I deputati nizzardi e savoiardi al parlamento subalpino: le ‘petites patries’ tra nuovo diritto pubblico europeo e principio di nazionalità

Mario RIBERI

Università degli Studi di Torino

mario.riberi@unito.it

Abstract: L’esame dell’attività parlamentare della rappresentanza di Nizza e Savoia al Camera subalpina – eletta per la prima volta il 27 aprile 1848 e rinnovata per sette legislature fino all’annessione alla Francia, avvenuta nel 1860 in adempimento delle clausole degli accordi di Plombières – oltre ad essere un caso di studio peculiare per analizzare i rapporti centro-periferia, riveste un certo interesse poiché evidenzia quali fossero le idee e le posizioni politiche di questi deputati, sollecitati in prima persona dall’applicazione del principio “rivoluzionario” di nazionalità e dall’azione cavouriana tutta rivolta allo “scenario europeo”.

Parole chiave: Nizza, Savoia, Deputati, Europa, Nazionalità

Sommario: 1. Introduzione.2. La legge elettorale del 17 marzo 1848 e la diversa rilevanza politica di Nizza e della Savoia all’interno del Regno di Sardegna.3. La rappresentanza savoiarda e nizzarda: ritratto di gruppo.4. L’attività legislativa dei deputati nizzardi e savoiardi: esempi significativi.5. L’annessione di Nizza e Savoia alla Francia: considerazioni conclusive.

1. Introduzione
Il 1860, l’anno dell’Unità italiana, è anche quello in cui Nizza e Savoia furono cedute dal Regno di Sardegna alla Francia. La monarchia sabauda, con le sue istituzioni e la sua organizzazione giuridica, si trasformò allora in una potenza europea, il Regno d’Italia, che sarà legato per quasi un secolo ai destini di casa Savoia. A decidere delle sorti del Nizzardo, insieme a quelle della Savoia, furono i cambiamenti del clima politico intervenuti durante il cosiddetto “decennio di preparazione” dell’unità d’Italia, in cui la politica del conte di Cavour giocò un ruolo decisivo, a partire dalla scelta di dare un peso internazionale al regno di Sardegna per favorirne l’espansione, e poi con l’alleanza sardo-francese stipulata nel gennaio del 1859 e preparata dall’incontro di Plombières (21 luglio 1858) fra Cavour stesso e Napoleone III. In questo contesto il legame secolare di Nizza e Savoia con la dinastia sabauda era destinato ad essere strumentalizzato dall’azione politica cavouriana svolta all’interno del parlamento subalpino a favore di altri interessi.

Come efficacemente notato[1], la prima metà dell’800 è contrassegnata in Europa dal contrasto politico-giuridico tra il principio dinastico e quello di nazionalità. Per quanto concerne la cessione di Nizza e Savoia alla Francia, si viene a creare un nuovo diritto pubblico europeo, frutto dell’applicazione sia del principio di nazionalità e del confine naturale, sia del tradizionale principio di equilibrio che, per la politica dei compensi, esigeva, rispetto all’ingrandimento del regno di Sardegna, divenuto grande potenza italiana, un parallelo ingrandimento dello Stato confinante preminente, cioè l’Impero francese.

Partendo da tale cornice storico-diplomatica, l’esame dell’attività parlamentare della rappresentanza di Nizza e Savoia alla Camera subalpina[2] – eletta per la prima volta il 27 aprile 1848 e rinnovata per sette legislature fino all’annessione al Secondo Impero Francese, avvenuta nell’aprile del 1860 in adempimento delle clausole degli accordi di Plombières – riveste un certo interesse poiché evidenzia quali fossero le idee e le posizioni politiche dei rappresentanti degli elettori di questi territori in quel “decennio di preparazione” così cruciale per le loro sorti. Come si vedrà, dagli interventi parlamentari di questi deputati si evince una graduale disaffezione per un Regno di Sardegna che, nella sua politica Risorgimentale, pare dimenticare le petites patries niçoise et savoisienne e le loro istanze per seguire la “marcia unificatrice”.

2. La legge elettorale del 17 marzo 1848 e la diversa rilevanza politica di Nizza e della Savoia all’interno del Regno di Sardegna
In merito all’argomento possono riuscire utili alcune osservazioni riguardanti la rilevanza geopolitica di questi due territori nel Regno di Sardegna, nonché le loro caratteristiche demografiche e linguistiche.

Il Pays niçois fu considerato meno importante della Savoia sia per le tradizioni che legavano quest’ultima regione alla casa regnante sia per il numero di abitanti: nel 1848, infatti, la Savoia aveva una popolazione quattro volte superiore a quella di Nizza.

La questione dell’uso della lingua nazionale costituisce inoltre un indicatore del minor peso che la monarchia sabauda attribuì a Nizza rispetto alla Savoia. Infatti, contrariamente ad un’opinione largamente diffusa, Emanuele Filiberto nel 1561 decretò che nel ducato fossero usate non una, ma due lingue ufficiali: nella giurisdizione del Senato di Savoia il francese, come idioma da utilizzare legittimamente nei tribunali, in quella del Senato di Piemonte – che all’epoca includeva anche la contea di Nizza – l’italiano[3]. Questo bilinguismo venne confermato dall’art. 62 dello Statuto Albertino, il quale dispose che «la lingua italiana è la lingua officiale delle Camere. È però facoltativo di servirsi del francese ai membri, che appartengono ai paesi, in cui questa è in uso, od in riposta ai medesimi». Perciò pare naturale che i parlamentari torinesi nel 1848 nutrissero una certa diffidenza nei confronti di quelli eletti nel Nizzardo: questi ultimi, risultando in maggioranza francofoni e residenti in zone comprese nello spartiacque francese, rappresentavano territori da secoli rivendicati dai re di Francia, ma non godevano, purtroppo per loro, dei privilegi degli eletti savoiardi, ai quali era riconosciuto ufficialmente il diritto di parlare e scrivere in francese.

