Sotto il segno di Joaquim Silvério dos Reis (o di Giuda)? Note sulla storia della delazione premiata in Brasile

Ricardo SONTAG[•]

Universidade Federal de Minas Gerais (UFMG), Brasile
ricardosontag@ufmg.br

Abstract: Joaquim Silvério dos Reis, il primo e principale delatore della Congiura di Minas Gerais (1788-1789), fu il primo beneficiario della delazione premiata in Brasile? L’ultima regolamentazione dell’istituto in Brasile è del 2013. Il giudiziario brasiliano, negli ultimi anni, ha utilizzato molto spesso l’istituto nei processi riguardanti la corruzione. Molti giuristi, per dimostrare l’iniquità della delazione premiata, ricordano che Tiradentes, uno dei principali personaggi della Congiura di Minas Gerais e fino ad oggi onorato come eroe nazionale, sarebbe stato la prima vittima di una delazione di questo tipo, prevista nelle Ordenações Filipinas di Portogallo. Tuttavia, lo stesso argomento di una presunta continuità tra le nuovissime leggi e le vecchie Ordenações è stato utilizzato anche per affermare che, se l’istituto è così antico, non è così strano (e quindi non vi sarebbe ragione per attaccare la sua legittimità). In tutti questi discorsi che costituiscono una sorta di memoria del diritto penale brasiliano, non vi è stata l’attenzione verso l’alterità del passato, tampoco l’approfondimento nelle fonti dell’epoca. Tale approfondimento, sotto la guida del concetto di discontinuità, ci permette rilevare, ad esempio, che né il perdono né i premi previsti dalle Ordenações presupponevano la formalizzazione giuridica di un accordo, come invece succede oggi nei casi di delazione premiata. I processi attraverso i quali Joaquim Silvério chiese i suoi premi (mercês) non era lo stesso processo contro i congiurati. Non vi era un documento che stabilisse – anche se in maniera approsimativa o aperta – gli obblighi reciproci tra le parti. E, secondo la logica delle mercês, non potevano esservi. Forse sia possibile trovare diverse forme di negoziazioni dietro le quinte di qualsiasi di qualsiasi forma di processo giudiziale. Tuttavia, non sempre esiste la cristallizzazione di tali negoziazioni attraverso istituti giuridici. Tra gli anni 1990 e 2000, in Brasile, i premi per i delatori gradualmente sono diventate oggetti di istituti negoziali, allontandosi in questo modo di quel che si potrebbe chiamare logico del diritto soggettivo. Una giustizia negoziata però che si assomiglia pochissimo alle negoziazioni della giustizia criminale pre-moderna nelle quali l’”interesse pubblico” di punire non veniva attuato pienamente a nome della pace tra le parti. Le nuove negoziazioni di delazione premiata vengono realizzate proprio a nome dell’interesse pubblico di punire ancora di più. Quindi le nuove delazioni trovano appoggio nell’immaginario punitivista contemporaneo che va molto al di là della semplice convinzione secondo la quale i dani al patrimonio pubblico attraverso organizzazioni criminali devono essere regolarmente puniti.

Parole chiave:Storia del diritto penale brasiliano, Patteggiamento/pentitismo, Congiura di Minas Gerais, Giustizia negoziata

Sommario: 1. Joaquim Silvério e la continuità della memoria.2. Introdurre la discontinuità nella continuità della memoria o l’alterità del Settecento.3. “Descobrir conselho (…) contra o Rey”: Inconfidência Mineira e la spirale delle mercês.4. La delazione premiata contro il crimine organizzato: informazioni, premi, obblighi “contrattuali”.5. Traditori, perplessità del presente, storia.

“Allora uno dei Dodici, chiamato Giuda Iscariota, andò dai sommi sacerdoti e disse: Quanto mi volete dare perché io ve lo consegni? E quelli gli fissarono trenta monete d’argento”
(Matteo, 26.14-15)

1. Joaquim Silvério e la continuità della memoria.

Io mi trovavo a Brasília ed un giudice mi ha detto: – c’era qui un avvocato, stavamo parlando, ed io ho detto ‘(…) qual’è la Sua specialità? Lei è un criminalista? E lui mi ha risposto: ‘non, io sono delazionista’. Delazionista! Lui è specializzato nella delazione! Come mai!? Nei tempi della dittatura [la dittatura militare brasiliana, 1964-1988], tutti gli arrestati erano delatori, perché se non lo facessero, morivano. Perché se non facessero la delazione, sparivano. (…) Oggi si fa in una maniera diversa. C’è una negoziazione. Perversa. Strana. E costosa. (…) Io non posso sopportare avvocati che fanno questa bruttissima figura, che fu il ruolo di Joaquim Silvério dos Reis. La delazione premiata si trova nelle Ordenações Filipinas del regno di Portogallo. (…) La delazione non è per niente moderna! (…) Però oggi la festa nazionale di chi è? È di Joaquim Silvério? È di Tiradentes, quello che fu vittima della delazione. (…) Joaquim Silvério è simbolo di quel che c’è di peggio nella natura umana. E noi non possiamo tollerare la ripetizione di questo tipo di pratica[1].

Queste sono parole del famoso avvocato brasiliano Técio Lins e Silva in un convegno nel 2017. Io ho preferito tradurre in italiano l’espressione delação premiada letteralmente (delazione premiata) perché forse il patteggiamento in Italia si assomiglia di più ad altri istituti giuridici che non riguardano direttamente il nostro argomento. Invece, l’espressione collaboratori di giustizia è una traduzione ragionevole per l’espressione colaboração premiada, che io ritengo per i fini di questo saggio sinonimo di delação premiada. La parola delação (delazione) rende più immediata le ragioni della forte reazione negativa contro l’istituto di personaggi come Lins e Silva. Ed è utile, per seguire il filo della storia che vorrei ricostruire, aver sotto l’occhio la dimensione negativa della delazione. Tuttavia dobbiamo lasciar in sospeso l’accanito dibattito tra sostenitori e critici dell’istituto; un istituto che a sua volta si trova nel cuore di altri accanitissimi dibattiti politici nell’opinione pubblica brasiliana riguardanti la corruzione, l’ex-governo Dilma Rousseff, l’impeachment e l’attuale governo Michel Temer.

Invece, mi preme sottolineare come il passato, la storia, compare nel discorso di Lins e Silva: ecco il nostro punto di partenza. Joaquim Silvério dos Reis, come vedremo, delatore di un reato politico alla fine del Settecento in Brasile e Tiradentes, che, per effetto della delazione, fu condannato a morte. Gli è stata dedicata una festa nazionale che, fino ad oggi, se celebra il 21 aprile. Le Ordenações Filipinas, parte del diritto penale vigente in Brasile fino agli anni trenta dell’Ottocento. Nei giorni d’oggi, semplici ripetizioni del passato: la delazione premiata non è moderna. Insomma, un discorso di continuità; costruzione di una memoria per l’istituto della delazione premiata con l’obiettivo di deleggitimarlo (tuttavia, come vedremo, il discorso della continuità può servire anche allo scopo inverso). Ma la narrazione storiografica che io vorrei costruire intende allontanarsi del discorso della continuità di per sé; un allontamento che mi sembra, come vedremo, essenziale per un’analisi storico-giuridica dell’istituto. Nonostante la profusione di discorsi nei quali la storia dell’istituto delazione premiata viene chiamata in causa, mancano ancora analisi storico-giuridiche approfondite sull’argomento. Di solito, si ritrovano soltanto piccoli riferimenti alla storia dell’istituto in interventi il cui obiettivo non è storiografico oppure la storia dell’istituto sembra essere il centro del discorso, però manca l’approfon-dimento per andare oltre il “continuismo” che abbiamo visto nell’interven-to di Lins e Silva.

Il nostro spunto per questo sguardo all’indietro può essere un passo dell’articolo pubblicato nel periodico Internazionale intitolato “Operazione autolavaggio” che cerca di offrire uno sguardo panoramico sugli ultimi casi di corruzione in Brasile: “[t]ra le nuove misure [del pacco anti-corruzione del 2013] viene introdotto, per la prima volta in Brasile, il patteggiamento [nella traduzione che ho preferito io, delazione premiata]: i magistrati possono accordarsi con i sospetti proponendo uno sconto di pena in cambio d’informazioni che porterebbero all’arresto di persone importanti”[2].

La sopra riferita legge del 2013 non è un inizio assoluto, ma un passo importante in un processo che i nostri processual-penalisti di solito fanno risalire agli anni novanta del Novecento, con l’introduzione di dispositivi processuali simili a quelli utilizzati, ad esempio, in Italia, nell’operazione mani pulite. Quanto simili sarebbe appunto un argomento da approfondire a partire dalle chiavi teorico-metodologiche che riescono a gettare luce sulle originalità pure delle imitazioni[3]. Ma in questo saggio voglio semplicemente sottolineare che tutto questo processo – dagli anni 1990 fino alla legge del 2013 – viene percepito come una grande svolta nella cultura giuridico-penale brasiliana. Praticamente tutti i processual-penalisti che si sono soffermati sull’argomento considerano gli anni 1990 un momento di rottura, di novità.

Vi sono però narrazioni che vogliono far risalire queste “novità” ad altri tempi. Ed io non mi riferisco necessariamente a discorsi di differenti giuristi: a volte, nello stesso testo in cui si percepisce la chiarissima sensazione di novità davanti a queste leggi sulla delazione premiata, leggiamo il tentativo di costruire una “evoluzione storica” che risalga a tempi lontani. La conseguenza è una sopravvalutazione delle somiglianze per costruire una narrazione di continuità. Infatti, se volessimo ascrivere il nostro problema nella lunghissima durata – per usare una vecchia categoria dello storico Fernand Braudel – sarebbe possibile arrivare persino all’antichità. Mi riferisco ad una storia che è fondatrice della nostra cultura: Giuda che tradisce Gesú[4]. Infatti, siamo davanti ad una denuncia che viene premiata dalle autorità. Giuda, appunto, ricevette delle monete d’argento per tradire Gesù, perlomeno nella versione tradizionale di questo passo della Bibbia (non voglio soffermarmi sulle interpretazioni alternative perché esse non sono rilevanti per questo mito fondatore del nostro immaginario).

Ancora nella lunga durata, alcuni hanno ricordato il Brasile coloniale. L’Inquisizione ecclesiastica, ad esempio, che comparve in Brasile dal Seicento fino al Settecento. Vi erano infatti processi contro ebrei nei quali l’accusato denunciava parenti per riuscire ad avere una pena più mite[5]. Ma il caso più citato in assoluto è quello di Joaquim Silvério dos Reis, come abbiamo già visto nell’intervento di Lins e Silva, che tradì i suoi compagni dell’Inconfidência Mineira. La parola inconfidência: il suo nucleo è il sostantivo latino fides: fede, lealtà; più precisamente, cito adesso un Dizionario settecentesco, “mancanza di fede, o della lealtà nei confronti del Principe”[6]. Un crimine di “lesa-maestà di prima testa”, cioè, un reato politico molto grave[7]. Il “fedele suditto” Joaquim Silvério riuscì ad avere alcuni “premi” dalla corona portoghese grazie al tradimento dell’Inconfidência.

Il “fantasma” di Giuda è molto presente nell’immaginario dell’Inconfi-dência Mineira. Però, io non conosco delle fonti che ci permettano di approfondire gli aspetti giuridici del tradimento contro Gesù, quindi non mi soffermerò su di esso. Dalla lettura dei frammenti della Bibbia, questo approfondimento non mi sembra possibile. Inoltre, io non sono uno specialista di diritti antichi, quindi preferisco lasciare questo compito a colleghi più esperti di me. Per ora lascio in sospeso l’aspetto dell’inquisizione per una semplice ragione di tempo: non ho potuto ancora andare a cercare le fonti pertinenti (questa è una ricerca ancora in corso). Invece, voglio soffermarmi sul caso di Joaquim Silvério dos Reis e sul dispositivo delle Ordenações Filipinas portoghesi del 1603 che prevedeva dei “premi” per coloro che denunciavano reati di lesa-maestà. Prima di arrivare all’Inconfidência, però, bisogna affrontare alcune questioni metodologiche. Senza esplicitarle sarebbe difficile capire alcune scelte narrative che ho fatto io per il nostro percorso.

2. Introdurre la discontinuità nella continuità della memoria o l’alterità del Settecento.

In primo luogo, la mia insoddisfazione con le narrative basate sulla continuità (“continuistiche”) non è fattuale, ma teorico-metodologica. Non è motivata da ragioni empiriche: infatti, è possibile trovare somiglianze tra diversi momenti nella lunga durata nel lungo periodo (sia il punto di partenza l’antichità oppure l’epoca del Brasile coloniale). Le analogie sono anche abbastanza ovvie. Però, tenendo conto del compito dello storico, queste analogie che fondano le narrazioni continuistiche mi sembrano insufficienti, cioè, esse possono essere soltanto il punto di partenza dello storico, ma non il punto di arrivo. Le ragioni di questa mia convinzione sono due: prima, perché lo storico del diritto è uno specialista del passato; seconda, perché lo storico è uno specialista del passato capace di leggere il diritto nei suoi contesti.

Sul primo aspetto, mi sembra troppo ovvio che il flusso della storia sia costituito di rotture e permanenze. Però, quando l’obiettivo di una narrazione è costruire un filo di continuità tra il presente e il passato, cioè, quando l’obiettivo della narrazione si esaurisce nel dimostrare che il presente già si trovava (in fieri, perlomeno) nel passato, la stessa differenza tra passato e presente svanisce. E insieme il ruolo dello storico. Quindi il compito dello storico sta in stretto rapporto con il rispetto all’alterità del passato. Però, la differenza tra passato e presente non è un dato semplicemente cronologico, ma una costruzione della narrativa storiografica nella misura in cui è capace, nonostante le continuità che rendono la storia una stessa realtà umana, di gettare luce sulle differenze, sulle discontinuità, sulle cose che rendono il passato una alterità rispetto al presente, su quel che fa del passato, passato, e non presente. Quindi il nostro obiettivo è riuscire ad andare al di là delle analogie tra l’esperienza attuale e quella coloniale.

Come costruire narrativamente queste differenze è l’altra difficile domanda che una ricerca come questa ci pone. Se le analogie tra i due momenti sono ovvie, d’altro canto può sembrare anche troppo facile distruggerle. Per l’occhio tecnico del giurista non sarebbe difficile trovare anche le piccole differenze tra gli istituti giuridici. A volte, nell’analisi del diritto vigente, i giuristi sono capaci di rintracciare minime differenziazioni, cioè, differenze innocue tra e all’interno degli istituti giuridici. Non per caso i manuali e trattati giuridici odierni sono pieni di classificazioni (alcune veramente interessanti, altre meno…). Nemmeno la mia narrazione non intende negare le analogie, anche perché esse sono buoni punti di partenza, e talvolta sarà necessario fare riferimento pure a delle piccole differenze tecniche. Ma il problema delle piccole differenze tecniche rimanda al mio secondo punto, cioè, ad una storia del diritto attenta al significato degli oggetti nei suoi contesti.

