculiare istanza.

Insomma, proprio l’esempio politico prima dell’indipendenza greca e poi del rinnovamento politico d’Italia sarebbe stato al riguardo decisivo per veicolare modelli culturali di nazionalità che sulla peculiarità mediterranea tutto fondassero per contestare forme di autorità imperiale la cui radice nazionale – nel caso tedesco di Vienna come in quello turco della Sublime Porta – risiedeva altrove.

Nella seconda metà del XIX secolo gli echi e i successi soprattutto del Risorgimento finirono tuttavia per essere un modello non solo a vantaggio dei movimenti nazionali rivolti contro gli imperi dell’Europa centrale, ma anche dei nuovi nazionalismi presto esplosi nella penisola iberica. La cosa può sembrare curiosa qualora si ponga mente al fatto che la Spagna aveva costruito la propria modernità politica in contrapposizione al potere napoleonico e che ai tempi della Restaurazione – in occasione della stagione costituzionale del 1820 – era stata l’unica a sfidare sotto le insegne del liberalismo politico le scelte di Metternich per l’Europa continentale. Tuttavia, la monarchia liberale pur uscita vincitrice nel corso dell’Ottocento dalle cosiddette guerre carliste non avrebbe resistito alla crisi di fine secolo, quando la sconfitta a fronte degli Stati Uniti portò allo scoperto i tanti motivi di tensione nel frattempo accumulatisi in alcune arre del paese[23]. È noto che il potere centrale rispose alla crisi di fine secolo attraverso una nuova politica imperiale, che seguendo l’esempio francese e in qualche misura tentando di bilanciarlo, rilanciò in Marocco (e nel Mediterraneo) le ambizioni coloniali della statualità di Spagna[24].

E tuttavia, la spinta alla nazionalizzazione fu ancora più forte all’interno del paese, dove movimenti indipendentisti – nei Paesi Baschi, come in Catalogna e in Galizia – fecero presto la loro comparsa avendo come punto di riferimento quanto precedentemente accaduto in Grecia e soprattutto in Italia. Non è casuale che pure in questo contesto i primi circoli nazionalisti corressero alla ricerca di una specifica antichità nazionale nei periodi proto-storici, che permettesse un ribaltamento delle tradizionali considerazioni riguardo l’unità sin dai tempi antichissimi del popolo spagnolo. E in contrapposizione alla tradizione di secolo XIX che aveva legittimato la Spagna liberale e unitaria – dove si faceva degli antichi Celtiberi gli antenati degli spagnoli – i nuovi nazionalismi puntarono invece su altri antichi popoli quali autentici progenitori delle rispettive popolazioni.

Il caso catalano, esemplificato dall’opera di Enric Prat de la Riba, è al riguardo significativo di come le origini della nazione catalana fossero cercate in antitesi alla tradizione antiquaria che aveva in precedenza magnificato l’unità del popolo spagnolo sin dall’antichità. A sua detta, proprio lo studio della protostoria permetteva di definire con precisione l’esistenza di una etnia iberica, che a suo avviso si estendeva dalla Murcia sino addirittura alla valle del Rodano, che nella sostanza finiva per largamente coincidere con l’uso della lingua catalana e in buona sostanza con i confini del regno d’Aragona di medievale memoria. Questa sua tesi era chiaramente funzionale al proposito di indicare come esistessero anche delle precise differenze culturali e politiche nel territorio della penisola iberica, che Prat de la Riba poggiava sull’autorità degli scrittori antichi – a cominciare dallo stesso Erodoto – nonché sulle conseguenze della dominazione romana, che gli sembrava l’anticipazione di quella condizione di minorità nella quale le terre catalane sarebbero poi tornate ad essere al momento della salita al trono della dinastia Borbone. In definitiva, la sua operazione era una brillante invenzione di una plurisecolare continuità, volta a suggerire come le vicende del popolo catalano avessero alternato momenti di indipendenza ad altri di subalternità, fosse questa a vantaggio allora dei romani ed ora di Madrid. La lingua svolgeva a tal proposito una funzione decisiva nell’individuazione di una specificità nazionale, alla quale – come già accaduto, aggiungiamo noi, nel caso italiano e ancor prima greco – doveva seguire la nascita di una peculiare statualità.