Inoltre, a differenza della Savoia per la quale i re di Sardegna, come prevedeva lo Statuto albertino, nomineranno quattordici senatori tra il 1848 e il 1860, Nizza è praticamente assente dalla Camera alta: mai, ad esempio, ai vescovi di Nizza saranno attribuiti seggi a Palazzo Madama, come era consuetudine per le personalità più rappresentative della gerarchia ecclesiastica. Solo nel 1855 il deputato del primo collegio di Nizza, l’avvocato Giovanni (Jean) De Foresta[4], fu nominato senatore.

Per comprendere come si sia formata la rappresentanza della contea di Nizza e del ducato di Savoia alla Camera di Torino, occorre tenere conto che durante il regno di Carlo Alberto l’amministrazione civile dei territori di terraferma dello Stato era organizzata in 8 Divisioni, sotto certi aspetti paragonabili ai départements francesi, e 41 Province che ricordano gli arrondissement. I capoluoghi delle 8 Divisioni erano i seguenti: Nizza (4 province, due a Nizza, una a Sanremo e la rimanente ad Oneglia), Chambéry (8 province), Torino (5 province), Cuneo (4 province), Alessandria (6 province), Novara (6 province), Aosta (1 provincia), Genova (7 province).

Sulla base di tale sistema amministrativo la legge elettorale del 17 marzo 1848[5] prevedeva un sistema uninominale a carattere censitario, con una base elettorale molto ristretta: avevano diritto di voto soltanto i cittadini maggiori di 25 anni paganti un minimo di 40 lire di imposte dirette, ridotto a 20 lire per gli abitanti della Savoia, di Nizza e della Liguria. La ripartizione dei collegi fu effettuata sulla base di un deputato eletto in media ogni 24.000 abitanti (204 deputati per 4.916.084): così Torino, che contava 180.000 abitanti, eleggeva 7 deputati (1 ogni 25.700 abitanti), Genova con i suoi 120.000 abitanti designava 7 deputati (1 per 17.000 abitanti); la Savoia con 578.343 abitanti eleggeva 22 deputati (1 per 26.300 abitanti). La provincia di Nizza, con 11.8377 abitanti nel 1848, aveva una proporzione di un deputato per 23.600 abitanti. In tal modo essa eleggeva alla Camera di Torino cinque rappresentanti, cioè il 2,4% del totale dei parlamentari, dato che corrisponde esattamente alla percentuale della sua popolazione rispetto a quella dell’intero Regno sabaudo.

Per quanto concerne le elezioni del 1848, può essere di qualche interesse citare il progetto di legge elettorale ideato da Luigi Federico Menabrea, futuro leader della destra savoiarda e pubblicato nel giornale “La concordia” fondato da Lorenzo Valerio, futuro leader della sinistra democratica. Proprio nel ’48 Menabrea, allora capitano del genio, muoveva i suoi primi passi nella vita politica. Egli aveva applaudito il riformismo albertino e la concessione dello Statuto e aveva abbracciato in modo entusiastico la causa dell’indipendenza italiana. Il rapporto tra Menabrea e Valerio si cementò nella comune appartenenza all’Associazione agraria costituitasi a Torino nel 1842. Tale istituzione faceva capo ad un gruppo, guidato dal marchese Cesare Alfieri di Sostegno, e composto inizialmente da esponenti del moderatismo liberale poi allargatosi anche a uomini del democratismo e del radicalismo, che aveva la finalità istituire un’Associazione «che tutti in sé riunisca i diversi elementi del progresso agricolo»[6]. Menabrea non compariva tra i redattori de “La concordia”, ma, seguendo l’esempio di Boncompagni, Pinelli e Ricotti, pubblicava talvolta dei contributi tra cui uno avente il titolo di Programme d’une loi électorale, il quale ebbe una certa eco.

Nel delineare il suo Programma, Menabrea partiva dal concetto di Libertà, affermando

Une juste liberté unie à l’ennoblissement du travail, tel est le but où tend irrésistiblement la société. Par liberté nous n’entendons pas le radicalisme, qui du gouvernement des masses conduit à l’anarchie et de là au despotisme ; mais nous entendons la liberté prêchée par l’évangile ; et pour nous cette liberté sera celle qui donne au trône une défense dans le cœur de chaque citoyen, en même temps qu’elle trouve sa sécurité sous la main tutélaire du monarque. C’est la liberté qui honore les noms illustres et glorieux pour la patrie, mais qui oblige ceux qui les portent à s’en montrer dignes ; cette liberté qui respecte la richesse, mais qui l’oblige à se rendre généreuse ; cette liberté qui couronne le mérite, mais qui répudie l’intrigue et la bassesse[7].

Per questi motivi il futuro presidente del consiglio proponeva un allargamento del corpo elettorale aumentando il diritto di voto secondo “le capacità” e senza limiti di censo (cioè ai «détenteurs d’un titre universitaire, aux savants, écrivants, artistes les plus distingués»). In più auspicava l’introduzione di grandi elettori, scelti tra gli elettori amministrativi e tra i membri della guardia municipale che erano incaricati di designare i deputati.