In una delle ricostruzioni delle “evoluzioni storiche” – scritte da giuristi del diritto positivo – sulla delazione premiata, ho trovato due o tre pagine con l’analisi dei dispositivi delle Ordenações Filipinas riguardanti il nostro argomento. Analisi tecnica: i presupposti, le condizioni, le esigenze della norma, i soggetti, e così via. Tutto ciò in comparazione con la struttura tecnica delle leggi odierne. Un’analisi apparentemente molto rigorosa: tutto ciò che era stato detto corrispondeva a quello che vi era scritto nel testo delle Ordenações[8]. Nonostante l’apparente rigore, l’analisi non mi ha convinto per due ragioni: i) perché mi sembra un poco azzardato fidarsi troppo dei dettagli del testo legale nel caso di una norma di Antico Regime[9]; ii) perché l’analisi non riusciva percepire il senso specifico dei vecchi dispositivi nel loro contesto, nel passato. Il mio punto è non ricadere in una semplice storia dei dogmi giuridici. Forse attraversare i dogmi per arrivare a degli strati più profondi. A Paolo Grossi probabilmente piacerebbe parlare delle “mentalità” giuridiche che sostengono alcuni tipi di costruzione tecniche. Con obiettivi molto simili, io ho preferito usare l’espressione cultura giuridica e puntare ad individuare quelle differenze che rimandano a dei modi di funzionamento delle culture giuridiche (o perlomeno di una parte di esse).

Quando mi riferisco ad una analisi capace di prendere in considerazione il contesto, mi preme chiarire che i contesti non sono predeterminati aprioristicamente per qualsiasi narrazione per qualsiasi oggetto che si trovi, ad esempio, nel Settecento luso-brasiliano. Ogni testo, ogni domanda di ricerca diretta ad una serie documentale, esige la presa in considerazione di determinati contesti – potenzialmente infiniti. Per l’analisi che ho voluto impostare io, nonostante l’Inconfidência Mineira sia un reato di lesa-maestà, pochi dettagli della storia politica luso-brasiliana del periodo veramente ci interessano. Quindi contesto significa tutto ciò che si trova intorno al “testo” (inteso come il testo collegato alla domanda alla quale io, storico, vorrei rispondere) e che ci può aiutare a capire il senso di esso nell’ambito di quella cultura (cultura ‘giuridica’, perché io sono un storico ‘del diritto’). Da quanto ho detto fino ad ora, è chiaro che cultura ‘giuridica’ non è sinonimo di tecnicismi: per dirlo in altre parole, si tratta della dimensione giuridica di una società, “sistemazione dei rapporti sociali a un dato livello”[10].

Sia l’attenzione all’alterità del passato, sia l’attenzione ai contesti, convergono verso una esigenza metodologica fondamentale: l’enfasi sulla discontinuità. Quindi, nonostante le rotture e permanenze siano sempre coesistenti nella realtà, il compito dello storico punta verso un compromesso – metodologico – con la discontinuità.

Le narrative continuistiche sulla storia della delazione premiata in Brasile – oltre al fatto che sono interventi con pochissime preoccupazioni verso le “regole d’arte” della storiografia – portano con sé alcuni rischi più profondi, che vanno oltre alla semplice imprecisione. Dunque, i possibili sensi delle narrative continuistiche mi pare che siano tre:

i) Legittimazione attraverso la tradizione. Queste narrative presuppongono che, siccome l’istituto giuridico esiste da molto tempo, esso non è estraneo al diritto, quindi, nonostante le critiche, è assolutamente legittimo[11].
ii) Delegittimazione attraverso il progressismo. Qui invece l’istituto giuridico viene presentato come qualcosa che esisteva in un passato oscuro, quindi proprio per questo non è legittimo ai giorni d’oggi[12]. Nelle narrazioni basate sul mito del progresso, infatti, a volte sembra difficile non ricadere in una ricostruzione di questo tipo quando ci troviamo di fronte a – com’è il caso dell’Inconfidência Mineira – reazioni molto feroci dell’apparato di giustizia criminale. Ed io non voglio nascondere queste violenze. Come non voglio neanche che queste ferocie del passato distraggano il nostro sguardo critico dalle violenze del presente. Perciò, pure quando siamo davanti a questo tipo di fenomeno, mi sembra importante evitare un eccessivo ottimismo nei confronti del progresso. A causa dell’esistenza di una sorta di iato tra la caduta dell’ordine penale di Antico Regime e gli anni Novanta del Novecento, la narrazione progressista può forse sembrare discontinuistica, però, il senso stesso del progressismo mi pare continuistico e presuppone come obiettivo centrale della narrazione la ricerca delle analogie.
iii) Semplice erudizione. Questa terza ipotesi potrebbe essere quella meno pericolosa, perché, infatti, io credo che esista spazio per le ricerche storiche puramente erudite, cioè, scarsamente idonee, ad esempio, ad aiutare i giuristi positivi “prendere le distanze dal familiare” attraverso la comparazione con altri tempi. Io non sono sicuro che questa mia ricerca sia capace di realizzare questo obiettivo propedeutico della storia del diritto. Forse essa si trova ancora tra quelle ricerche che semplicemente ci aiutano a conoscere con un poco più di precisione qualcosa sul passato. Tuttavia, io mi riferisco qui alle narrative che fanno cenno alle cose simili alla delazione premiata che esistevano in altri tempi senza che a causa di un’analisi troppo superficiale, non riescono a dare un senso alla continuità.

Insomma, le analogie prodotte dalla “memoria giuridica” sono il nostro punto di partenza, mentre il nostro punto di arrivo, per ragioni metodologiche, dev’essere necessariamente tutt’altro.

3. “Descobrir conselho (…) contra o Rey”: Inconfidência Mineira e la spirale delle mercês.

“Romance XXXIV ou de Joaquim Silvério
Melhor negócio que Judas
fazes tu, Joaquim Silvério:
que ele traiu Jesus Cristo,
tu trais um simples Alferes.
Recebeu trinta dinheiros…
— e tu muitas coisas pedes:
pensão para toda a vida,
perdão para quanto deves,
comenda para o pescoço,
honras, glória, privilégios.
E andas tão bem na cobrança
que quase tudo recebes!
Melhor negócio que Judas
fazes tu, Joaquim Silvério!
Pois ele encontra remorso,
coisa que não te acomete.
Ele topa uma figueira,
tu calmamente envelheces,
orgulhoso impenitente,
com teus sombrios mistérios.
(Pelos caminhos do mundo,
nenhum destino se perde:
há os grandes sonhos dos homens,
e a surda força dos vermes.)”
(Cecília Meirelles, in “Romanceiro da Inconfidência”, 1953)

E quanto ao que fizer conselho e confederação contra o Rey, se logo sem algum spaço, e antes que per outrem seja descoberto, elle o descobrir, merece perdão. E ainda por isso lhe deve ser feita mercê, segundo o caso merecer, se elle não foi o principal tratador desse conselho e confederação. E não o descobrindo logo, se o descobrir depois por spaço de tempo, antes que o Rey seja disso sabedor, nem feita obra por isso ainda deve ser perdoado, sem haver outra mercê. E em todo caso que descobrir o tal conselho, sendo já per outrem descoberto, ou posto em ordem para se descobrir, será havido por commettedor do crime de Lesa Magestade, sem ser relevado da pena, que por isso merecer, pois o revelou em tempo, que o Rey já sabia, ou stava de maneira para o não poder deixar de saber.
(Ordenações Filipinas, Liv. V, Tit. VI, § 12).

Il primo frammento è una delle poesie del Romanceiro da Inconfidência, scritto dalla poetessa Cecília Meirelles – una delle più importanti nella storia della letteratura brasiliana – e pubblicato nel 1953. Il Romanceiro racconta, appunto, la congiurazione in maniera epica ed eroica. Il più eloquente dei congiurati era l’alferes Joaquim José da Silva Xavier, il Tiradentes. Alferes[13] era il più alto grado grado nella carriera degli ufficiali dell’eserci-to[14]. E Tiradentes, in italiano, sarebbe quello che tira fuori i denti: il nostro inconfidente era, infatti, anche un dentista. Allora, il Tiradentes di solito viene dipinto, in questi immaginari mitologici, quasi come un Gesù (ed io mi riferisco anche alla fisionomia).

Joaquim Silvério dos Reis, a sua volta, viene parificato a Giuda. Infatti, nell’immaginario brasiliano, il caso dell’Inconfidência Mineira diventò una sorta di mito di origine dai toni biblici. Vi sono tante rappresentazioni artistiche (arti visuali, cinema, etc.) sulla congiura ed i suoi personaggi, più o meno legate alle mitologie ufficiali. Nonostante la rappresentazione di Cecília Meirelles condivida qualche tratto generale con le rappresentazioni eroiche-ufficiali dell’Inconfidência, il Romanceiro va molto al di là di questi semplicismi, sia nel “contenuto”, sia nella “forma” – sofisticatissima, tra l’altro[15]. Il nostro obiettivo, però, non è la storia della costruzione del mito dell’Inconfidência, molto legata all’immaginario repubblicano degli ultimi deceni dell’Ottocento[16] (non per caso, il giorno festivo del 4 aprile fu stabilito pochi mesi dopo la “proclamazione” della Repubblica attraverso il decreto n 155-B del 14 gennaio 1890). Quindi, torniamo al periodo precedente alla stessa Indipendenza del Brasile.

Siamo alla Capitania das Minas Geraes nel 1788. Il nome – Minas Gerais – richiama le miniere d’oro ed altre pietre preziosi e metalli in generale. La fase più importante legata a queste attività economiche in questa regione è appunto il Settecento.

È molto intuitivo immaginare che il rapporto tra una colonia e il centro dell’impero sia essenzialmente verticale, che il controllo del centro sulla periferia sia molto stretto. E invece non è proprio così. L’impero portoghese era enorme: vi erano colonie in Asia, in Africa e l’immenso territorio brasiliano. E vi erano diversi modelli di dominio politico-giuridico nell’Impero portoghese, ma non vi era un controllo assoluto su tutto il territorio. Anzi, l’autonomia locale – come succedeva nell’ordine dell’Antico Regime del-l’Europa occidentale – aveva un grande spazio. Insomma, una monarchia corporativa, fondata sull’autonomia dei diversi corpi che la costituiva, per usare una categoria dello storico del diritto António Manuel Hespanha[17].

Nel 1788, però, siamo nel momento in cui questo concetto di monarchia corporativa entra in crisi ed il processo di centralizzazione avanza. Inoltre, il territorio delle miniere era troppo strategico per la corona portoghese. Quindi forse possiamo considerarlo l’avanguardia dei tentativi di controllo/centralizzazione, in tensione con pratiche e istituti giuridici antichi[18]. Sulle istituzioni antiche, basterà ricordare il nostro Joaquim Silvério dos Reis: un contratador de impostos, cioè, uno che raccoglieva imposte, tasse. E si dice contratador perchè lui aveva vinto in una sorta di asta pubblica un contratto con la corona, secondo il quale lui si impegnava a pagare una determinata somma di denaro entro un determinato periodo di tempo alle casse dello Stato, mentre si occupava a sue spese di raccogliere le tasse e le imposte dalla popolazione locale. Quindi, non era proprio un pubblico impiegato, in una funzione che oggi per noi sarebbe assolutamente naturale immaginare un pubblico impiegato.

Quindi, tentativi di centralizzazione, ma a volte anche inefficienti. Come ci spiega lo storico João Pinto Furtado[19], “tale è il caso delle politiche di raccolta di imposte, che generavano un deficit sempre più grande, e, indirettamente, erano uno dei principali elementi d’instabilità tra la popolazione di Minas negli ultimi decenni del Settecento, che si esprimeva precipuamente nella paura nei confronti della derrama”[20]. Derrama deriva dal verbo portoghese derramar, approssimativamente traducibile In italiano con versare (come versare lacrime) oppure con spargere (come spargere sangue). L’importante per la comprensione della parola portoghese è l’immagine di qualcosa che viene da su verso giù e si diffonde nello spazio. La diffusione nello spazio si riferisce al fatto che tutti i sudditi in questo territorio sono obbligati solidalmente a pagare questo imposto. Adesso guardiamo una definizione giuridica della parola: “derrama significa varare un imposto o contributo condiviso, cioè, derramada verso tutti”. E in questo Dizionario Giuridico, l’esempio era proprio quel che si faceva nella colonia del Brasile: “come si fa la derrama a Minas Geraes per riempire le cento arroubas d’oro”[21].

Siamo in un contesto di insoddisfazioni diffuse contro il drenaggio delle ricchezze operato dalla corona portoghese. E le resistenze vi furono lungo tutto il Settecento, tanto è vero che, alla fine del 1788, vi erano tanti debiti in sospeso. Il nuovo governatore di Minas Gerais, che sarebbe arrivato all’inizio del 1789, aveva il compito di far raccogliere questi debiti attraverso la derrama[22]. Questo sarebbe stato il momento per la deflagrazione della reazione – anche armata – contro le autorità. Però, il nuovo governatore, Visconte di Barbacena, riuscì a capire la grave instabilità che la derrama avrebbe potuto provocare ed ordinò la sospensione di essa attraverso una lettera indirizzata alle autorità locali (cioè, alle câmaras municipais) delle diverse città della regione di Minas Gerais nel 22 marzo 1789. Un dato interessante è che la lettera utilizza un topos retorico che può essere ritenuto un tratto caratteristico dell’Antico Regime: l’opposizione tra la legge obbligatoria (che prevedeva la derrama in quella situazione) e le circostanze locali che esigevano la sospensione dell’applicazione della legge[23].

Probabilmente, il 15 marzo del 1789, Joaquim Silvério dos Reis – che era stato perlomeno invitato a partecipare della congiura[24] – aveva parlato con il Viconte di Barbacena: il giorno, per così dire, della denuncia orale. La versione scritta della denuncia di Joaquim Silvério porta la data di 11 aprile 1789. Grazie a questa denuncia, viene aperta un’inchiesta (più precisamente, una devassa especial, che vedremo cosa significa tra poco) a Rio de Janeiro (la capitale) il 7 maggio 1789 e un’altra a Minas Gerais il 12 giugno 1789, poi unificate all’inizio del 1790. Per usare le parole delle Ordenações Filipinas (il frammento citato all’inizio di questo capitolo), Joaquim Silvério aveva “scoperto” – nel senso appunto di tirar fuori quel che copriva – la “congiura contro il Re”. In questi casi, il testo delle Ordenações prevedeva il perdono e la mercê (“favori” o “premi”, per così dire).

Ancora una volta, Cecília Meirelles scrisse una poesia specificamente sulla denuncia di Joaquim Silvério nel suo Romanceiro da Inconfidência:

“Romance XXVIII ou da denúncia de Joaquim Silvério

No Palácio da Cachoeira,
com pena bem aparada,
começa Joaquim Silvério
a redigir sua carta.
De boca já disse tudo
quanto soube e imaginava.

Ai, que o traiçoeiro invejoso
junta às ambições a astúcia.
Vede a pena como enrola
arabescos de volúpia,
entre as palavras sinistras
desta carta de denúncia!

Que letras extravagantes,
com falsos intuitos de arte!
Tortos ganchos de malícia,
grandes borrões de vaidade.
Quando a aranha estende a teia,
não se encontra asa que escape.