Ancor più significativo per leggere tuttavia l’influenza del modello politico-culturale risulta l’azione di un altro intellettuale impegnato nelle file indipendentiste d’inizi secolo XX, Francisc Carrera i Candi, i cui molti lavori storici sulla Catalogna trovano, per quanto qui più interessa, una interessante sintesi in Ibers y Grechs, un breve testo frutto di una conferenza tenuta a Barcellona, dove l’autore, facendo esplicitamente conto sull’opera di Giuseppe Micali, ricordava come la specificità catalana derivasse dal fecondo incontro tra popolazioni indigene e coloni greci che avevano fatto di quella terra un luogo culturalmente diverso dal resto della penisola e dunque meritevole del pieno riconoscimento della propria diversità[25].

L’esempio italiano che in sede catalana trova dimostrazione sul terreno del riferimento ai lavori di antiquaria che in Italia avevano indicato l’originalità dei luoghi toccati dall’incontro tra indigeni e greci si colorava di una tinta propriamente politica nell’opera di Manuel Murguia, il fondatore del Rexurdimento galiziano, il quale nella sua Historia de Galicia, pubblicata a far data dagli anni Sessanta del XIX secolo, fece esplicitamente centro sulle teorie della nazionalità del patriota italiano Pasquale Stanislao Mancini. Direttamente recuperando da quest’ultimo il concetto che la nazione prende forma e vita concrete solo tramite la nascita di una statualità che componga «una società naturale di uomini da unità di territorio, di origine, di costumi e di lingua conformati a comunanza di vita e di coscienza sociale»[26], Murguia poteva proporre il distacco dalla Spagna unita in nome dei medesimi presupposti che avevano ispirato il Risorgimento italiano. E sempre rifacendosi al modello dell’antichità pre-romana, che larga fortuna abbiamo visto incontrare nell’opera di nazionalizzazione della penisola italiana, Murguia poteva di conseguenza insistere sull’elemento celtico, che a suo dire avrebbe fondato una razza galiziana, distinta e niente affatto paragonabile a quella degli altri popoli che coabitavano nella Spagna moderna.

Sullo stesso terreno muoveva d’altronde Sabino Arana, il fondatore del nazionalismo basco, un uomo che apparteneva ad una famiglia di tradizioni carliste, che ricordava con struggente nostalgia i privilegi dei fueros e che nel ricordo delle specificità di antico regime sarebbe proceduto sulla via della riscoperta di una nazione basca, la cui lingua, da nessun altro popolo imitata o accostata, indicava di per sé l’autoctonia delle genti che la parlavano. E dunque, per Arano, a differenza degli altri nazionalismi della penisola iberica, l’antichità rappresentava il punto centrale per la costruzione di una identità che facesse della propria unicità il punto di appoggio per una politica di segregazione verso i nuovi venuti di Castiglia, che rappresentavano d’un lato gli sviluppi dell’industrializzazione (la mano d’opera giungeva dalle regioni povere nel cuore della Spagna) e dall’altro l’allargamento di competenze della amministrazione statuale (i funzionari giungevano dal centro a guidare le scelte di politica locale).

È importante a questo proposito suggerire come – se non per Arana, dove l’influenza era piuttosto quella della controrivoluzione organicista e ultrareazionaria del carlismo – di certo per Prat de la Riba, per Carreras i Candi, per Murguia, l’esempio sul quale imbastire la loro azione politico-culturale fosse quanto di recente avvenuto nella penisola italiana, dove le stesse genti, sottoposte direttamente oppur solo indirettamente a un potere nella sostanza straniero (l’Austria) avessero deciso di prenderne le distanze proponendo una stretta coincidenza tra stato e nazione. Anche le nazionalità oppresse della penisola iberica erano così chiamate a un loro risorgimento, che combattesse uno stato plurinazionale, quale anche la Spagna di secolo XIX ai loro occhi era, in nome della nascita di nuove statualità, che facessero della perfetta equivalenza tra territorio e nazione la loro stessa ragion d’essere.