3. La rappresentanza savoiarda e nizzarda: ritratto di gruppo

Ritornando al tema delle elezioni e ai rappresentati nizzardi e savoiardi, la classe politica del Pays niçois pare più “frontaliera”, cioè meno radicata nelle tradizioni religiose e culturali del territorio di quanto avvenga nella Savoia. La rappresentanza di Nizza – per lo più formata da una borghesia liberale legata alle nuove istituzioni e ad un parlamento in cui esercita il suo mandato – si astiene, ad esempio, dal votare la legge che conferisce pieni poteri al Re nel luglio 1848. Inoltre, nel quadro dei rapporti conflittuali tra Chiesa e Stato del periodo, il deputato Jean-Baptiste Barralis (eletto a Sospel), in opposizione alle idee del suo elettorato, stigmatizza in Parlamento l’ostilità del clero nizzardo (e soprattutto del vescovo Domenico Galvano) nei confronti delle istituzioni liberali[8].

L’elemento socio-professionale della rappresentanza della ex Contea mette in rilievo gli interessi di coloro che sono stati eletti al Parlamento e fa meglio comprendere la loro capacità di influenzare, in diversa misura, la Camera dei deputati di Torino.

Si possono distinguere due gruppi: una maggioranza di soggetti i quali esercitano professioni liberali e hanno, di conseguenza, un contatto diretto con la popolazione, e alcuni aristocratici importanti la cui famiglia è stata al servizio della dinastia sabauda per secoli. Vengono così eletti non pochi avvocati – per esempio Benedetto Bunico[9] (Nizza 1), Dominique Galli (Nizza 2), Jean-Baptiste Barralis (Sospel) – e il medico e giornalista Jean-Baptiste Bottero, eletto nel collegio di Nizza 1. L’entroterra delle Alpi Marittime sceglie di solito, al contrario, aristocratici provenienti da famiglie che detengono proprietà terriere derivanti da antichi feudi: a Sospel, Maurice Alberti, ufficiale del genio militare, è poi sostituito dal marchese Henry Cordero di Montezemolo, originario di Mondovì. Il Conte Octave Thaon di Revel, nato a Torino, ma da una famiglia di Lantosque di antica nobiltà, viene eletto nel collegio di Utelle, così come il conte Théodore De Rossi di Santarosa. Il generale Alexandre Corporandy, la cui famiglia da decenni aveva esercitato la potestà signorile su Auvare, rappresenta il collegio di Puget-Théniers. Infine, dopo il voto della legge Rattazzi sul clero, Puget-Théniers non esita a eleggere un sacerdote, l’abate Désiré Niel[10].

Nel corso dei mandati si può poi notare una frattura sempre più evidente: l’aristocrazia tradizionale nizzarda[11] sostiene i paesi rurali delle Alpi marittime, la borghesia liberale è invece maggioritaria presso il litorale mediterraneo commerciale e turistico.

Nella Savoia i sette scrutini che si succedono dal 1848 al 1860 mostrano grandi contrasti nella rappresentanza elettorale dell’ex Ducato. Due collegi, in quest’arco temporale, avranno un solo eletto: a Sallanches Agricola Chenal, popolare candidato dell’estrema sinistra, a Aix Gustave de Martinel, deputato della destra conservatrice. In cinque circoscrizioni si può notare un’elevata stabilità (Annemasse, Duing, La Chambre, Montmélian, Saint Jean de Maurienne) con solo due eletti, nonchè a Bonneville (con i liberali Claude Bastian-Muffat e Joseph Jacquier Chatrier e con il conservatore Joseph Pelloux) e Chambéry (con i conservatori Pantaléon Costa de Beauregard, François Justin e Ernest Boigne) con tre rappresentanti. I quattro colllegi di Moutiers, Pont-de-Beauvoisin, Rumilly eTaninges con quattro deputati, e i tre collegi di Bourg-Saint Maurice, La Motte e Saint-Pierre-D’Albigny, con cinque eletti, presentano una certa costanza nelle loro scelte. Negli ultimi sei collegi, al contrario, l’instabilità è la regola: sei deputati a Saint Julien, sette a Albertville, Evian, Thonon e Ugine e otto a Annecy.

La Destra, maggioritaria nell’ex ducato, domina nel Chablais (Thonon, Evian), con rappresentanti prevalentemente nobili (sono infatti eletti Jacques Laurent Favrat de Bellevaux, Joseph-Emmanuel-René, barone di Blonay, il magistrato Louis Girod baron de Montfalcon), così come nei paesi a ridosso delle montagne che vedono circoscrizioni fortemente «religiose», come Thônes e De Beaufort. È il caso anche della Maurienne (Saint Jean, con Luigi Federico Menabrea e La Chambre, con Léon Brunier) et di Saint-Pierre d’Aubigny (con Charles Jean Dominique de Menthon-Lornay, comte d’Aviernoz,) nella Combe de Savoie. Annemasse et Saint-Julien, prospicienti a Ginevra, sono “fedeli” alla Destra cattolica. Chambéry è un feudo conservatore. La Tarentaise, al contrario, elegge deputati della sinistra governativa: Chenal, ultrademocratico anticlericale, è l’inamovibile deputato di Sallanches. A Annecy, Albertville, Montmélian e La Motte, invece, i seggi sono divisi equamente tra destra e sinistra[12].