Vede como está contente,
pelos horrores escritos,
esse impostor caloteiro
que em tremendos labirintos
prende os homens indefesos
e beija os pés aos ministros!

As terras de que era dono,
valiam mais que um ducado.
Com presentes e lisonjas,
arrematava contratos.
E delatar um levante
pode dar lucro bem alto!
Como pavões presunçosos,
suas letras se perfilam.
Cada recurvo penacho
é um erro de ortografia.
Pena que assim se retorce
deixa a verdade torcida.

(No grande espelho do tempo,
cada vida se retrata:
os heróis, em seus degredos
ou mortos em plena praça;
– os delatores, cobrando
o preço das suas cartas…)”.

Se la lettera era veramente scritta così male, se deformava così tanto la verità, se Joaquim Silvério era così vile[25], se riuscì ad avere così tanti profitti, è difficile saperlo con precisione. Comunque è vero che il nostro traditore si aspettava qualche cosa per la denuncia. Vi sono specialisti che hanno cercato di precisare quanto la corona portoghese alla fine “pagò” per la denuncia – e sembra che non sia stato poco – ma questo non vuol dire necessariamente che Joaquim Silvério abbia ottenuto tutto quel che probabilmente desiderava[26].

La “scoperta” della congiura e l’inizio della repressione cominciarono anche prima che i congiurati potessero decidere sui dettagli delle riforme che avrebbero voluto introdurre se la ribellione avesse avuto successo. Quindi, è molto difficile precisare se la ribellione intendeva portare al liberalismo, alla repubblica o all’indipendenza della Capitania das Minas Geraes oppure del Brasile. Nelle mitologie intorno all’Inconfidência invece non è così difficile ritenere come certezze perlomeno alcune di queste caratteristiche, ma quando si guardano da vicino i documenti, infatti, forse è meglio lasciare in sospeso le risposte a tali quesiti[27].

Nel maggio 1789, Joaquim Silvério aiutò ad arrestare Tiradentes a Rio de Janeiro. Ancora una volta Cecília Meirelles raccontò quei giorni di maggio in cui i congiurati furono arrestati, grazie al “Giuda” di Minas Gerais:

“Romance XXXVII ou de Maio de 1789

Maio das frias neblinas,
maio das grandes canseiras.
Os coronéis suspirando
à vaga luz das candeias;
os poetas mirando versos
e hipotéticas idéias;
Joaquim Silvério sonhando
dinheiro, mercês, comendas… (…)

Primeiro de Maio

Passou por aqui o Alferes?
Sim, passou, mas já vai longe.
Quem vem agora atrás dele?
Quem voa pelo horizonte?
Dizem que é Joaquim Silvério!
(Maldito seja tal homem:
tem vilania de Judas
com arrogância de Conde.)”

Ma pure Joaquim Silvério fu arrestato insieme all’alferes Tiradentes il 10 maggio 1789. Il denunciante riuscì ad uscire dalla prigione della fortezza delle Isole delle Serpenti (Fortaleza da Ilha das Cobras) soltanto sette mesi dopo, nonostante egli non sia nemmeno qualificato come accusato nella sentenza finale del processo letta il 17 aprile 1792. Però nel maggio 1789 il vice-re aveva ancora seri dubbi sul nostro traditore[28].

Adesso soffermiamoci sulle questioni giuridiche[29].

L’accusa era davvero molto grave: congiura, un reato di “lesa-maestà di prima testa” (“lesa-magestade de primeira cabeça”). Il caso dell’Inconfi-dência Mineira divenne anche l’esempio per eccellenza di questo tipo di reato, come si vede nella voce “Congiura” (“Conjuração”) dello stesso Dizionario Giuridico che ho citato prima: “Congiura è la cospirazione di molte persone maliziose contro il Sovrano o lo Stato. (…) La congiura è un reato di Lesa-Maestà di prima testa e viene punito come tale in tutte le Nazioni. (…) Attraverso le Lettere Reali [Cartas Régias] del 17 luglio e del 15 ottobre 1790 furono inflitte le pene ai rei coinvolti nel reato di congiura che era avenuta in Brasile”[30].

La voce di questo Dizionario fa riferimento alle “Lettere Reali” del 1790 – quindi precedenti alla vera sentenza finale del 1792 – perché in queste Lettere, mantenute segrete fino alla lettura della sentenza finale, la regina Maria I di Portogallo i) aveva richiesto che i rei ecclesiastici fossero inviati a Portogallo per la sua decisione finale su di loro; ii) ed aveva perdonato parzialmente la pena di tutti i rei, cioè, aveva convertito la loro eventuale pena di morte in bando in Africa, tranne quella di Tiradentes. Una decisione che rivela appunto un tratto molto caratteristico del diritto penale delle monarchie corporative: minacciare molto, ma concretizzare poco le minacce[31]. Concretizzarle molto selettivamente, come nel caso di Tiradentes. Condannato alla morte, il suo corpo fu squartato e i diversi pezzi furono messi per le strade di Minas Gerais. Non sembra però che il risultato dell’orribile spettacolo sia stato del tutto quello voluto dalla legge perché vi sono indizi di reazioni molto negative – già all’epoca – delle popolazioni contro il nostro traditore, Joaquim Silvério, perlomeno parzialmente a causa del tradimento stesso[32]. Nella lunga durata dell’”immaginario nazionale” invece non vi sono dubbi: Joaquim Silvério viene dipinto come un vile traditore e Tiradentes come un eroe.

Adesso torniamo all’inizio: che cos’era una devassa especial? La devassa è un tipo de procedura criminale in cui l’autorità giudiziale poteva operare ex officio, cioè, poteva cominciare l’inchiesta per conto suo. Quelle speciali [especiais] riguardavano un reato specifico, l’elemento incerto erano i responsabili. Vi erano anche le devassas gerais: generali nel senso che coprivano una serie di delitti in una località all’inizio dell’anno oppure in momenti particolari determinati dalle leggi. Il giurista Joaquim José Caetano Pereira e Sousa[33] diceva nel suo manuale scritto nella seconda metà del Settecento che “le devassas generali sono pericolose perché possono aprire le porte alle calunnie e al sacrificio di vittime innocenti a causa delle vendette (…). Sono più tollerabili invece le devassas speciali perché esse presuppongono un reato certo e determinato, quindi ci vuole prima il corpo de delicto”[34]. Tornerò tra poco sul corpo de delicto.

Esistevano ancora altre due forme di “inquisizione sui delitti”: la querela e la denúncia. Nella querela, la procedura giudiziale inizia e viene portata avanti dall’individuo che fa la delazione. Nella denuncia, invece, semplicemente si chiede all’autorità giudiziaria di procedere contro il criminale[35].

Dunque, la lettera-denuncia del nostro Joaquim Silvério dos Reis era una denuncia? Nei documenti del processo, questa parola fu utilizzata (ma questa non è una risposta definitiva al nostro quesito). La denuncia di Joaquim Silvério faceva parte del corpo de delicto che aprì la devassa. Il corpo de delicto era un elemento essenziale di qualsiasi procedura criminale. Il corpo de delicto è dunque il documento in cui il reato viene descritto, grazie ad “ispezioni visive” (“inspecção ocular”), “congetture legittime” (“conjecturas legitimas”) oppure “testimonianze” (“depoimentos de testemunhas”)[36]. Nell’Auto de corpo de delicto della nostra devassa vi erano sei lettere di denuncia. La prima era quella di Joaquim Silvério[37]. Dopo, altre otto furono aggiunte agli atti del corpo de delicto[38]. E “tutte queste lettere ed altri documenti insieme servono come corpo de delicto”[39].

Soffermiamoci adesso su alcune di queste lettere, a cominciare da quella del nostro principale traditore, che porta la data del 11 aprile 1789, ma in verità fu scritta il 19 aprile di quel anno.

Joaquim Silvério comincia con il racconto di quel che aveva sentito “nella occasione in cui io fu invitato per la ribellione [sublevação]”[40]. Egli racconta i piani formulati dagli altri congiurati, cercando sempre di mantenere se stesso il più distante possibile, come se tutte quelle cose non l’avessero convinto. Nessuna parola quindi sul fatto di aver accettato in un primo momento con il susseguente pentimento. Invece, Joaquim Silvério segnala minacce da parte dei congiurati nell’ipotesi che lui “scoprisse” i sediziosi piani. La retorica della parte finale della lettera è anche molto interessante: Joaquim Silvério afferma non desiderare la “perdizione” di nessun suddito, e quindi “l’unico premio che chiedo a V.E. per amor di Dio è che nessuno venga perduto”[41]. “Perdere” qualcuno nel senso fisico (un riferimento alla pena di morte)? Non è impossibile. Però, il dato che ci preme di più è la retorica del rifiuto di qualsiasi “premio”. Chiaramente, si tratta di retorica. Ma anche le retoriche dobbiamo prenderle sul serio in qualche modo. Forse siamo davanti ad un indizio del rapporto non-sinallagmatico tra il soggetto che offre e il soggetto che riceve un “premio” nell’immaginario pre-moderno, nonostante il testo delle Ordenações Filipinas avesse cercato di stabilire qualche corrispondenza (proporzionalità?) tra i tipi di “scoperta” e le conseguenze in termini di mitigazione o esenzione della pena e di premi, cioè, le mercês. Mi spiego: questa parola – “mercês” – utilizzata nelle Ordenações Filipinas, per farne soltanto un esempio, viene definita da un importante Dizionario Settecentesco appunto in termini di dono, gratuità ed arbitrio[42].

La seconda lettera di denuncia è di Basílio de Brito Malheiro do Lago, firmata il 15 aprile 1789. Adesso forse riusciamo a capire perché Joaquim Silvério dos Reis volle nella propria lettera-denuncia non la data reale, ma l’11 aprile. Indizio dell’importanza di essere il primo a “scoprire” la congiura. Lago racconta soltanto delle cose sulle quali aveva sentito parlare. In maniera anche più esplicita rispetto al nostro Joaquim Silvério, cerca di sottolineare sempre il proprio dissenso rispetto ai piani che gli altri gli raccontavano. Egli non si dimentica mai di descrivere le proprie reazioni negative davanti a qualsiasi parola dei congiurati contro le autorità. Inoltre, egli afferma che il Viconte di Barbacena gli avrebbe chiesto di andare a parlare con altri due congiurati – il poeta Cláudio Manuel da Costa e il canonico Luís Vieira – “per cercare di estrarre da loro qualche cosa in più”[43]. E ancora una volta la stessa formula retorica del rifiuto dei premi: “io non voglio nessun altro premio, per qualsiasi lavoro utile allo Stato, sennò che la mia Sovranna e V.E. sappiano che io sono il più fedele suddito che si possa desiderare in queste conquiste [cioè, in Brasile oppure a Minas Gerais], dai quali io voglio andare via a causa delle incostanze dei suoi abitanti”[44].

Non mi pare opportuno seguire il testo di ogni singola lettera-denuncia. Per i nostri fini basterà sottolineare: i) che in tante altre la posizione dell’autore era molto simile a quella che abbiamo visto nelle due prime denunce, cioè, “ho sentito parlare dei piani dei congiurati, ma io non c’entro nulla”; ii) che in tante altre troviamo la stessa formula retorica del rifiuto dei premi.

Dalla metà del 1789 fino ai primi mesi del 1790, troviamo ancora altre lettere di denuncia, che non fanno parte quindi del corpo de delicto; sono invece semplicemente prove raccolte durante l’inchiesta. Alcune di queste lettere ci permettono intravedere gli intrighi locali, però la profusione di queste denunce si spiega anche in base a un dato giuridico. A questo punto, gli abitanti delle località coinvolte nell’congiura erano già al corrente sulla devassa. E quasi tutti si preoccupano di chiedere scuse per il ritardo nel portare alle conoscenze delle autorità tutto quel che sapevano sulla congiura. Uno disse che era malato[45]; altri affermarono che erano stati minacciati dai congiurati[46]; un altro si scusò dicendo che non aveva preso sul serio quelle conversazioni cospiratorie e che non sapeva di avere l’obbligo di andare a parlare[47]. Infatti, ecco il nostro dato giuridico: nei reati di lesa-maestà, nelle Ordenações Filipinas, quelli che sapevano qualcosa e non andavano a denunciarlo alle autorità, venivano considerati anche loro colpevoli dello stesso reato. È quel che la dottrina giuridica chiamava “denuncia obbligatoria”.

Il 5 maggio 1789, Joaquim Silvério scrisse un’altra lettera in cui racconta alcuni movimenti di Tiradentes. Cinque giorni dopo, come già sappiamo, tutte e due vengono arrestati.

Qualche mese dopo essere uscito dalla prigione, Joaquim Silvério indirizzò una richiesta al vice-re Luís de Vasconcelos e Souza. Nella parte iniziale, egli racconta il fatto della denuncia, il suo arresto nella Fortezza dell’Isola delle Serpenti e che era stato rilasciato em homenagem, cioè, aveva l’obbligo di non allontanarsi da Rio de Janeiro[48]. Poi chiede a Vasconcelos e Souza che si ricordi che “soltanto la lealtà e l’ardore di suddito fedele l’avevano spinto a fare la denuncia” e che “essendo questa la grande opera che il richiedente fece alla Sua Maestà, non vuole ricordare adesso che sarebbe degno di premio”, però “deve persuadersi V.E. che non sarebbe l’intenzione della Sua Maestà, nemmeno di V.E., che il richiedente subisse le grandissime perdite e disagi che sta subendo”[49].

Sarebbe questo allora il primo tentativo di ricevere i premi per la denuncia? In verità, l’aspetto giuridico di questo documento è più complicato.

Joaquim Silvério si lamenta di alcune azioni civili e criminali intentate dai suoi nemici contro di lui e contro la sua famiglia a Minas Gerais. Alcune di queste azioni erano esecuzioni su beni. Non mi soffermerò sui complicati dettagli tecnici di questi processi, perché per i nostri fini basta sottolineare che Joaquim Silvério sollevò l’argomento giuridico della nullità. Le cause delle nullità erano sostanzialmente due: a) i giudici di Minas non avevano giurisdizione su quei casi e b) la procedura di citazione era scorretta: dal suo arresto, il suo domicilio era Rio de Janeiro e non più Minas Gerais[50]. Infine, egli fece alcune richieste che possiamo riassumere in due principali: che alcuni beni coinvolti in questi processi tornassero al suo patrimonio e che gli fosse concessa una indennità per le perdite causate da queste azioni[51]. Durante tutta la narrazione, Joaquim Silvério sottolinea che il movente dei suoi nemici era la denuncia stessa, però l’argomento giuridico non era il premio previsto nelle Ordenações Filipinas per i delatori dei reati di lesa-maestà. L’ultima richiesta – l’indennità per le perdite – è quella che si assomiglia di più ad un premio, però l’argomentazione di Joaquim Silvério cercò di collegare le perdite precipuamente a problemi tecnici di procedura civile.

Insomma, dopo il caso dell’Inconfidência, il nostro traditore riuscì ad ottenere alcuni vantaggi personali dalla corona portoghese, ma non tutti erano, giuridicamente, conseguenze della delazione. Un altro esempio: negli Atti di Giustificazione di Nobiltà di Joaquim Silvério del 1795 non esiste nessun riferimento alla delazione. I motivi che giustificavano il riconoscimento della nobiltà erano di tutt’altra natura.