Gli avvenimenti di questi stessi giorni tornano d’improvviso a dirci come argomenti siffatti troppo rapidamente fossero stati posti da parte, quasi che il sogno europeo potesse far da facile conclusione all’identità degli stati nazionali. Più concretamente invece, la globalizzazione ha messo in discussione, senza riuscire a svellere, il portato dello stato nazionale, ma in questa sua opera largamente distruttiva nulla ha potuto contro i piccoli nazionalismi che anzi han profittato della contestazione verso gli stati tradizionali per muover loro guerra sotto il segno dell’autodeterminazione dei popoli. Difficile dire dove questa linea di tendenza potrà condurre: di certo, però, questa lettura comparata del tema dell’autoctonia dei popoli mediterranei sta a dire che esso ha costituito – e per certi versi ancora costituisce – uno strumento di identificazione che sarebbe solo altezzoso sottovalutare e (soprattutto) relegare nella soffitta dove si è soliti riporre i vecchi arnesi. Per questo motivo, tornare sulle fortune del tema non è uno sfoggio attardato di erudizione antiquaria, quanto un modo di disseppellire uno strumento tramite il quale le nazioni si composero e contrapposero, attorno al quale i nazionalismi si fecero presto aggressivi, vennero messi a tacere dalla guerra fredda per poi tornare al termine di quella a segnare un preciso terreno di conflittualità. E d’altronde, tornare sul passato facendone propria la complessità, ossia le molte ambiguità e soprattutto i paradossi, costituisce un utile esercizio per metter da lato proclami e ritualità europeistici rivelatisi oltremodo poco utili per confrontarsi con i problemi cruciali di questi tempi presenti.

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  1. Ivaldi, 2006, pp.47-69.
  2. Vovelle, 1989.
  3. Bétourné – Hartig, 1989 e Hobsbawm, 1990. 
  4. Su questo tema vedi Christofferson, 2004, in part. pp. 246-53.
  5. F. Furet, L’ Europe et la democratie : 1789-1989, conferenza pronunciata in occasione dell’inaugurazione della nuova sede dell’Archivio storico della Camera, Roma, camera dei deputati, 1992.
  6. Épitre dédicatoire à chercher sur le antiquités celtiques, gauloises et françaises, publiés par l’Academie celtique, Paris, Dentu, 1807.
  7. Amalvi, 1982, pp. 349-55.
  8. Dietler, 1994, pp. 584-605.
  9. Miller, 2007.
  10. Graves-Brown, Jones, Gamble, 1996, p. 205.
  11. A questo proposito De Francesco, 2013.
  12. A riprova di quanto detto si veda il saggio di Manias, 2013, che tutto punta sull’antico passato di Gran Bretagna, Francia e Germania. Ma vedi anche, ancor più di recente, McMahon, 2016.
  13. Il caso greco può essere approfondito con Beaton – Ricks, 2009 e con Hamilakis, 2007 mentre per quello italiano il rinvio è ai lavori di Banti, 2001 e 2011.
  14. Il Platone in Italia è ora disponibile in una edizione critica, Cuoco, 2013, alla quale si rinvia per un inquadramento complessivo dell’opera. Ben prima dell’opera di Cuoco gli etruschi erano stati al centro delle attenzioni di studiosi e antiquari lungo tutta la penisola italiana, che ricercavano in quel popolo una conferma della loro identità. Sul punto si veda Cristofani, 1983.
  15. Per l’opera di Micali si vedano Treves, 1962, pp. 293-311 e il più recente Desideri, 2009, pp. 223-66.
  16. Leerssen, 2006a e 2006b, pp. 559-578.
  17. Sono in questo senso orientati i contributi raccolti in De Francesco, 2017.
  18. Kitromilides, 2013.
  19. Una ricostruzione del caso balcanico è oggi possibile grazie a Stergar 2017, pp. 96-118 e a Gori, 2017, pp. 119-145.
  20. Bomman, 1775.
  21. Kitromilides, 2013, p. 370.
  22. Ivetic, 2012, pp. 97-105.
  23. Si veda a questo proposito i contributi raccolti in Smith, Dávila-Cox, 1999.
  24. Archilés Cardona, 2016.
  25. Carreras i Candi, 1918.
  26. Mancini, 1944, p. 39.