4. L’attività legislativa dei deputati nizzardi e savoiardi: esempi significativi

Per quanto riguarda l’attività legislativa dei parlamentari nizzardi e savoiardi, vorrei accennare a qualche esempio significativo.

La debolezza numerica, e di conseguenza politica, della rappresentanza di Nizza appare in tutta evidenza già nel discorso della Corona all’apertura dei lavori della Camera dei deputati dell’8 maggio 1848. In questa occasione il discorso di Carlo Alberto è pronunciato dal luogotenente principe Eugenio Emanuele di Savoia-Carignano, rappresentante del re, perché in quel momento il sovrano avanzava con l’esercito verso Verona. Con afflati patriottici (siamo agli inizi della prima guerra di indipendenza) il principe afferma:

(…) da ogni parte l’accordo delle opinioni e delle volontà dimostrano quanto sia vivo l’amor patrio in tutta la Nazione, quanto essa sia forte e matura pei suoi alti destini.

La Sardegna, rigettato il funesto retaggio di antichi privilegi, volle essere unita con più stretti vincoli alla terra ferma, e fu accolta dalle altre provincie come diletta sorella.

La Savoia, cagione di momentaneo dolore, fu tosto causa di verace consolazione. I Savoiardi si mostrarono degni figli della Patria, saldo baluardo d’Italia.

La Liguria, a queste contrade subalpine più di fresco unita, a loro con vieppiù tenaci nodi ogni giorno si stringe; nuovo argomento alla salute d’Italia[13].

Si levano allora delle forti proteste da parte dei membri di Sospel, Utelle e Puget-Théniers. L’avvocato Jean Baptiste Barralis, eletto nel collegio di Sospel, prende la parola nella seduta del 29 maggio 1848.

(…) perché si è scordata la contea di Nizza, la quale nella moderna storia, va distinta dalla Liguria? Li nizzardi uniti da secoli alla Real Casa di Savoia hanno date in ogni occasione le più sicure prove di affetto e di valore. Amanti della libertà e dell’ordine, i nizzardi sono italiani di braccio, di mente e di cuore. I loro figli, i loro fratelli combattono in terra ed in mare per l’indipendenza d’Italia. Dunque sien nominati al pari dei piemontesi, dei savoiardi, dei liguri e dei sardi non formanti insieme che una sola famiglia[14].

Jean-Baptiste Barralis desidera che Nizza sia menzionata ma sottolinea che la ex-Contea, come la Liguria, la Savoia, il Piemonte e la Sardegna, non debba essere subordinata ad una concezione localistica, bensì formare un tutt’uno con il resto del Regno: Nizza vuole “fondersi” nell’ Italia unita. E’ un intervento significativo in quanto mostra sin dall’apertura della Camera subalpina una familiarità dei nizzardi con la politica di casa Savoia ben maggiore rispetto a quella dei savoiardi.

Su questo punto può essere di un certo interesse comparare il discorso citato con quello di un altro avvocato, il deputato savoiardo della sinistra parlamentare Aimé Antoine Levet, pronunciato nella tornata del 28 ottobre 1848, in cui si discuteva la legittimità dei provvedimenti finanziari tesi a risollevare le casse statali, rimaste quasi del tutto vuote. Tali misure suscitarono forti malcontenti in Savoia. Levet afferma sul punto:

(…) il y a impossibilité absolue pour la Savoie de supporter cette nouvelle charge qu’on veut lui imposer (…) n’exigez pas de lui l’impossible ! N’oubliez pas que la Savoie a sa langue, ses mœurs, sa nationalité enfin, et qu’elle a droit de vivre de sa vie propre, de son existence individuelle. Rappelez-vous qu’entre le Piémont et la Savoie s’élèvent les Alpes, aussi bien qu’entre l’Allemagne et l’Italie. Vous et nous avons sommeillé long – temps dans le même berceau; mais l’âge de l’émancipation est arrivé enfin, et le temps est venu où, tout en conservant les liens de confraternité qui nous unissent , nous pourrons nous abandonner librement, chacun de notre côté, aux penchants de notre nature distincte et diverse[15].

Levet non disconosce i bisogni dello Stato, ma le cause che hanno portato ad essi risalivano, a suo avviso, all’errata politica imposta al governo per la causa dell’indipendenza italiana, la quale costituisce un problema al quale la Savoia era estranea.

D’ora in poi, i discorsi dei parlamentari savoiardi svilupperanno un tema che si ripeterà per tutte le rimanenti legislature: la constatazione di un «fossato» che separa la Savoia da un Piemonte molto preoccupato dalle istanze risorgimentali e poco attento invece al malcontento dei suoi sudditi.

Pantaléon Costa de Beauregard[16], interpellando il governo sugli «interessi morali e materiali in Savoia» nella tornata del 27 dicembre 1848 dichiara:

Les symptômes de la désaffection se manifestent et s’aggravent de jour en jour (…) Une haute et puissante barrière sépare la Savoie de l’Italie ; ses mœurs, ses habitudes, sa langue, son commerce ne lui assigne aucune place dans la grand famille italienne qui doit se constituer un jour (…)[17]

In un crescendo su questo tema, qualche anno dopo (il 3 marzo 1852) Charles Jean Dominique de Menthon-Lornay, conte d’Aviernoz, contesta la politica risorgimentale per difendere la sua “piccola patria”:

(…) Au reste, lorsque le roi a donné le Statut, je n’ai ni approuvé ni désapprouvé : j’ai accepté. Il a donné le Statut à ses États : Je ne l’ai pas demandé mais je l’ai accepté (…). Pour moi, la Savoie a deux frontières, d’un côté la France, de l’autre les Alpes. (…) je dirai toujours que je ne suis ni italien, ni français, mais que je suis Savoyard de la Savoie unie au Piémont. Voilà ma profession de foi (…). Quant à vous (en s’adressant à ses collègues) soyez Français, soyez Italiens, soyez libéraux, soyez modérés, soyez tout ce que vous voudrez. Moi je suis Savoyard, voilà tout[18].