Ancora sulle tortuose vie dell’applicazione della regola delle Ordenações Filipinas sui delatori dei reati di lesa-maestà, la sentenza della nostra devassa non fa riferimento a Joaquim Silvério dos Reis come un accusato perdonato. La regola delle Ordenações prevedevano appunto due conseguenze per il tipo di delazione di Joaquim Silvério: perdono e mercês. Se volessimo fare una analisi strettamente legalistica, vi fu uno sbaglio oppure la regola non era pertinente al caso. Io preferirei ammettere la pertinenza e lasciare in sospeso la domanda se l’assenza della esplicitazione del perdono a Joaquim Silvério nella sentenza finale sia stata percepita come un errore all’epoca. Comunque, un “errore” che molto probabilmente non succederebbe in un caso di delazione premiata oggi. Una possibile spiegazione per questo “errore” è il fatto che questo tipo di denuncia non aveva una identità molto precisa nella cultura giuridica dell’epoca, cioè, si confondeva con le altre denunce in cui la partecipazione del denunciatore nel reato non era rilevante.

Torniamo adesso al problema dei premi veri e propri, le mercês. Proprio come la grazia reale nei casi di commutazione della pena, le mercês in fondo erano espressione della magnanimità del Re. Il dovere, per così dire, di generosità era diffuso nella società. La misura della generosità regia a sua volta dovrebbe essere misurata sulla stessa maestà della sua posizione politico-sociale[52].

I rapporti tra chi dona e chi riceve le mercês si fondano su un immaginario non-sinallagmatico, non contrattuale, potremmo dire. Il dono come un aspetto centrale della strutturazione dei rapporti politici e sociali dell’Antico Regime portoghese è un argomento ormai abbastanza conosciuto dalla storiografia[53]. Come ci spiega Hespanha, i doni, i favori, sono “atti gratuiti per la loro natura” (“actos por naturaleza gratuitos”), tuttavia “essi costituiscono un universo normativo accurato nel quale la spontaneità non trova luogo giacchè svolgono il ruolo di collegamenti di cattene infinite di altre buone azioni che, alla fine, sono una importantissima agenzia di strutturazione dei rapporti politici”[54]. Questo si vede molto chiaramente nel caso delle mercês remuneratórias [per retribuzione]: proprio quella che domandava il nostro Joaquim Silvério. La retribuzione era una sorta di dovere del Re nei confronti dei servizi dei sudditi per la corona. Dovere morale o giuridico? Su questo aspetto e su quali fossero i casi di dovere morale o giuridico vi erano divergenze nella dottrina dell’epoca[55], ma il punto che mi preme sottolineare, ancora una volta chiarito da Hespanha[56], è che la differenza tra morale e giuridico non va letta con gli occhiali odierni: l’impor-tante è la “unità dei doveri degli uomini” (“unidad de deberes de los hombres”) e che le frontiere tra questi doveri non erano molto precise. Bisogna ricordare appunto che la posizione del diritto strettamente inteso nell’am-bito dei diversi piani normativi di questo periodo pre-legalistico è tutt’altra rispetto ad oggi[57].

Esisteva, insomma, una vera e propria “economia delle mercês”, definita da Fernanda Olival[58] come una “disponibilità dei soggetti al servizio, a chiedere, donare, ricevere e ringraziare in un vero e proprio circolo vizioso”[59], situazioni alle quali “una gran parte della società del periodo si sentiva profondamente attaccata, ognuno secondo la propria condizione ed interessi”[60]. Hespanha aveva utilizzato invece l’espressione “economia del dono” (o della grazia), criticata da Olival. Tuttavia, sul punto che ci interessa un aspetto sembra abbastanza chiaro: i doni, le grazie, le mercês, si fondano su un immaginario, in una logica, non contrattuale. “[I]l dono non corrisponde mai ad una logica contabile o commerciale secondo la quale nella mente benefattore si trova l’idea previa che sarà assolutamente soddisfatto”[61], anche se, chiaramente, “nonostante questi principi tante volte ripetuti, nella pratica, di solito, chi serviva alla corona lo faceva con il desiderio di ricevere delle retribuzioni e non per puro amore al re ed ancora meno per patriotismo”[62].

Il problema è che il concetto di mercês riguardava tantissimi doni dello Stato ai privati ed era necessario che la risposta della corona fosse equa. Quindi a partire dal Seicento fu eretto tutto un apparato burocratico – con procedure ed esigenze regolate – per la concessione delle mercês[63].

Uno dei capitoli del libro “Pratica judicial” del giurista António Vanguerve Cabral, pubblicato nel 1730, si intitolava “sulle mercês richieste alla Sua Maestà attraverso il Conselho da Fazenda”. Questo Consiglio si occupava di finanze dello Stato[64], cioè, “fazenda” intesa nel senso di “beni” (come ancora oggi abbiamo in Brasile il Ministero della Fazenda, uno dei pochi usi odierni di questa parola in portoghese brasiliano come beni e non come fondo rustico/fattoria)[65]. Questo capitolo di Cabral intende spiegare specificamente tutta la procedura per richiedere le mercês al Re attraverso il Conselho da Fazenda, ma con adattamenti, tali procedure valgono anche “negli altri Tribunali” (“nos mais Tribunaes”)[66]. Tribunali, però, è una parola che comprende gli organi che noi chiameremmo oggi amministrativi, ma la funzione amministrativa stessa aveva un senso giurisdizionale. Per questo motivo, nella sua analisi dell’Antico Regime portoghese, António Manuel Hespanha utilizza l’espressione “potere giurisdizionale”. Allora, la concessione delle mercês veniva divisa tra questi organi dello Stato. Nelle pagine del libro troviamo anche modelli per aiutare i richiedenti. Nonostante il fondamento nella magnanimità reale, siamo in un momento di chiara burocratizzazione delle mercês. Dobbiamo prendere in considerazione, ad esempio, che la richiesta di soldi per pubblicare un libro veniva considerata una mercê – questo è appunto uno degli esempi del libro di Cabral. Nonostante l’idea di dono, gratuità, era importante che i documenti del richiedente potessero convincere il tribunale che il premio era giusto. Il richiedente doveva meritarsi il premio. Perciò, nel modulo era importante che i servizi alla corona fossero descritti con precisione, “principalmente essendo tali servizi un bene alla Repubblica”[67]. Non per caso, Joaquim Silvério dos Reis chiese al Viconte di Barbacena una dichiarazione sul fatto che lui era stato il primo a denunciare la congiurazione a Minas Gerais[68]. Esigenze burocratiche[69]

Quindi esisteva tutta una procedura specifica per la concessione delle mercês; una procedura diversa, ad esempio, della devassa sui reati di lesa-maestà. Una parte del premio del delatore del reato di lesa-maestà si svolgeva indipendentemente dall’inchiesta sul reato, molto diversamente da quanto accade nella legislazione odierna, come vedremo. Ma possiamo andare ancora più in fondo: non si tratta semplicemente di una differenza tecnica di procedura. Mi pare che siamo davanti ad una differenza che riguarda il tessuto istituzionale sul quale si appoggiava la norma specifica sui premi nei casi di lesa-maestà. Il fatto che questo Consiglio venisse considerato un tribunale – non per caso se ne parlava appunto in un libro di “pratica giudiziale” – è un segno del vecchio immaginario dell’esercizio del potere politico come iurisdictio[70], della concezione giurisdizionale del potere del-l’Antico Regime luso-brasiliano[71]. La legislazione odierna sulla delazione premiata invece presuppone tutt’altra organizzazione del potere, quella tripartita.

Allora, le richieste chiaramente associate al premio per la denuncia cominciarono dopo la sentenza finale della devassa.

In una piccola nota della Gazeta de Lisboa del 25 ottobre 1794 leggiamo che “attraverso un Decreto del 4 Ottobre 1794, Sua Maestà volle, in considerazione dei grandi servizi fatti con esemplare lealtà dal Coronello Joaquim Silverio dos Reis nella Capitania di Minas Geraes e Rio de Janeiro, fare a lui una mercê, come retribuzione, con l’Habito da Ordem de Chrifto e con uno stipendio di 200$ reis, effettivamente pagati; e nel giorno 20 di questo mese, il Principe Nostro Signore mise l’Habito con sua mano Reale”[72]. Più o meno alla metà dell’anno 1794, Joaquim Silvério partì verso Lisbona. Il 2 maggio 1794, il nuovo vice-re, il Conte di Rezende, scrisse una lettera al ministro della regina Maria I, Martinho de Mello e Castro. Tale lettera autorizzava il viaggio del nostro traditore perché lui potesse “supplicare alla Signora il premio che per questa azione [la delazione della congiura] potesse meritare dalla sua reale ed inimitabile magnanimità”. Guardiamo però questo stesso frammento cominciando dalla frase precedente: “proprio a causa del significativo servizio che fece alla Sua Maestà, [Joaquim Silvério] si considerò degno di andare alla sua reale presenza più per questo grandissimo l’onore, e meno per supplicare alla Signora il premio che per questa azione [la delazione della congiura] potesse meritare dalla sua reale ed inimitabile magnanimità”[73]. Ancora una volta la retorica della gratuità, del dono, l’immaginario non-sinallagmatico, forse in tensione, io direi, con l’idea di retribuzione. Comunque sempre lo stesso campo (di tensione, appunto) che non esiste nel sottofondo della – “contrattuale” – delazione premiata odierna.

Un altro decreto dell’ottobre 1794 annullò il sequestro dei beni di Joaquim Silvério nella Fazenda Real. E nel dicembre 1794, egli sarebbe riuscito ad ottenere ancora un altro titolo (“fidalgo da Casa Real”) ed un ufficio (la “thesouraria mor da bulla de Minas, de Goiazes e do Rio de Janeiro”). Tornato in Brasile, il 24 febbraio 1795, vi fu una cerimonia per consacrarlo cavaliere dell’Ordine di Cristo”[74]. È interessante sottolineare che i motivi specifici per la concessione delle mercês non venivano necessariamente espressi nei documenti che si trovano nell’”Elenco generale delle mercês” (“Registro Geral de Mercês”).

“E tu tante cose chiedi”, disse Cecília Meirelles sul nostro Joaquim Silvério nel primo frammento che ho citato sopra del Romanceiro. Ed è vero. Ma il punto che io vorrei sottolineare non è quello morale, ma quello giuridico. Mi sembra che questo dato offra indicazioni sulla natura di questi premi pre-moderni. Il fatto che si fosse creata una spirale di richieste di mercês è un altro segno che il rapporto tra il servizio per la giustizia, per lo Stato, e il premio è molto diverso di quello odierno. Non esiste niente di simile ad un contratto che potesse stabilire il momento finale degli “obblighi”, del rapporto tra le parti. Quindi mi sembra che questa spirale di richieste sia ancora un’altra dimensione della natura non-sinallagmatica di questo tipo di delazione pre-moderna. Una spirale che si poteva intravedere nelle sopra riferite descrizioni delle mercês di Hespanha e di Olival. Non a caso, nel 1808, dieci anni dopo i fatti, ritroveremo il nostro Joaquim Silvério che richiede la mercê di un ufficio che era rimasto vacante a São João Del-Rey. Nel Settecento, un ufficio nell’apparato burocratico dello Stato poteva essere concesso come una mercê, come retribuzione. E Joaquim Silvério, nella sua richiesta, fa riferimento alla sentenza della Devassa dell’Inconfidência che aveva riconosciuto i suoi “rilevanti servizi” per la corona portoghese[75].

Quali erano i discorsi dei giuristi settecenteschi sui premi per le denunce? Innanzittutto sembra che fossero soltanto un dettaglio nell’ambito dei tipi di denuncia. Il semplice fatto che il premio per la delazione si trovasse in mezzo all’istituto giuridico della denuncia, cioè, tra i modi di cominciare un’azione penale, è un dato di per sé importante. Voglio dire: oggi, la delazione premiata non si confonde con gli atti giuridici di apertura dell’azione penale. Anzi, di solito la delazione premiata accade in mezzo ad una inchiesta quando qualche agente si trova in una situazione difficile e vuole sottrarsi a delle pene troppo aspre.

Uno dei più importanti giuristi portoghesi settecenteschi, Paschoal de Mello Freire, ad esempio, fa un cenno molto veloce a questi premi: “la denuncia viene classificata come pubblica, quando il delatore dice il proprio nome, oppure occulta nel caso inverso; giurata o semplice; volontaria, quando viene fatta di libera volontà, oppure necessaria, quando viene fatta a causa di un obbligo di legge (…). Le nostre leggi approvano queste specie di denuncia. Infatti, non solo ammettono quella occulta e quella necessaria nei reati di blasfemia, Ord. Liv. 5 tit. 2 § 5, lesa-maestà tit. 6 § 12, adulterazione di monete tit. 12 § ultimo, reato nefando e simili, tit. 13 § 5, ma le citate Ordenações pure premiano i delatori”[76]. Il giurista Pereira e Sousa, nel suo Dizionario Giuridico, nella voce “denunciante/denunciador”, dopo una breve definizione del concetto – “quello che dichiara al giudice un reato pubblico perché si proceda contro il delinquente ex officio”[77] – cita più di dieci testi normativi che prevedevano premi per i denuncianti di diversi reati.

Nonostante la profusione di testi normativi sui premi per i denuncianti, anche il ruolo della legge va compreso nel contesto di un ordine giuridico premoderno. Torniamo al caso del nostro Joaquim Silvério: il premio per la denuncia – oltre al perdono – è una mercê. Il testo delle Ordenações Filipinas prevedeva una possibile causa per la concessione di una mercê. Possibile causa. Qualsiasi fedele suddito che avesse fatto qualcosa di utile per lo Stato, per la res publica, potrebbe richiedere una mercê. Siccome non vi fu una sentenza per Joaquim Silvério e la dottrina è poco estesa sull’argo-mento, è difficile sapere se il perdono che la norma delle Ordenações prevedeva ai delatori dei reati di lesa-maestà fosse un’attribuzione del giudice oppure del Re. Comunque, pur non sapendo la risposta tecnica a questa domanda, bisogna ricordare due aspetti di quell’ordine giuridico: la grazia reale, attraverso la quale vi sarebbe sempre la possibilità di condonare le pene; e l’arbitrio giudiziale costitutivo degli ordini giuridici premoderni come strumenti di equità nel caso concreto, a volte anche con il sacrificio della certezza della legge, che alla fine del Settecento appena cominciava a proporsi come un valore fondante degli ordinamenti giuridici moderni. Insomma, davanti ad un reo fedele, pentito e collaboratore, sembra ovvio che il giudice potesse sempre mitigare o perdonare la pena. Quindi io direi che queste leggi fossero più “esemplificative” che dispositive. A causa della grazia e dell’arbitrio giudiziale, non mi sembra che i dispositivi delle Ordenações Filipinas sui premi siano un punto di partenza, ma una sorta di consolidazione di pratiche, oppure tentativi di estendere pratiche conosciute ad altri casi; una situazione diversa rispetto alle leggi odierne che in qualche modo sempre “creano” diritto.

4. La delazione premiata contro il crimine organizzato: informazioni, premi, obblighi “contrattuali”.

Nel libro V delle Ordenações Filipinas, vi era ancora un’altra ipotesi di perdono a vantaggio di chi denunciasse l’autore dei delitti elencati nel capitolo CXVI (non citerò ognuno di essi perché erano tanti). In questi casi, i delatori che fossero anche correi sarebbero stati perdonati, anche senza il perdono delle parti offese; e quelli che non erano partecipi di quei delitti, avrebbero potuto essere perdonati anche per altri delitti che avrebbero invece richiesto il perdono delle parti offese. Nella edizione delle Ordenações Filipinas pubblicata nel 1870, il curatore, il giurista brasiliano Cândido Mendes de Almeida, scrisse una piccola nota a questo dispositivo: “[i]l Potere Moderatore può perdonare a chiunque ritenga meritevole della clemenza. La dottrina di questa Ordinanza non viene seguita odiernamente perché sembra immorale o stimolatrice di tendenze o atti in disaccordo con i buoni sentimenti che devono esistere nei cittadini di paese libero e si rispettano a vicenda”[78]. Nel 1870, Almeida aveva in mente il dispositivo della Costituzione brasiliana del 1824 che prevedeva quattro poteri: l’esecutivo, il giudiziario, il legislativo e il moderatore, quest’ultimo esercitato dall’Im-peratore (ma anche in parte il primo, naturalmente). Una delle prerogative del potere moderatore era appunto la grazia, perdonare e mitigare le pene inflitte dal potere giudiziario[79]. Se non vi erano leggi che prevedevano in maniera tassativa le cause per la concessione della grazia – e per la logica dell’istituto non potevano esserci – risultava impossibile escludere la causa esplicitata nel capitolo CXVI delle Ordenações come possibile fondamento per un decreto di grazia.

Comunque, non mi sembra un caso che non conosciamo decreti di grazia la cui causa fosse una delazione. Attraverso la legge, come già sappiamo, la situazione mutò soltanto alla fine del Novecento.

E non è che mancasse qualche esempio nello scenario internazionale ottocentesco. I giuristi e legislatori brasiliani guardavano spesso verso i giuristi e la legislazione francese. Quindi anche verso il code penal del 1810 che prevedeva (art. 108) che “saranno esentati dalle pene inflitte agli autori di cospirazioni o altri crimini contro la sicurezza interna o esterna dello Stato quelli che, prima dell’esecuzione o del tentativo di queste cospirazioni o crimini, e prima che comincino le inchieste, siano i primi a dare conoscenza alle autorità riferite nell’articolo 103 di queste cospirazioni o crimini e dei suoi autori o complici, oppure quelli che, anche se dopo l’avvio delle inchieste, abbiano cercato l’arresto dei suoi autori o complici. I colpevoli che abbiano dato conoscenza o cercato tali arresti potranno comunque essere condannati per tutta la vita o per tempo determinato alla sorveglianza speciale di alta polizia”[80]. E vi era ancora un dispositivo molto simile nei riguardi della moneta falsa (art. 138). Nell’opinione dei giuristi Chaveau e Helie[81], queste erano ipotesi di scriminanti (excuse légale), che avrebbero potuto essere riconosciute da una corte d’assise in un procedimento per giurati. Io non vorrei adesso approfondire il caso francese, comunque mi sembra che il diverso inquadramento tecnico (non come denuncia, voglio dire) sia un tratto abbastanza moderno dell’istituto nel senso che presuppone appunto la divisione tripartita dei poteri. Ma questo potrebbe essere un passo successivo della ricerca: andare a guardare la legislazione e la dottrina francese precedente e posteriore al code pénal del 1810. Adesso mi basta sottolineare che in Brasile non vi fu niente di simile nei codici del 1830, 1890 e 1940.

La delazione premiata, oltre ad ascriversi in qualche modo nella storia di lunghissima durata dei traditori di tutti i generi, può essere collegata anche ad un’altra storia di lunga durata: quella delle pratiche di negoziazione nell’ambito della giustizia criminale. Antonio Padoa-Schioppa[82] ha studiato i dibattiti tra i giuristi medievali sugli effetti delle paci private nella giustizia criminale. Mario Sbriccoli[83] arrivò a proporre il concetto di giustizia negoziata per individuare il cuore della giustizia medievale. Un tipo di giustizia che, a partire dalla fine del medioevo, sarebbe riuscita ancora a convivere con la giustizia egemonica di apparato, quella che inquisisce sui reati reati a nome dell’ordine pubblico[84]. Per questo motivo, vi sarebbe stata una tendenza alla restrizione degli spazi nei quali le parti disponevano del processo (e delle sanzioni). Ma una vera e propria contrapposizione a questi spazi di negoziazione tra le parti si sarebbe verificata soltanto con il progetto legalistico di ordine giuridico alla fine del Settecento. Non sarebbe per niente opportuno, perlomeno come regola generale e dentro le versioni particolarmente rigide di questo paradigma, che le parti potessero disattivare l’applicazione della norma penale (una possibilità ancora ritenuta abbastanza normale nell’Antico Regime, sia attraverso le negoziazioni, sia attraverso altre vie, come la grazia reale). Non per caso troviamo nella modernità fortissime tendenze verso l’espansione dell’azione penale pubblica.

La delazione premiata sembra imboccare una strada del tutto diversa perché siamo davanti a qualcosa di molto simile ad un negozio giuridico (alcuni giuristi la considerano un negozio giuridico vero e proprio)[85]. Infatti, gli elementi dello scambio vengono predefiniti – se non del tutto, al massimo – dalle parti: il delatore espone i punti sui quali può parlare, a volte fa una prima testimonianza nel momento della celebrazione del “contratto”, a volte offre anche il risarcimento parziale del danno; il Pubblico Ministero (oppure, in alcuni casi, la polizia) analizza l’interesse delle informazioni per l’inchiesta ed offre alcuni vantaggi processuali o nella sanzione stessa (perdono o mitigazione della pena). Stabilito l’accordo tra le parti, il “contratto” viene inviato al giudice per la ratificazione (che include soltanto la verifica di esigenze formali-legali). Di solito il delatore si obbliga a collaborare nel seguito dell’inchiesta con altri chiarimenti, nella perizia su oggetti, etc. Per questo motivo, la maggioranza dei giuristi brasiliani preferisce definire l’istituto come collaborazione premiata (colaboração premiada). Nella sentenza finale, il giudice dovrà ancora una volta analizzare il “contratto”, però, questa volta il punto è l’”efficacia” della “collaborazione” per l’inchie-sta[86].

Possiamo dunque sottolineare un’altra differenza tra l’istituto odierno e quello antico luso-brasiliano. Nel caso di Joaquim Silvério dos Reis, qualche negoziazione informale molto probabilmente vi fu. Anche nel caso di altri congiurati, il Viconte di Barbacena fece negoziazioni politiche per portarli dal suo lato[87]. Però, queste sono negoziazioni che possono avvenire dietro le quinte di qualsiasi processo giudiziale in qualsiasi momento storico. Quindi ci servono poco per capire le specificità storiche di questi istituti – “scoprire” reati di lesa-maestà e “collaborare” con la giustizia. Forse non si trovano più così dietro le quinte le probabili negoziazioni nell’ambito del processo delle mercês perché esse erano qualificate come doni, quindi vi era una discrezionalità della corona per definire quali sarebbero i premi per il delatore. Dentro questa discrezionalità, è molto ragionevole immaginare che, oltre ai documenti che Joaquim Silvério dovette fornire per la procedura burocratica di concessione delle mercês, vi fosse anche una negoziazione con la corona. Però, si tratta di una negoziazione esterna alla giustizia criminale stessa, al processo della congiura. La negoziazione della delazione premiata invece crea una sorta di prima e dopo nell’ambito dell’inchiesta stessa. Uno sdoppiamento assolutamente necessario nel caso della delazione premiata perché essa non si confonde mai con la denuncia. Anzi, nel-l’ultima legge del 2013, la collaborazione premiata viene classificata come uno dei mezzi di ottenimento di prove, una “tecnica speciale di ottenimento di prove”, come dicono alcuni giuristi.

L’enfasi nei meccanismi negoziali ci permette di introdurre una rottura pure nella storia recente della delazione premiata, o perlomeno individuare un processo. Ecco un quadro con tutte le leggi recenti nella quali troviamo delazioni premiate:

Astraendo il fatto che in praticamente ogni delazione possiamo immaginare che vi sia qualche negoziazione tra l’autorità e il delatore, la costruzione di negoziazioni come istituti giuridici si possa intravedere soltanto a partire dalla legge di protezioni alle vittime e testimoni del 1999. Dalla delazione che ha come conseguenza una sorta di diritto soggettivo[88] a qualche premio verso la delazione che stabilisce premi attraverso un negozio giuridico tra le parti e le autorità; dalla delazione come un problema ermeneutico verso la delazione come un problema di negoziazione tra le parti: ecco il movimento che io vorrei sottolineare.

Le leggi precedenti a quella del 1999 semplicemente prevedevano mitigazione della pena nella sentenza finale. Se i requisiti legali fossero tutti presenti, il delatore avrebbe il diritto a quella conseguenza giuridica.

Nella legge di protezione alle vittime ed ai testimoni invece la situazione sembra un poco più complicata perché vi sono tante forme di protezione da scegliere, quindi vi è anche un grande spazio di negoziazione tra il delatore e le autorità. L’articolo 32, § 2º della legge 10.409 del 2002 sull’uso di droghe e narcotraffico a sua volta prevedeva esplicitamente un accordo: “la sospensione del processo o la mitigazione della pena può derivare da un accordo tra il Pubblico Ministero e l’accusato che liberamente riveli l’esi-stenza di un’organizzazione criminale, permettendo l’arresto di uno o più consociati oppure il sequestro dei prodotti, della sostanza o droghe illecite o che in qualche modo, con le giustificazioni nell’accordo, abbia contribuito per l’interessi della Giustizia”[89]. Non per caso, quello che probabilmente (dico probabilmente perché bisognerebbe fare un controllo su casi meno famosi) è il nostro primo “contratto” di delazione premiata fu realizzato nel 2003 nel famoso “caso Banestado”[90], citando come fondamento giuridico queste due leggi.

Vi fu polemica nella dottrina giuridica brasiliana per sapere se le conseguenze previste dalla legge 9.807 del 1999 per i delatori fossero diritti soggettivi oppure no[91]. Anche altre leggi posteriori parlano espressamente di accordi, ma non è molto chiaro ancora per me se le conseguenze della delazione fossero tutte predeterminate dalle leggi come diritti oppure se vi era spazio per la negoziazione nell’elaborazione di un “contratto”.

La legge 12.850 del 2013, invece, mi sembra chiarissima nel senso che prevede una vera e propria negoziazione, in base alle esperienze precedenti, come quella di Alberto Youssef nel suddetto caso Banestado. In questa legge vi sono tante regole sulla forma e sul contenuto del documento che consolida le negoziazioni tra il delatore e l’autorità, cioè, il negozio giuridico. A volte questi documenti coinvolgono tanti elementi che i dispositivi di protezione ai testimoni della legge del 1999 sono soltanto una piccola clausola del “contratto”: “che il delatore venga incluso in questo programma”, e basta. Questa complessità della negoziazione si vede chiaramente in due famosissime delazioni: quella di Paulo Roberto Costa, ex-direttore della Petrobrás; e quella dei fratelli Wesley e Joesley Batista, direttori del-l’azienda JBS, nella forma e nella struttura molto simili a quella di Alberto Youssef del 2003. Nel caso di Costa, il Pubblico Ministero fa la promessa di richiedere la detenzione domiciliare (clausola 5ª, I.a) e la sospensione dei processi (clausola 5ª, III). Si dice semplicemente ‘richiedere’ perché appunto queste sono decisioni che riguardano il giudice. Ancora nella delazione di Costa, la clausola 6ª prevede la “rinuncia, in favore dell’Unione, di qualsiasi diritto” su approssimativamente 25 millioni di dollari in diverse banche ed investimenti all’estero, non soltanto a nome di Costa, ma anche di alcune aziende da lui controllate indirettamente, valori che l’imputato “riconosce que sono tutti prodotto di attività criminali”[92].

I processual-penalisti che si sono occupati di delazione premiata di solito fanno riferimento a tutte queste leggi, ma non tutti si soffermano su queste differenze. Anche se in termini leggermente da quelli che ho utilizzato io qui, Vasconcellos[93] è uno dei giuristi che ha sottolineato le differenze tra questi momenti: la legge del 2002 sarebbe stato il momento in cui si incominciò a “concepire la delazione premiata come un accordo tra le parti” e la legge del 2013 il “trionfo della giustizia criminale negoziale nella procedura penale brasiliana”.

Dunque la delazione premiata fa parte di un processo più ampio di inserzione di dispositivi negoziali nella procedura penale brasiliana negli ultimi decenni[94]. Uno dei momenti più importanti di questo processo fu la legge 9.099 del 1995 che istituì tribunali speciali criminali (juizados especiais criminais) per reati lievi. In questi tribunali, l’idea è che i processi siano veloci e semplici. L’imputato riceve una proposta di sanzione più leggera rispetto a quella prevista dalla legge e non sarà sottomesso alla via crucis del lungo processo penale tradizionale. La vittima diventa protagonista soltanto in due momenti: nell’accordo di indennità per i danni e nei casi di azione penale privata (che sono ancora le stesse poche ipotesi). Una legge di “depenalizzazione”, come lo dicono alcuni giuristi? La ricerca di Alexandre Ribas de Paulo[95] è arrivata ad una risposta perfettamente negativa: l’obiettivo della legge era far arrivare il potere punitivo dove altrimenti non sarebbe riuscito a arrivare con il processo tradizionale. Insomma, dispositivi negoziali funzionali all’efficienza del potere punitivo dello Stato, mentre le antiche negoziazioni erano parte dei diversi meccanismi di disattivazione dell’azione del potere punitivo statale.

Questo è il versante dei reati meno gravi. Sul versante dei reati gravi, troviamo la nostra delazione premiata. La delazione prevista nella legge 8.072 del 1990 aveva nel suo orizzonte di applicazione reati associativi, soprattutto i rapimenti. Nella giustificazione del disegno di legge e nel dibattito parlamentare si vede il discorso del rapimento come una grandissima emergenza nel Brasile della fine degli Ottanta ed inizi degli anni Novanta, con qualche reminiscenza ancora dei rapimenti di ambasciatori stranieri nell’epoca della Dittatura militare (anni 1960-70) portati avanti da gruppi di sinistra[96] (ma il dispositivo che prevedeva l’applicazione di questa legge anche ai reati politici fu tolto dalla versione finale). La delazione premiata si applica sostanzialmente ai casi di gruppi criminali organizzati, nonostante vi siano ancora dispositivi nelle leggi brasiliane che forse permetterebbero la sua applicazione a qualsiasi reato associativo. La storia del concetto di crimine organizzato in Brasile negli ultimi anni è un altro capitolo complicato perché vi sono leggi sull’argomento sin dagli anni 1990, ma senza che vi fosse una definizione giuridico-legale[97]. Nel 2003, attraverso il decreto legislativo n. 231 del 2003, la convenzione di Palermo sulla criminalità organizzata transnazionale fu approvata in Brasile, ma l’uso della definizione di gruppi criminali organizzati della convenzione fu molto controversa nella dottrina brasiliana. Un problema risolto soltanto con la legge 12.694 del 2012 e con la nostra legge 12.850 del 2013. Ma il punto che io vorrei sottolineare è che anche in questi casi, la negoziazione si inserisce in un contesto di espansione del potere punitivo. Si potrebbe perdonare il delatore, con la condizione che il potere punitivo arrivi agli altri membri del gruppo criminale organizzato.