Nel frattempo, visto da Nizza, il governo di Torino suscita critiche per la pressione fiscale che esercita, la laicizzazione dello Stato e soprattutto per la volontà del ministero delle finanze di abolire il porto franco nizzardo.

Durante la discussione parlamentare sull’abolizione di tale franchigia, il deputato nizzardo De Foresta afferma che il mantenimento di questa sarebbe per la provincia di Nizza una compensazione per bilanciare la «naturale tendenza» del Pays nicois verso la Francia[19].

Noi siamo uniti al Piemonte legalmente, per simpatia, ed anche per la storia: e da cinque secoli abbiamo sempre divisa la sorte di esso. Noi per conseguenza dobbiamo essere affezionati al Piemonte, di cui ci gloriamo di far parte. Nulladimeno (non posso tacerlo) non è men vero che per situazione geografica di natura saremmo piuttosto inclinati verso la Francia, sebbene il nostro pensiero sia sempre volto verso di voi, verso la nostra madre patria. (…) Ora, se ci togliete questo compenso, voi fate propendere la bilancia dall’altra parte, voi ci separate naturalmente dalla madre patria, voi ci rovinate, voi insomma distruggete quell’atto che ci lega al Piemonte[20].

La discussione si trascina, tra forti divergenze, sino all’11 giugno 1851 concludendosi però con un compromesso: la Camera vota l’abolizione del porto franco della provincia di Nizza e dei diritti differenziali sino “alla strada del colle di Tenda”, prevedendo, peraltro, che le nuove disposizioni entrino in vigore soltanto dal 1° gennaio 1853. Inoltre fino al 1° gennaio 1854 Nizza potrà godere, limitatamente alla sua città, delle consuete franchigie. Il Ministero si impegna tuttavia a presentare «nell’attuale o nella prossima sessione un progetto di legge sulla sistemazione e costruzione di strade provinciali per agevolare le comunicazioni tra la provincia di Nizza e le province limitrofe»[21]. De Foresta, a nome della delegazione nizzarda, conferma l’approvazione di quanto proposto, affermando che la provincia da loro rappresentata è ora posta in condizioni migliori rispetto a quanto precedentemente si intendeva deliberare.

Passato un anno, nell’aprile 1852 era scaduto il trattato di commercio con la Francia del 28 agosto 1843 ed erano iniziati i negoziati per il rinnovo. Le trattative, anche per la riacquistata influenza oltralpe della borghesia orleanista “protezionista”, furono difficili e i negoziatori piemontesi dovettero accettare restrizioni alla reciprocità nei diritti di navigazione e accordarono riduzioni sui dazi che colpivano l’importazione vini, acquaviti, porcellane e articoli di moda in cambio del mantenimento di un regime di favore per l’ingresso in Francia del bestiame sardo (a eccezione della frontiera savoiarda dove si temeva l’afflusso in Francia di armenti svizzeri). Il trattato attirò sul governo e su Cavour critiche violentissime, cui si rispose sottolineando la necessità, politica e economica insieme, di non rompere con Napoleone III.

Nella tornata del 9 aprile 1852 i venti deputati savoiardi sono la maggioranza dei ventitré oppositori al trattato commerciale e al progetto cavouriano di aumentare “le contribuzioni personali e mobiliari” che i nuovi accordi di fatto comportavano.

Dovendosi rivolgere soprattutto ai savoiardi Cavour interviene nella medesima tornata in lingua francese, idioma che, secondo Brofferio «gli stava in bocca forse meglio dell’italiano»[22]

La Savoie est mécontente, nous ne pouvons pas nous le dissimuler. La Savoie trouve pénible d’être appelée à supporter de nouvelles charges; elle trouve dur d’être obligée à solder des dépenses qui sont la conséquence d’événements qu’elle n’a peut-être pas appelés de ses vœux. Je reconnais qu’il a quelque chose de fondé en cela.

Cependant, MM., en vertu des grands principes de l’égalité sur lesquels repose le Statut, principes que nous ne pouvons violer sans violer le Statut lui-même, il est impossible au Ministère comme à la Chambre de ne pas soumettre la Savoie au droit commun.

Mais j’espère, MM., que la Savoie se résignera, j’espère qu’une fois les passions calmées la Savoie comprendra que les sacrifices qu’on lui impose sont rendus nécessaires dans l’intérèt de notre liberté et de notre indépendance nationale[23].

Cavour non cambia le sue convinzioni, la Savoia, come Nizza, non può vantare speciali trattamenti ereditati dalla storia. Nel quadro istituzionale delineato dallo Statuto albertino, ogni privilegio è in contrasto con la carta costituzionale e in particolare con il principio di uguaglianza, nonché, anche se non esplicitato, con la nuova politica economica cavouriana marcatamente liberista e tesa a cancellare moltissimi interessi particolari.