5. Traditori, perplessità del presente, storia.

“Noi vediamo quelle immagini del 1964, quel giovane marinaio di 22 anni (…), e vediamo oggi Lei con quasi 70 anni, che viene considerato il Giuda della storia, Joaquim Silvério dos Reis (…), come Lei si sente?”[98].

Ecco la domanda che il giornalista e storico Hugo Studart, in una intervista del 2011, rivolse a José Anselmo dos Santos, conosciuto come caporale Anselmo, probabilmente il secondo grande traditore della storia brasiliana: coinvolto nella lotta armata di sinistra, negli anni 1970 cominciò a collaborare con la polizia politica della Dittatura militare. La sua delazione più famosa è quella che portò alla morte, in una azione di polizia, la sua stessa moglie, Soledad Vietma, a 28 anni, nel 1973. Volevo fare riferimento a questo caso per sottolineare che l’inesistenza di dispositivi di delazione premiata nella legislazione brasiliana tra 1830 e gli anni Novanta del Novecento non vuol dire che non vi furono delazioni e delatori durante questo periodo. Il caso del caporale Anselmo è soltanto il più famoso. Una delazione che non arrivò nemmeno alla fase giudiziale. Come suol succedere nelle dittature, il dissenso politico veniva annientato in gran parte attraverso azioni poliziesche infra oppure chiaramente illegali[99].

Ma la nostra storia non è quella della delazione in generale, quella delle persone che per qualsiasi motivo scelgono di collaborare con la giustizia criminale. Motivi a volte “prodotti” artificialmente: nella storia dei bassifondi polizieschi delle dittature sicuramente troveremo casi di delazioni per paura della tortura, della persecuzione o della violenza degli apparati in generale. Quindi è possibile fare la storia della delazione attraverso la storia delle istituzioni e della repressione. Però, la storia della delazione come istituto giuridico nell’ambito di diverse culture giuridiche è una via possibile per riuscire a capire alcune discontinuità di queste pratiche. Le analogie tra il dispositivo dell’Ordenações Filipinas probabilmente (dico probabilmente perché esso non fu citato esplicitamente in nessuno dei documenti che ho trovato fino ad ora) preso in considerazione nel caso di Joaquim Silvério dos Reis e i dispositivi odierni chiaramente vi sono. Ma queste analogie basterebbero soltanto se volessimo appunto astrarre i contesti. Se volessimo sottacere che i due istituti producono anche conseguenze diverse: ad esempio, il percorso dei delatori e delle autorità all’interno delle istituzioni sono diversi; i documenti prodotti nella traiettoria delle delazioni sono anch’essi diversi. Quindi, non sono soltanto differenze di inquadramento teorico, sebbene queste differenze che sembrano puramente teoriche dicano molto anch’esse sui tratti storici delle culture giuridiche delle quali sono parte.

Un “contratto” come quelli che vediamo nelle delazioni premiate odierne è qualcosa veramente fuori dell’orizzonte culturale delle vecchie mercês, una componente importante dei “premi” che i delatori dei reati di lesa-maestà potevano aspettarsi. La natura del rapporto tra questi istituti e la legalità è anch’esso diverso quando si tratta di un ordinamento giuridico flessibile (basta ricordare il significato dell’arbitrio giudiziale e della grazia) e collegato ad un potere politico giurisdizionale (e non tripartito).

Infatti, sarebbe strano per la cultura giuridica settecentesca affermare, ad esempio, che le misure di protezione da parte dello Stato in favore del delatore (e/o dei suoi familiari) sarebbero “controprestazione delle informazioni della delazione, giacché si è stabilito un rapporto sinallagmatico tra le parti”[100]. Chiaramente, questo non vuol dire che pur dentro la logica delle mercês non vi fossero “calcoli”, ma sicuramente sarebbe molto difficile (se non impossibile) concepire una delazione come quella di Joaquim Silvério dos Reis come un “negozio giuridico, stabilito tra l’imputato o l’indagato e lo Stato (le parti), in cui il primo dichiara la volontà (giuridica) di collaborare con la persecuzione penale attraverso la prestazione di informazioni sugli altri partecipi, siccome sull’infrazione penale che viene imputata (l’oggetto), con l’obiettivo di ricevere l’estinzione della punibilità, una sanzione più mite [etc]”[101] – ed io ho citato appunto un concetto dottrinale odierno di delazione premiata.

Tra le pieghe delle narrazioni continuistiche della dottrina odierna sui precedenti della nostra delaziona premiata riusciamo a intravedere qualcosa di importante. Ecco un esempio: “sin dalle Ordenações Filipinas vi sono istituti di natura premiale in Brasile, come si vede dal caso di Joaquim Silvério dos Reis (…). Così come all’epoca della dittatura militare (…) si sa che la delazione dell’opposizione al governo veniva stimolata. Tuttavia, la collaborazione oggetto di questo libro è possibile soltanto nei paesi democratici, nei quali vi siano meccanismi efficienti di controllo giudiziale e, su questo aspetto, è possibile affermare che l’istituto è nuovo in Brasile”[102]. Astraendo la visione forse troppo ottimistica dell’istituto e delle istituzioni democratiche, il riferimento al controllo giudiziale punta verso qualcosa di storicamente rilevante: la presupposizione di una divisione tripartita del potere nel quale il giudice fa il controllo della legalità dell’accordo.

Questa ricerca si trova ancora in corso, quindi vi sono alcune lacune ed alcune linee interpretative sono diciamo così abbastanza sperimentali. Una di queste linee interpretative riguarda la natura delle nuove negoziazioni del nostro processo penale, sia nell’ambito “basso” dei piccoli reati sia nei riguardi del crimine organizzato. Mi sembra un dato interessante che i “contratti” di delazione premiata comincino quasi sempre con il riferimento al fatto che l’accordo soddisfa l’”interesse pubblico”. Interesse pubblico: un concetto perlomeno molto vicino a quello che si trovava nei fondamenti della giustizia criminale egemonica di apparato in opposizione alla giustizia negoziata nella pre-modernità. Quindi, oggi troviamo una negoziazione a nome di un obiettivo che prima era congeniale alla giustizia per così dire “anti-negoziale”?

Comunque, siamo davanti a tentativi di reazione alle difficoltà contemporanee appunto della giustizia criminale statale-legale. All’epoca di Joaquim Silvério dos Reis, invece, eravamo in un momento molto diverso, di costruzione di questa statualità, che includeva un determinato modello di giustizia criminale[103]. Le fessure della legalità moderna si vedono anche in un altro versante: la delazione premiata fu prevista in una serie di leggi speciali a causa della necessità di contrastare forme più o meno nuove di criminalità. Mi sembra che siamo davanti alla logica della necessità che crea sottosistemi intorno al codice penale e che attraversano il codice. Insomma, mi sembrano assolutamente dentro una tendenza efficientista che si vede nell’ambito del diritto e del processo penale negli ultimi decenni[104]. Questo dato incide anche sull’immagine dei nuovi traditori nei casi di corruzione. Da un lato, esiste il giudizio morale negativo applicato a qualsiasi tradimento. Dall’altro lato, i loro tradimenti sembrano corrispondere ad un desiderio sociale che non mi pare sia soltanto quello della giusta punizione contro chi si è appropriato privatamente della cosa pubblica, ma espressione del “punitivismo” contemporaneo, che la criminologia critica ormai conosce da molti anni. Nonostante l’ottimismo di alcuni giuristi, avvocati, e, principalmente, dei procuratori dello Stato, vi sono molte domande aperte sulla compatibilità fra le negoziazioni delle delazioni premiate e la legalità intesa come garanzia, per non parlare di alcuni problemi specifici, come il possibile rapporto tra delazione premiata ed abuso della carcerazione preventiva[105] e l’uso strategico della pubblicità delle delazioni[106]. E mi pare semplicistico ritenere che tutti i problemi della delazione premiata siano di pura applicazione o di abusi degli agenti della giustizia criminale[107].

La storia del diritto non ha le risposte a queste perplessità. Le risposte non sono nel passato. L’enfasi nella presunta continuità tra il caso di Joaquim Silvério (e i dispositivi delle vecchie Ordenações) e le nostre recentissime leggi serve pochissimo per rendere più acuto lo sguardo del giurista del diritto positivo sulla delazione premiata. Come capire le specifità storiche del diritto (o di un istituto giuridico) nel contesto odierno senza lo specchio della differenza del passato? Per il giurista del diritto positivo, approfondire la comprensione del proprio contesto dovrebbe significare riuscire ad andare oltre le semplicistiche sovrapposizioni della memoria (in particolare quando si tratta del 21 aprile). In altre parole, tramite il prezioso strumento della comparazione tra contesti diversi (e l’enfasi sulla discontinuità) mi sembra che il contributo dello storico del diritto al giurista possa essere molto più effettivo.

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  • Vorrei ringraziare vivamente la prof.ssa Claudia Storti per avermi sollecitato a scrivere sul tema della delazione premiata, per le correzioni al testo in italiano e per le interessantissime conversazioni che abbiamo avuto sull’argomento durante il mio periodo come visiting professor presso l’Università degli Studi di Milano nell’ottobre 2017. Ringrazio anche i miei allievi Aléxia Alvim e Álvaro Monteiro per le proficue conversazioni che hanno aiutato a maturare alcune delle idee di questo saggio, nonchè Anna Clara Lehmann Martins e Arthur Barrêtto non solo per le fruttuose conversazioni, ma anche per l’aiuto nella lettura dei manoscritti settecenteschi, e la dott.ssa Raffaella Bianchi Riva per le correzioni al testo.