Poco dopo, nel giugno del 1852, i deputati di Nizza lamentano una nuova ingiustizia: una tassa sulle merci coloniali che mirava a compensare le perdite fiscali relative all’abbassamento dei dazi sul vino proveniente dalla Francia, che il già citato trattato aveva comportato. De Foresta si impegna nuovamente a dimostrare il torto fatto alla sua provincia, già colpita dalla prospettiva di abolizione del porto franco, esprimendo anche dubbi sulla realizzazione delle “compensazioni” promesse dal governo[24].

Henry Avigdor, figlio del banchiere ebreo nizzardo Isaac Samuel Avigdor[25] ed eletto nel collegio di Novi, nella stessa tornata del 19 giugno 1852 viene in aiuto di De Foresta con un discorso piuttosto enfatico pronunciato in francese. Egli elogia lo Statuto che aveva spazzato via le disuguaglianze previste nelle «vieilles chartes du Moyen Âge»[26], ma sottolinea come il nuovo stato costituzionale non possa lasciare nessuna delle sue province nella miseria. Su un piano politico Avigdor rinfaccia alla Camera le sue contraddizioni: se infatti vota ora per l’imposizione di nuovi balzelli alla città di Nizza, gli appare un controsenso l’aver approvato un anno prima il mantenimento dello status quo fiscale fino all’abolizione effettiva del porto franco nel 1854. Secondo il deputato novese, con questa nuova tassa lo stato piemontese incorre in un rischio politico notevole per ottenere un vantaggio economico minimo.

(…) pour 120,000 francs on veut aliéner l’affection de toute une province ; on veut altérer le sentiment de toute une population ; on veut aigrir tout un peuple. Est- ce une conduite à tenir ? Y- a- t- il dans cette détermination le moindre sens politique ? Remarquez, messieurs, que pendant que nous avons l’air de dédaigner la province de Nice, de repousser ses justes réclamations, on la flatte du côté de la France[27].

Avigdor sottolinea infine la fedeltà di Nizza alla causa italiana, ma anche la possibilità di una sua graduale disaffezione nei confronti di uno Stato interessato soprattutto alla politica estera e meno al malcontento dei suoi sudditi. Il suo discorso, applaudito sia dai banchi di destra sia di sinistra, non impedirà la crescita già in atto del movimento separatista.

5. L’annessione di Nizza e Savoia alla Francia: considerazioni conclusive

Nel 1860 la paventata unione di Nizza e Savoia alla Francia divenne realtà: gli accordi per la cessione dell’ex ducato e della ex contea erano stati ufficialmente formalizzati il 24 marzo 1860, con il trattato di Torino[28], ma furono promulgati solo l’11 giugno dopo l’approvazione del Parlamento, che li rese esecutivi. L’articolo VII del suddetto trattato prevedeva, infatti, la sua entrata in vigore per il Regno di Sardegna dopo il voto favorevole della Camera. Tale norma legittimava quindi tutte le operazioni effettuate dal governo durante il lungo periodo di chiusura delle Camere, in previsione della futura sanzione da parte dell’organo legislativo, come previsto dall’articolo 5 dello Statuto. Di fronte alle accuse di anticostituzionalità, Cavour si difese riferendosi all’articolo VII del trattato del 24 marzo, che prevedeva pur sempre la sanzione parlamentare[29]. Per quanto riguarda l’argomento del diritto delle genti “usurpato” si può dire che esso sia stato, in buona sostanza, rispettato dai plebisciti a suffragio universale maschile e attestato dal consenso popolare contro cui il Parlamento mai ebbe l’audacia di opporsi. Peraltro il risultato elettorale fu sin troppo chiaro: terminate le operazioni di voto si registrarono 25.743 consensi a Nizza contro 160 dinieghi e 130.553 oui in Savoia contro 235 non[30].

Gli interventi dei parlamentari savoiardi e nizzardi che si susseguono per la ratificazione del trattato di Torino sono significativi perché restituiscono, come detto precedentemente, un atteggiamento differente verso il nascente Regno d’Italia che riflette anche la diversità linguistica e geografica della Savoia e di Nizza.

Il Ducato di Savoia costitutiva da sempre un’area geograficamente e linguisticamente distinta dal Piemonte. Essa era totalmente francofona e dialettalmente franco-provenzale poiché l’italiano non era insegnato nella scuola primaria e assai poco nella scuola secondaria nonché praticato solo da qualche categoria sociale (aristocratici, militari, funzionari, studenti, commercianti) che per legami familiari, impieghi o interessi vivevano o soggiornavano al di là dei monti.

Il Pays niçois fu inserito nella sovranità dei principi di Casa Savoia con l’atto di “dedizione” del 1388. La peculiarità di quel territorio apparve ben presto di tutta evidenza in un apparato statale alpino che era principalmente organizzato sull’asse Torino-Chambéry e si ritenne che questa provincia marittima, separata dalla capitale dalle montagne, dovesse godere di un regime tariffario differenziato, rappresentato dall’istituto del porto franco. I rapporti con il Piemonte, tramite il colle di Tenda, furono più intensi rispetto a quelli della Savoia. Essi divennero ancor più stretti dopo l’annessione della Repubblica di Genova al Regno di Sardegna. Nizza divenne allora il capoluogo di una divisione amministrativa largamente estesa verso la Liguria. Gli interscambi di popolazione con il Piemonte e soprattutto con la Liguria furono frequenti: basti pensare che l’enfant de Nice Giuseppe Garibaldi era figlio di Domenico, originario di Chiavari, importante centro del levante Ligure.