  1. Cfr. il video dell’intervento: https://www.iabnacional.org.br/mais/iab-na-imprensa/tecio-lins-e-silva-eu-nao-posso-conviver-com-advogados-que-se-prestam-ao-papel-horroroso-de-joaquim-silverio-dos-reis-que-delatou-e-se-tornou-coronel-veja-o-video . Nell’originale, in portoghese: “Eu estava em Brasília e um desembargador me disse: – eu tinha aqui um advogado, ficamos conversando, e eu disse ‘(…) qual é a sua especialidade? O senhor é criminalista? E ele respondeu: ‘não, eu sou delacionista’. Delacionista! Ele é especializado na delação! Como é que pode!? Nos tempos da ditadura, todos os presos delataram, porque se não delatassem, morriam. Porque se não delatassem, desapareciam. (…) Hoje se faz de uma forma diferente. Tem uma negociação. Perversa. Estranha. E cara. (…). Eu não posso conviver com advogados que se prestam a esse papel horroroso, que é o papel que representou Joaquim Silvério dos Reis. A delação premiada está nas Ordenações Filipinas do reino de Portugal. (…) A delação não é nada moderna! (…) Mas, hoje, o feriado nacional é de quem? É de Joaquim Silvério? É de Tiradentes, do delatado. (…) Joaquim Silvério é um símbolo do que há de pior na natureza humana. E nós não podemos conviver com a repetição desse tipo de prática”.
  2. Operazione autolavaggio. L’indagine che ha svelato il più grande scandalo di corruzione della storia del Brasile, in “Internazionale”, n. 1211, anno 24, 30 giugno – 6 luglio 2017, p. 43, col. 2.
  3. Per un primo tentativo di comparazione giuridica con l’obiettivo di andare oltre le (chiarissime) analogie tra l’esperienza brasiliana e quella italiana, cfr. Bittar, 2011. L’analisi di Bittar prende come un dato certo l’”influsso” italiano sulla legislazione brasiliana; manca, però, ancora un approfondimento – nel senso di capire le “traduzioni culturali” – di questo argomento sulle fonti disponibili (gli annali del Parlamento brasiliano, ad esempio). Inoltre, alcune sue conclusioni comparative sono troppo legate al periodo precedente al 2013, quantunque l’obiettivo di capire la diversità – nonostante gli eventuali “influssi” – mi sembra lodevole. Gabriel Anitua, 2015 sottolinea invece che tali dispositivi sono delle “importazioni” dagli Stati Uniti, inserite nelle riforme della procedura penale dei paesi latinoamericani a partire della fine del Novecento. “Importazioni”, però, che avrebbero “distorto” sia il modello “inquisitorio-misto-francese” latinoamericano, sia il modello accusatorio degli Stati Uniti. Forse le “distorsioni” rappresentano dei buoni punti di partenza per capire appunto le “originalità pure delle imitazioni”, tuttavia l’articolo di Anitua si sofferma molto di più sulla critica di questi dispositivi negoziali e quindi non si preoccupa di confermare attraverso le fonti se, ad esempio, nelle riforme brasiliane o argentine si guardasse di più direttamente agli Stati Uniti oppure all’Italia.
  4. Cfr. ad esempio l’articolo di Pedroso, 2016, p. 6 in cui si fa riferimento prima di tutti a Giuda, e poi all’Inquisizione, alla Rivoluzione Francese, allo Stalinismo, al Nazismo e al nostro Joaquim Silvério dos Reis. Tutte situazioni segnalate negativamente. Tuttavia, in seguito, senza nessuna spiegazione, l’articolo diventa una difesa della delazione premiata. Senza voler discutere il merito degli argomenti di Pedroso, per i nostri fini l’aspetto da sottolineare è il riferimento alla storia senza nessun collegamento (o forse anche in contraddizione) con l’impostazione dell’articolo.
  5. Lima, Mouzinho, 2016, p. 515.
  6. Bluteau, Silva, 1789a, p. 707, col. 1. Nell’originale, in portoghese: “falta de fé, ou da fidelidade devida ao Príncipe”.
  7. Sui reati di lesa-maestà nelle Ordenações portoghesi in quest’epoca, cfr. Dal Ri Jr., 2006, p. 131 e ss.. Sul caso dell’Inconfidência Mineira, lo stesso Dal Ri Jr., 2006, p. 143-150 propone un’analisi dal punto di vista storico-giuridico. Dal Ri Jr. si è soffermato di più sugli aspetti sostanziali (e non tanto di procedura) del caso, per questo motivo il problema storico-giuridico della denuncia di Joaquim Silvério dos Reis non viene riferito. Un problema che non è stato approfondito neanche dalla vasta storiografia generale sull’Inconfi-dência Mineira, quasi sempre interessata in altri aspetti (sociali, politici, economici, culturali, etc.).
  8. Ferro, Pereira, Gazzola, 2014, pp. 71-74.
  9. Non posso soffermarmi a lungo sull’argomento, però, basterebbe leggere gli scritti dello storico del diritto António Manuel Hespanha, 1993 sul “falso” rigore delle pene di questo testo legale, sia per ragioni collegate al modus operandi di quella giustizia criminale, sia a causa dell’interpretazione di giuristi e giudici, dell’arbitrium giudiziale e così via.
  10. Sbriccoli, 1986, p. 131.
  11. L’articolo di Brito, 2010, è un esempio di questa tendenza, anche se inusuale perché il filo narrativo viene invertito: secondo Brito, le Ordenações non erano così “brutte” perché prevedevano appunto istituti – come la delazione premiata – utilizzate ancora oggi. La legittimazione del presente si trova tra le righe del discorso. Comunque, tutti gli altri testi che conosco la cui argomentazione va nella direzione della legittimazione non sono accademici, perciò ho preferito citare unicamente quello di Brito.
  12. È il discorso di Lins e Silva, che abbiamo visto all’inizio, e il saggio – in verità antropologico – di Lima e Mouzinho, 2006. Un altro esempio di questa tendenza è il saggio di Tasse, il cui titolo afferma che la delazione premiata sarebbe un “novo passo para um procedimento medieval”. La sua conclusione, facendo leva su anacroniche rappresentazioni storiografiche del medievo e dell’illuminismo, è che “o Brasil necessita experimentar um ‘choque iluminista’, ou seja, redescobrir a importância das idéias que se contrapuseram às trevas medievais” (Tasse, 2006, p. 281). Per farne un ultimo esempio, il filo narrativo di Dutra, 2016 va nella stessa direzione – la delazione premiata come segno di permanenza di una anacronica mentalità inquisitoria medievale – anche se le parole utilizzate non sono così forti come negli altri casi citati: il titolo fa riferimento a delle “riletture” di “tecniche medievali”; nel caso dell’Inconfidência Mineira vi sarebbe una “manifestação semelhante à delação premiada” (Dutra, 2016, p. 713); vi sarebbe ancora oggi una tendenza di “fazer falar” l’imputato, risalente al medioevo, “guardando-se as devidas restrições e diferenças contextuais” (Dutra, 2016, p. 726). Le specificità della “rilettura” odierna sta nel fatto che l’Inconfidência non fu una delazione premiata, ma soltanto assomiglia ad essa; il saggio di Dutra non chiarisce tuttavia quali furono le differenze contestuali.
  13. “Alferes, f.m. oficial militar, que levava o pendão, a infígnia, e hoje a bandeira, quando a não tem o Portabandeiras. (…)” (Bluteau, Silva, 1789a, p. 58 coll. 2).
  14. Maxwell, 2005, p. 144.
  15. Su queste complessità del Romanceiro, cfr. l’analisi di Valente, 2011, p. 100 che sottolinea appunto che non è possibile ridurre questo libro ad una semplice lode ufficiale e nazionalistica nei confronti dell’Inconfidência e che in verità Meirelles non voleva semplicemente scrivere un testo su un episodio della storia brasiliana, ma voleva trovare nella storia le radici del Brasile (come tanti altri intellettuali brasiliani più o meno in quei decenni) ed ascendere verso questioni riguardanti la condizione umana. Flávio Kothe invece considera l’opera di Meirelles semplice lode ufficiale e nazionalistica, in un’analisi piena di aggettivi peggiorativi difficili da condividere, cfr. Kothe, 2004, pp. 257-300.
  16. Sulla costruzione del mito dell’Inconfidência (in particolare di Tiradentes), cfr. l’analisi di José Murilo de Carvalho, 1990.
  17. Cfr. Hespanha, 2006, 2012, 2015.
  18. Antunes, 2013, pp. 45-46, nella sua sintesi sui più recenti studi storiografici riguardanti la storia della giustizia a Minas Gerais nel periodo coloniale, sottolinea che tale storiografia riconosce che vi era una “interiorização da metrópole”, però, al contempo, essa si colloca contro una “perspectiva hipertrofiada do Estado”.
  19. Furtado, 2013, p. 226.
  20. Nell’originale, in portoghese: “tal é o caso das políticas de arrecadação de impostos, que geravam um déficit crescente e cumulativo na arrecadação e, indiretamente, seriam um dos principais elementos de instabilidade entre os moradores das Minas nas últimas décadas do século XVIII, o que se expressava sobretudo no temor inspirado pelo lançamento da derrama”.
  21. Sousa, 1825, p. 294. Nell’originale, in portoghese: “Derrama he o lançamento de algum tributo, ou contribuição repartida, ou derramada por todos. Como se faz a derrama em Minas Geraes para preencher as cem arrobas de ouro”.
  22. Furtado, 2013, p. 227.
  23. “A considerável diminuição que tem tido a quota das cem arrobas de ouro que esta capitania paga anualmente de quinto a S. M. pede as mais eficazes averiguações e providências. A primeira de todas deveria ser a derrama, tanto em observância da lei como pela severidade com que a mesma senhora foi servida estranhar o esquecimento dela; porém conhecendo eu as diversas circunstâncias em que hoje se acha esta capitania, e que este ramo da Real Fazenda é suscetível de melhoramento, não só em benefício do régio erário mas dos povos, cuja conservação e prosperidade é o objeto principal do iluminado governo da rainha nossa senhora; e não tanto pela afeição particular com que me ocupo em procurar os desta capitania toda a sorte de felicidade, que sempre preferiria à minha própria, como pela confiança que devemos ter na piedade e grandeza de Sua Majestade, que é bem notória, tomei sobre mim suspender o lançamento da derrama que a junta da administração e arrecadação da Real Fazenda é obrigada a promover, até chegar a decisão da conta que terei a honra de pôr na augusta presença de Sua Majestade, sob os meios que me parecerem mais proporcionados ao bem da mesma administração nesta parte, e aos dos seus leais vassalos” (Barbacena apud SILVA, 1873, p. 172-173). Se il governatore in questo momento sapeva specificamente delle intenzioni dei congiurati è un punto molto più complicato. La famosa tesi di Kenneth Maxwell afferma che il Viconte di Barbacena riuscì a scoprire i piani di congiurati soltanto dopo la sospensione della derrama (Maxwell, 2005, pp. 170-173).
  24. Lo storico Kenneth Maxwell, 2005, p. 169 è convinto che Joaquim Silvério dos Reis era assolutamente coinvolto nella sedizione.
  25. Su questo passo del Romanceiro, Kothe, 2004, p. 284 critica Meirelles perché “o ‘romance XXVIII’ não foge ao lugar-comum da historiografia brasileira, a qual (…) apresenta [Joaquim Silvério] como traidor e o mais execrável dos vermes. Ele é o Judas da Paixão mineira. Em sua época, no entanto, apenas cumpriu o seu dever diante das autoridades constituídas, respeitou o juramento de fidelidade que havia feito”. Sulla comparazione tra la Passione di Cristo e la Paixão Mineira, Kothe ha ragione. Tuttavia, non mi sembra che sostituire Joaquim Silvério “vile” per Joaquim Silvério “fedele” possa portare ad una più corretta ricostruzione della storia del Brasile e dell’Inconfidência. Un dubbio che vale la pena sollevare perché uno dei leitmotiv della critica di Kothe a Meirelles è appunto la (non)corrispondenza della narrazione del Romanceiro con la vera storia (se ammettiamo, il che non è sicuro, che questo tipo di critica sia adatta alla proposta testuale del Romanceiro). Per i nostri fini storico-giuridici possiamo accontentarci di semplicemente sollevare questi dubbi che in verità riguardano altre storie del nostro personaggio Joaquim Silvério.
  26. Júlio e Ana Virgínia Pinheiro, 1999, p. 69, col. 1 e p. 70 col. 2, ad esempio, hanno fatto i calcoli: “[e]m tese, a denúncia de Joaquim Silvério custou ao Estado Português, pelo menos, cento e cinquenta e cinco contos de réis – uma verdadeira fortuna”, però “a delação não levou ao efetivo perdão de suas dívidas; ao contrário, tornou-as inadministráveis, na medida em que não poderia, desde então, com garantia de vida, estar à frente de seus negócios. Essa situação, Joaquim Silvério não hesitou em cobrá-la da Coroa, ambicionando, provavelmente, um pagamento vitalício e por várias gerações, em contos de réis. A Coroa pagou, mas sob a forma de papéis, cartas, declarações e certidões, que tramitavam lentamente e que hoje documentam as pretensões malsucedidas do contratador”.
  27. In questo senso, cfr. la dettagliata tesi dello storico João Pinto Furtado, 2002.
  28. Questa è l’interpretazione dello storico Kenneth Maxwell, 2005, p. 178 e che trova fondamento in alcuni documenti tali come la lettera del vice-re Luís de Vasconcelos e Sousa al ministro della Marinha e Ultramar del 16 giugno 1789. In questa lettera, Sousa racconta che arrestò Joaquim Silvério dos Reis “não só porque me pareceu conveniente a bem da mesma diligência (…), mas porque sendo de hum dos mais descontentes daquela Capitania pela grande soma que deve a Fazenda Real (…) e tendo hum caracter disposto para qualquer maldade, que o conduzio àquelle fim he bem de prezumir (…) as origens daqueles mesmos horrorozos factos, ou projectos de que agora se fes denunciante”, Ofício do [vice-rei do Estado do Brasil], Luís de Vasconcelos e Sousa, ao [secretário de estado da Marinha e Ultramar], Martinho de Melo e Castro, sobre a premeditada sublevação nas Minas Gerais posta em prática durante a ocasião da derrama (…), Rio de Janeiro, 16 de junho de 1789.
  29. Io mi soffermerò soltanto sugli aspetti che ci interessano per la storia della delazione premiata. Per alcuni altri aspetti, cf. Salgado, 2008.
  30. Sousa, 1825, p. 207. Nell’originale, in portoghese: “Conjuração he a conspiração de muitas pessoas mal intencionadas contra o Soberano, ou contra o Estado. (…) A conjuração he hum crime de Leza-Magestade de primeira cabeça, e he punido como tal em todas as Nações. (…) Pelas Cartas Regias de 17 de Julho, e de 15 de Outubro de 1790 se decretarão as penas aos Reos comprehendidos no crime de conjuração, que se formou no Brazil”. A proposito di definizioni, io mi sono permesso di utilizzare molto liberamente le parole conjuração (congiura), inconfidência (ed alcune altre) perchè anche le fonti lo fanno così. Esiste un dibattito nella storiografia se l’uso della parola inconfidência non sarebbe una ripetizione del “linguaggio del potere”. Per questo motivo, alcuni preferiscono la parola congiura. Però, il “linguaggio del potere” utilizzava anche la parola congiura (come tante altre: sedição, levante, etc.). Il testo delle Ordenações Filipinas non portava un nomen iuris oltre al semplice “lesa-maestà di prima testa” che, in verità, era una sorta di genere dentro il quale c’erano alcune speci. Anche nelle testimonianze dei congiurati, diverse parole vengono utilizzate. Comunque, per l’approccio storico-giuridico, il “linguaggio del potere”, in questo caso, è proprio quello che interessa. Per queste diffidenze intorno alla parola “inconfidência” a causa del “linguaggio del potere”, cfr. ad esempio Maxwell, 1989, pp. 4, che preferisce la parola “congiurazione” credendo che essa non fosse parte del sudetto “linguaggio del potere”, e l’introduzione del libro di Rodrigues, 2010 più o meno nella stessa linea.
  31. Hespanha, 1993.
  32. Nel 1792, nella richiesta di Joaquim Silvério dos Reis per viaggiare verso Portogallo, egli racconta che “não pode viver mais naquelles estados, aonde sua vida corre grande risco, entre os inimigos da causa publica” (Requerimento de Joaquim Silvério dos Reis, primeiro denunciante da abominável conjuração tramada e urdida na Capitania de Minas Gerais contra a Real Coroa, solicitando licença para viajar para o Reino com a sua família, 28 de novembro de 1792). Alla fine, Joaquim Silvério andò in Portogallo, ma poi tornò in Brasile. Qualche anno dopo, troviamo una lettera del 14 novembre 1799 di José Lopes de Oliveira al ministro della Marinha e do Ultramar “informando que os morades da vila [São Salvador] dos Campos dos Goitacazes tratam o coronel Joaquim Silvério dos Reis como se fosse um inimigo, chamando-o de traidor, por ele ter denunciado os rebeldes da capitania de Minas Gerais” (Ofício de José Lopes de Oliveira, ao [secretário de estado, da Marinha e Ultramar], D. Rodrigo de Sousa Coutinho, informando que os moradores da vila [São Salvador] dos Campos dos Goitacazes tratam o coronel Joaquim Silvério dos Reis [Montenegro] como se fosse um inimigo, chamando-o de traidor, por ele ter denunciado os rebeldes da capitania de Minas Gerais, Rio de Janeiro, 14 de novembro de 1799). Flávio Kothe, 2004, pp. 284, sempre molto attento a criticare il Romanceiro di Cecília Meirelles per ragioni di attendibilità storica, invece, afferma che “[Joaquim Silvério] morreu de velho na cama, respeitado pela sociedade”. Che il nostro traditore sia riuscito ad ottenere il rispetto di una parte della società dell’epoca mi sembra indubbio; tuttavia, l’analisi di Kothe, nel suo furore critico, ignora l’esistenza di questi indizi.
  33. Sousa, 1800, pp. 17-18.
  34. Nell’originale, in portoghese: “As Devassas geraes são perigosas, porque podem abrir a porta á calumnia e sacrificar á vingança victimas inocentes (…). São mais toleráveis as Devassas especiaes; pois suppõe crime certo e determinado, devendo preceder-lhe o corpo de delicto”.
  35. Sousa, 1800, pp. 26-39.
  36. Sousa, 1800, p. 40.
  37. ADIM, I, p. 89. D’ora in poi, utilizzerò questo sistema per fare riferimento ai documenti del processo (già trascritti e pubblicati): ADIM = Autos de Devassa da Inconfidência Mineira e il numero romano dopo la virgola indica il volume.
  38. ADIM, I, p. 89 nota 1.
  39. ADIM, I, pp. 89-90. Nell’originale, in portoghese: “as quais cartas e mais papeis juntos ficam servindo de corpo de delito”.
  40. ADIM, I, p. 91. Nell’originale, in portoghese: “na ocasião em que fui convidado para a sublevação que se intenta”.
  41. ADIM, I, pp. 94-95. Nell’originale, in portoghese: “o prêmio que peço tão somente a V. Excia. é o rogar-lhe que, pelo amor de Deus, se não perca a ninguém”.
  42. “Mercê, f.f. graça, beneficio, dom gratuito v. g., fazer mercê da vida, de hum officio. § f. À mercê das ondas, dos ventos, i. e. à vontade, ao arbítrio (…); v. cortefia. (…) § No fent. proprio de mercês latino, paga, foldada (…)” (Bluteau, Silva, 1789b, p. 75). L’altro dato interessante è che il senso di mercê come un pagamento viene riferito come l’originale latino, quindi antico.
  43. ADIM, I, p. 101. Nell’originale, in portoghese: “para ver se lhe extorquia alguma coisa”.
  44. ADIM, I, p. 102. Nell’originale, in portoghese: “Eu não quero outro prêmio, por qualquer trabalho que possa ter em utilidade do Estado, mais do que a minha Soberana e Vossa Excelência conheçam que sou o vassalo mais leal que podem desejar nestas conquistas, das quais me desejo ver fora delas pela inconstância que vejo nos seus habitadores”.
  45. ADIM, II, p. 459.
  46. ADIM, II, p. 462.
  47. ADIM, II, p. 472.
  48. ADIM, III, pp. 431-432.
  49. ADIM, III, p. 432. Nell’originale, in portoghese: “só a lealdade e zelo de fiel vassalo o obrigou a esta denúncia”; “Sendo este o grande serviço que o suplicante fez a S. Majestade, não se lembra agora que — por ele — seria digno de prêmio”; “Mas deve persuadir-se que não será da intenção de S. Majestade, nem de V. Exa. que o suplicante passe pelos grandíssimos prejuízos e incômodos que tem sofrido”.
  50. ADIM, III, p. 434.
  51. ADIM, III, p. 435.
  52. “O princípio”, nel medioevo e nella prima Età Moderna (ma ancora presente parzialmente alla fine del Settecento), “de que a natureza (humana) mecanicamente gerava obrigações compreendia, também, aqueles deveres impostos por virtudes morais, como ‘liberdade’, ‘amizade’, ‘caridade’ ou ‘magnanimidade’. Os amigos deviam-se mutuamente ‘obséquios’ e ‘favores’; pessoas poderosas tinham deveres de ‘proteção’ para com pessoas humildes (…). Os ricos deviam esmolas aos pobres (‘caridade’). E magnatas (como o rei), por causa da mais alta posição em que estavam situados, deviam tudo isso em grau superlativo (‘magnanimidade’)” (Hespanha, 2010, p. 52).
  53. Per alcuni esempi importanti e che si occupano anche del dono nell’ambito dell’immaginario giuridico, cfr. Hespanha, 1993 e Olival, 2001.
  54. Hespanha, 1993, p. 154. Nell’originale, in spagnolo: “ellos conforman un universo normativo minucioso e preciso, en el que la espontaneidad no ha lugar, al tiempo que hacen las veces de engarces de cadenas infinitas de otras buenas acciones, que (…) terminan por ser una principalísima agencia de estructuración de las relaciones políticas”.
  55. Olival, 2001, pp. 26-28.
  56. Hespanha, 1993, p. 152.
  57. Hespanha, 1993, p. 152.
  58. Olival, 2001, p. 18.
  59. Hespanha, 1993, p. 155. Nell’originale, in portoghese: “[d]isponibilidade para o serviço, pedir, dar, receber e manifestar agradecimento, num verdadeiro círculo vicioso”.
  60. Nell’originale, in portoghese: “grande parte da sociedade deste período se sentia profundamente vinculada, cada um segundo a sua condição e interesses”.
  61. Nell’originale, in spagnolo: “el don nunca responde a esa lógica contable o comercial según la cual en la mente del bienhechor anida ya la idea previa de que va a ser puntualmente satisfecho”.
  62. Olival, 2001, p. 28. Nell’originale, in portoghese: “[n]ão obstante estes princípios muitas vezes repetidos, na prática geralmente, quem servia à Coroa fazia-o na mira de recompensas e não por puro amor ao rei ou, ainda menos, por patriotismo”.
  63. Cf. Hespanha, 1993, p. 175 e Olival, 2001, p. 31.
  64. Per dettagli sulle attribuzioni del Conselho da Fazenda ed anche sulle variazioni di queste attribuzioni lungo la sua storia che comincia nel 1591, cfr. le sintesi di Camargo, 2013 e di Cabral, 2012.
  65. Ecco un esempio di Dizionario settecentesco che riporta la parola fazenda come beni, facendo l’esempio, appunto, del Conselho da Fazenda, mentre fazenda come fondo rustico/fattoria sarebbe un uso brasiliano: “Fazenda, (…) § Bens v. g., a fazenda Real. § Concelho da Fazenda, Tribunal compofto de tres Vedores Fidalgos, e 3 Desembargadores ditos Confelheiros, e outros officiaes, no qual fe despachão os negocios da Fazenda Real, e bens da Coroa, e Conquiftas, os contratos, e arrendamentos, que a ella pertencem, tem tratamento de Mageftade. § Bens que andão em Comercio. (…) § No Brasil, terras de lavoura, ou de gado” (Bluteau, Silva, 1789a, p. 602 coll. 2).
  66. Cabral, 1730, p. 605.
  67. Cabral, 1730, p. 602. Nell’originale, in portoghese: “principalmente sendo os ditos serviços um bem da Republica”.
  68. ADIM, X, p. 58 e ss.
  69. È difficile ricostruire con precisione il labirinto delle richieste di Joaquim Silvério dos Reis, anche perchè sembra che vi furono alcune dirette ad organi diverse dello Stato portoghese. Comunque ci sono negli archivi lettere e documenti che fanno riferimento alle richieste del nostro traditore. Un esempio è la consulta al Consiglio della Guerra, la cui risposta fu: “os papeis que se achão nesta […] a respeito de Joaquim Silvério dos Reis são os inclusos apresentados por elle mesmo […] ha pouco tempo. Quanto aos serviços em que elle funda o seo Requerimento, que consistem principalmente na denuncia que fez da Conjuração de Minas, pelo que naquelle tempo […] escreveo ao Governador Visconde de Barbacena, falando-se neste Homem se diz o que consta do Papel junto; por onde se pode concluir o pouco conceito que elle merecia ao Ministro de Estado nesta Repartição. Sabe-se mais que elle obtivera naquelle tempo o Perdão de hua muito avultada somma que devia a Fazenda Real, o que se sabe somente de memoria; por ter sido esta mercê feita pelo Erario” (Carta de D. João de Almeida de Melo e Castro, informando o Visconde de Anadia sobre o envio da consulta do Conselho de Guerra, relativa ao requerimento de Joaquim Silvério dos Reis (…), Lisboa, 6 de abril de 1803).
  70. Cfr. per tutti il libro classico di Pietro Costa, 2002.
  71. Hespanha, 2015.
  72. ADIM, XI, pp. 103-104. Nell’originale, in portoghese: “Por decreto de 4 de outubro de 1794 foi Sua Majestade servida, em atenção aos distintos serviços feitos com exemplar lealdade pelo Coronel Joaquim Silvério dos Reis nas capitanias de Minas Gerais e do Rio de Janeiro, fazer-lhe mercê, por princípio de remuneração, do hábito da Ordem de Cristo, com 200$000 de tença, pagos efetivamente; no dia 20 do corrente houve o Príncipe Nosso Senhor por bem lançar-lhe o dito hábito pela sua real mão”.
  73. Apud Cabral, 1892, pp. 404-405. Nell’originale, in portoghese: “justamente capacitado de ser relevante serviço que fez a Sua Magestade [Joaquim Silvério] se considerou digno de ir á sua real presença ainda mais para conseguir tão grande honra, do que para suplicar a mesma Senhora o premio, que por esta acção elle podesse merecer da sua real e inimitável grandeza”.
  74. ADIM, XI, pp. 103-104.
  75. Requerimento do coronel Joaquim Silvério dos Reis Monte Negro ao rei D. João VI, no qual pede a mercê do oficio vitalício de escrivão da ouvidoria da vila de S. João Del-Rei, comando do Rio das Mortes, 4 de janeiro de 1808.
  76. Freire, s.d., p. 100. Nell’originale, in portoghese: “Divide-se [a denúncia] em pública, quando o delator diz o seu nome, ou oculta, caso contrário; em jurada ou simples; e em voluntária, quando a faz de livre vontade, ou necessária, quando a faz por mandado da lei. (…) As nossas leis aprovam estas espécies de denúncia. Com efeito, não só admitem a oculta e necessária no crime de blasfêmia, Ord. Liv. 5 tit. 2 § 5, lesa majestade tit. 6 § 12, adulteração da moeda tit. 12 § último, crime nefando e semelhantes, tit. 13 § 5, mas as Ordenações citadas até premeiam os delatores”.
  77. Sousa, 1825, p. 288. Nell’originale, in portoghese: “aquelle que denuncia, isto he, que declara em Juizo o crime público para se proceder contra o delinquente por Ofício da Justiça”.
  78. Nell’originale, in portoghese: “[o] Poder Moderador póde perdoar a pena á quem entender que merece clemencia. A doutrina desta Ord. não he seguida presentemente, parecendo imoral, ou promotora de tendências ou actos em desacordo com os bons sentimentos que devem existir em Cidadãos de um Paiz livre, e que se respeitão” (p. 1272).
  79. Sulla storia della grazia in Brasile, cfr. Costa, 2017.
  80. Code penal de l’empire français, Paris, 1810, p. 16. Nell’originale, in francese: “seront exemptés des peines prononcées contre les auteurs de complots ou d’autres crimes attentatoires à la sureté intérieure ou exterieure de l’Etat, ceux des coupables qui, avant toute exécution ou tentative de ces complots ou de ces crimes, et avant toutes poursuites commencés, auront les premiers donné, aux autorités mentionnés en article 103, connaissance de ces complots ou crimes et de leurs auteurs ou complices, ou qui, même depuis le commencement des poursuites, auront procuré l’arrestation desdits auteurs ou complices. Les coupables qui auront donné ces connaissances ou procuré ces arrestations, pourront néanmoins être condamnés à rester pour la vie ou à temps sous la surveillance spéciale de la haute police”.
  81. Chaveau, Helie, 1852, p. 182.
  82. Padoa Schioppa, 2003.
  83. Sbriccoli, 2009.
  84. Per una sintesi sull’argomento, cfr. Alessi, 2007, 2011.
  85. Cfr. da ultimo Rosa, 2018, p. 243. Anche coloro che non lo considerano un negozio vero e proprio, ammettono la negoziazione ed una sorta di logica contrattuale. Mendroni, 2016, pp. 150-205, ad esempio, sostiene che la delazione premiata non è un contratto perché esiste l’intervento di una parte terza, il giudice. Comunque, nella sua analisi, si parla di “principio del consenso” e la parola “accordo” viene utilizzata spesso per descrivere la delazione premiata.
  86. In verità, ogni descrizione della procedura di negoziazione è sempre molto approssimativa perché non esistono protocolli istituzionali dettagliati. Rosa, 2018, p. 283-284 ha proposto una descrizione – approssimativa e flessibile – della procedura di negoziazione delle delazioni premiate in dieci passi, sin dalla riunione preliminare fino alla ratifica giudiziale o al cosidetto “recall”.
  87. Maxwell, 2005, p. 176.
  88. Preferisco parlare di una sorta di diritto soggettivo perché non intendo riferirmi alla polemica intorno alla natura giuridica di questi premi. Invece, mi preme sottolineare semplicemente l’opposizione possibile tra una logica – più ampia – il cui modello più stretto è il concetto di diritto soggettivo e la logica della negoziazione. Inoltre, è anche vero che nell’ambito delle negoziazioni delle delazioni premiate esistono diritti soggettivi.
  89. Nell’originale, in portoghese: “O sobrestamento do processo ou a redução da pena podem ainda decorrer de acordo entre o Ministério Público e o indiciado que, espontaneamente, revelar a existência de organização criminosa, permitindo a prisão de um ou mais dos seus integrantes, ou a apreensão do produto, da substância ou da droga ilícita, ou que, de qualquer modo, justificado no acordo, contribuir para os interesses da Justiça”.
  90. Fonseca, 2017, pp. 85-86 e Acordo de delação premiada (Ministério Público Federal-PR x Alberto Youssef), Curitiba, 16 de dezembro de 2003.
  91. Cfr. ad esempio Leal, 2000, pp. 450-451.
  92. Termo de acordo de colaboração premiada (Ministério Público Federal-PR x Paulo Roberto Costa), Curitiba, 27 de agosto de 2014, f. 21 e f. 25-26. Nell’originale, in portoghese: “colaborador renuncia, em favor da União, a qualquer direito”; “os quais reconhece serem todos, integralmente, produto de atividade criminosa”.
  93. Vasconcellos, 2017, p. 41.
  94. I processual-penalisti brasiliani ormai da alcuni anni fanno riferimento a questa trasformazione. Non per caso, è stato pubblicato recentemente un volume monografico della Revista Brasileira de Direito Processual Penal sul tema “Colaboração premiada e Justiça Criminal Negocial”, a cura di Soraia da Rosa Mendes, 2017. Da ultimo, cfr. anche Vasconcellos, 2017 che sottolinea i due estremi ai quali farò riferimento in seguito (quello della legge del 1990 sulle transazioni nell’ambito di reati lievi e quello della nostra delazione premiata).
  95. Paulo, 2009.
  96. Diário do Congresso Nacional, Seção II, Brasília, 18 de maio de 1990, pp. 2112 coll. 2.
  97. Per un’analisi critica sull’argomento, cfr. per tutti Sales, 2005.
  98. Nell’originale, in portoghese: “a gente fica vendo aquelas imagens de 1964, daquele jovem marinheiro de 22 anos (…), e vê hoje de novo o senhor com quase 70 anos, entrou como Judas da história, nosso Joaquim Silvério dos Reis (…), como senhor se sente?”. Cfr. a partire dal ventesimo secondo minuto dell’intervista: http://tvcultura.com.br/videos/13473_cabo-anselmo-17-10-2011.html
  99. Per una analisi storico-giuridico della repressione politica nell’epoca della ditatura militare brasiliana, in particolari sui fondamenti ideologici nella dottrina della sicurezza nazionale, cfr. Dal Ri Jr., 2011.
  100. Ferro, Pereira, Gazzola, 2014, p. 157. Nell’originale, in portoghese: “contraprestação às informações delatadas, porquanto se estabelece relação sinalagmática entre as partes”.
  101. Ferro, Pereira, Gazzola, 2014, p. 109.
  102. Fonseca, 2017, p. 83. Nell’originale, in portoghese: “Desde as Ordenações Filipinas há notícia de institutos de natureza premial no Brasil, como se vê do caso do Coronel Joaquim Silvério dos Reis, que recebeu da Coroa Portuguesa a anistia de suas dívidas por ter delatado seus companheiros na Inconfidência Mineira. Assim também, na época da ditadura militar, entre as décadas de setenta e oitenta, sabe-se que a delação dos opositores ao governo era estimulada. Todavia, a colaboração premiada objeto do presente trabalho somente se faz possível em países democráticos, nos quais há mecanismos eficientes de controle judicial e, sob esse ponto de vista, é possível dizer que é instituto recente no Brasil”.
  103. Sugli elementi antichi e moderni nella giustizia criminale brasiliana settecentesca, cfr. Wehling, Wehling, 2004, pp. 545-580.
  104. Un trato della storia recente del nostro processo penale che si riesce a cogliere anche nei discorsi dei giuristi critici della delazione premiata. Cfr. ad esempio Tourinho Neto, 2015, p. 302. Per una prospettiva che accetta l’esistenza della delazione premiata nell’ordinamento giuridico brasiliano e che non si dimentica, però, di criticare questi aspetti, cfr. Vasconcellos, 2017.
  105. Per una buona sintesi degli argomenti delle due contrastanti opinioni dottrinarie sull’argomento, anche se forse non tutte le conclusioni degli autori del saggio siano condivisibili, cfr. Suxberger e Mello, 2017.
  106. In questo senso, è molto interessante la critica di uno dei difensori dell’istituto, Gilson Dipp, 2015, p. 69, in quel che riguarda le delazioni di grandi gruppi economici. Molto interessante anche l’approccio di Rosa, 2018, pp. 235-238 che considera i mezzi di comunicazione un “giocatore esterno” decisivo nel “gioco negoziale” delle delazioni.
  107. In questo senso, cfr. Vasconcellos, 2017, p. 17.