Rispetto ai 543.000 Savoiardi i 125.711 abitanti del circondario di Nizza nel 1860 appartenevano all’aerea linguistica dell’occitano alpino orientale. Il nissardo era l’idioma dell’entroterra rurale e montano mentre nella città di Nizza vi si potevano individuare più “lingue”: nella capitale, su 44.000 abitanti, 33.206 parlavano il nissardo (75,3%), 5.524 erano italofoni (12,9%), i francofoni 3.943 (8,5%). Il turismo attirava molti stranieri di cui 418 (3,2%) dichiaravano di utilizzare altre lingue (come il tedesco, l’inglese e il russo). Un gran numero di parlanti il nissardo erano nonostante ciò bilingui, utilizzando anche l’italiano o il francese e comunque tutti i nizzardi si potevano definire un po’ poliglotti. Dal 1848 al 1860 i ventidue deputati savoiardi avevano per colleghi undici rappresentanti della provincia di Nizza, in cui in realtà però solo cinque erano nizzardi. Sin dall’annessione alla Grande Nation rivoluzionaria e poi napoleonica Nizza aveva sempre subito l’attrazione politica ed economica francese, ma continuava a conservare, ciò nonostante, un forte legame con il regno di Sardegna e la politica unitaria[31].

I discorsi pronunciati dai deputati Louraz (Savoia) e Montezemolo (Nizza), nella tornata del 26 maggio 1860, durante le sessioni dedicate alla ratificazione del trattato di Torino – l’uno a favore della cessione, il secondo che indicava l’astensione del deputato in merito – pur se poco conosciuti, sono rilevanti pochè ben riassumono le differenti situazioni anzidette.

L’intervento di Louraz è un documento importante perché rappresenta una testimonianza obiettiva e equilibrata che riflette l’opinione di una gran parte di savoiardi, intermedia sia rispetto agli ultra democratici (fedeli sino all’ultimo al re sabaudo e alla nazione italiana) sia rispetto ai movimenti separatisti pro francesi.

Je vote pour l’annexion parce que j’ai la conviction intime que la Savoie aura plus à gagner qu’à perdre d’être agrégée à l’empire français, et que je ne suis pas moins convaincu que sa séparation du Piémont est devenue une indispensable nécessité pour que ce nouveau royaume puisse rester grand et puissant. Pour rendre ici toute ma pensée en deux mots, je dirai qu’en votant pour le traité tel qu’il est, je crois agir dans l’intérêt du Piémont encore plus que dans l’intérêt de la Savoie. Ma mission de député savoisien se trouvant maintenant accomplie par ce dernier acte, il me reste à exprimer hautement devant le pays et devant la Chambre qui en est l’expression , les sentiments de gratitude dont je me sens pénétré pour tous les témoignages d’estime et d’affection que je n’ai pas cessé de recevoir, tant de l’un que de l’autre, dans toutes nos Législations passées et jusques à ce jour[32].

Il discorso del deputato Henry Montezemolo esplicita per contro efficacemente il rammarico della popolazione nizzarda per l’annessione alla Francia.

(…) Privati da leggi, forse intempestive, delle risorse che loro forniva il porto franco di Nizza, videro non solo scemato, ma annullato il loro commercio, e per contro moltiplicate le imposizioni, cresciuti in ogni anno gli oneri, avvilito il valore commerciale delle loro proprietà, dei prodotti del suolo, ed in mezzo a dovizie di pascoli, di foreste, di miniere, divenuti i cittadini più poveri dello Stato. Ebbene, o signori, malgrado gli arrecati danni, se mormorano sovente contro i ministri, essi si conservarono però sempre devoti e fedeli al Re, alla patria, ed i loro figli strenuamente pugnarono nelle gloriose battaglie. Né creda la Camera che il voto dagli stessi ora emesso possa contraddire queste mie parole; io che conosco questi paesi, posso con fondamento asseverare che il Sovrano è tuttora per essi una religione(…)[33]

Essendo la «séparation de la Patrie encore plus déchirante que celle de la famille»[34], non pochi sudditi rifiutarono l’annessione alla Francia. Almeno 1864 persone[35], tra Savoiardi e Nizzardi, lasciarono i loro paesi e migrarono in Italia, soprattutto dopo il 1861. Per ciò che concerne il personale poltico savoiardo al parlamento subalpino, i senatori Albert Blanc, Charles Albert Gerbais de Sonnaz d’Habères, Hector de Gerbais de Sonnaz, il generale Joseph Jean Joachim de Sonnaz, Louis Mauirice de Sonnaz, il deputato-ingegnere Sommelier, e Luigi Federico Menabrea[36] ─ futuro ministro della Marina (1861-62), dei lavori pubblici (1862-64) e, nel 1867, presidente del consiglio ─ optarono per la nazionalità italiana. Inoltre, dopo aver scelto il Regno d’Italia, saranno eletti come deputati i savoiardi Antoine François Benoit, e Louis Jérôme Pelloux[37].

Quattro deputati dell’ex contea di Nizza fecero una scelta analoga: Giuseppe Garibaldi, il meno conosciuto Carlo Laurenti Roubaudi, il medico, giornalista e fondatore della “Gazzetta del Popolo” di Torino Giovan Battista Bottero[38] ─ che continuerà la sua carriera di deputato anche nelle prime tre legislature del Regno d’Italia ─ e il già citato senatore Giovanni de Foresta, che sarà nominato presidente della Corte d’appello di Bologna.

In Francia, nel frattempo, una nuova generazione di parlamentari nizzardi e savoiardi sarà eletta nel Corpo Legislativo di Napoleone III.

Ancora qualche considerazione, in conclusione.

La “cessione” o “riunione” – come preferivano definirla gli ambienti governativi piemontesi – di Nizza e di Savoia alla Francia rappresenta senza dubbio uno dei punti chiave intorno a cui si sviluppò il processo di unificazione italiana. Questi due territori, infatti, rappresentarono per la Monarchia sabauda, per così dire, una “merce di scambio” utile per ottenere nel 1860 l’assenso di Napoleone III alle annessioni dell’Italia centrale (Emilia e Toscana), che, con la Lombardia, costituì il primo nucleo del futuro Regno unitario[39].

I plebisciti, d’altro canto, confermarono quella progressiva disaffezione che – pur con sfumature diverse – Nizza e Savoia nutrivano verso il nascente Regno d’Italia durante il decennio di preparazione

Per quanto concerne la Savoia le Alpi costituivano un “fossato” non solo fisico, ma anche ideologico: indicavano una cesura geografica e sociale al di là della quale una politica di italianizzazione era del tutto mancata. Nella nuova “patria italiana” «i Savoiardi politicamente coscienti e i ceti colti di lingua francese non avrebbero potuto non sentirsi sempre più estranei»[40] .

Dal punto di vista dei Nizzardi essi, che pur avevano aderito con entusiasmo alla causa italiana, si sentirono sempre più emarginati dai progetti di modernizzazione del Regno, i quali riguardavano il miglioramento delle infrastrutture stradali ed il varo della strada ferrata tra Torino e Genova, mentre non prevedevano di implementare i collegamenti per Nizza. Inoltre, il numero di abitanti sul versante italiano e le attività industriali diversificate che lì si sviluppavano non potevano che accrescere la marginalizzazione del nizzardo. La volontà di partecipare ai cambiamenti economici in corso in Europa aveva indotto peraltro il Piemonte a modificare il suo sistema doganale in senso più liberale, favorendo gli scambi commerciali e abolendo il porto franco di Nizza, che fu sempre sentito dai suoi abitanti come atto prodromico alla separazione da casa Savoia.

Il trattato di Torino e i plebisciti consegnavano Nizza e Savoia alla Francia e il Piemonte al Regno d’Italia rendendo queste “piccole patrie” periferie delle rispettive nazioni: più di un secolo dopo queste vicende si può affermare che queste tre regioni avrebbero mantenuto la loro “antica amicizia” conservando un costante rapporto dialettico e continuando a sviluppare fruttuosi interscambi culturali.

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  1. Genta, 2011, pp. 34-43.
  2. Cfr. Vernier, 1990, pp. 70-75; Riberi, 2016, pp. 543-552; Guichonnet, 2007; Milbach, 2008a; Milbach, 2008b; Sorrel et Guichonnet (eds.), 2010; Guichonnet, 2013.
  3. Cfr. Pecorella (ed.), 1989, p. 4.
  4. Cfr. Ratti, 1987.
  5. Cfr. D’Addio, Ghisalberti, Lanchester, Negri, Perfetti, Sofia, Tentoni (eds.), 1994, pp. 15-43.
  6. Romeo, 1977, p. 83.
  7. Chiala, 1858, p. 102.
  8. Atti del Parlamento Subalpino, 1855, pp. 145-146.
  9. Sappia, 1904, pp. 185-190.
  10. Magnan, 1910, pp. 257-266.
  11. Cfr. Tombaccini, 2010.
  12. Cfr. Guichonnet, 2013, pp. 71-72.
  13. Atti del Parlamento Subalpino, 1855, p. 24.
  14. Atti del Parlamento Subalpino, 1855, p. 67.
  15. Atti del Parlamento Subalpino, 1856, p. 612.
  16. Guichonnet, 1984.
  17. Atti del Parlamento Subalpino, 1856, p. 1295.
  18. Atti del Parlamento Subalpino, 1867, p. 575.
  19. Archives communales Nice, 0 62 : Documents sur le port-franc de Nice et sa suppression.
  20. Atti del Parlamento Subalpino, 1866, p. 2578.
  21. Atti del Parlamento Subalpino, 1866, pp. 2658-2659.
  22. Brofferio, 1868, p. 84.
  23. Atti del Parlamento Subalpino, 1867 p. 393.
  24. Atti del Parlamento Subalpino, 1867, p. 1183.
  25. Cfr. Tombaccini, 2016.
  26. Atti del Parlamento Subalpino, 1867, p. 1189.
  27. Atti del Parlamento Subalpino, 1867, p. 1191.
  28. Lettera di Nigra a Cavour del 14 marzo 1860, n. 578, in Pischedda e Roccia (eds.), 2007, p. 463. Cfr. Mongiano, 2010, pp. 74-75.
  29. Casana, 2010, p. 99.
  30. Cfr. Ortolani, p. 210 e Berthier, p.218, in Pene Vidari (ed.), 2016; Bellagamba, 2013, p.330.
  31. Cfr. Guichonnet, 2013, pp. 189-192.
  32. Atti del Parlamento Subalpino, 1860, p. 291.
  33. Atti del Parlamento Subalpino, 1860, p. 293.
  34. Menabrea, in G. Massari (ed.), 1959, p. 506.
  35. Roccia, p. 14, in Guichonnet, 2013.
  36. Cfr. Gentile, 2009.
  37. Cfr. Guichonnet, 2013, pp. 489- 502.
  38. Cfr. Locorotondo, 1971.
  39. Casana, 2001, p. 11.
  40. Romeo, 1984, p. 697.