2017 n. 2 – Indice

Contributi

  1. CLAUDIA STORTI
    Giustizia, pace e dissenso politico tra alto medioevo e età comunale

Abstract

I caratteri generali e particolari delle vicende ‘istituzionali’ che si svolsero tra alto e basso medioevo sono certamente ben ricostruibili e sono stati ri-costruiti attraverso diplomi, documenti e cronache. Per quanto concerne l’Italia, vi è anche un’altra fonte, finora piuttosto trascurata, che può sug-gerire qualche riflessione sui loro aspetti più strettamente giuridici. Mi ri-ferisco alla giurisprudenza del regno italico dell’XI secolo sul reato politico. L’Expositio al liber papiensis, il formulario giudiziario e alcune glosse pre-senti in manoscritti ancora in uso negli anni Trenta del XII secolo riportano gli orientamenti giurisprudenziali sulla repressione del dissenso, sulla giu-stificazione della resistenza all’autorità e sulla pacificazione tra soggetti ‘privati’.
Lo studio di tali fonti del Regno italico sulle forme di manifestazione e organizzazione – ribellione, contestazione e associazione – della lotta politi-ca e della sua percezione da parte delle istituzioni legittime offre un colle-gamento tra la concezione e la cultura della giustizia e delle istituzioni alto medievali e quella che fece da sfondo alla progressiva affermazione del nuovo ordinamento comunale.

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  1. GIOVANNI CHIODI
    Ad praesumptionem o ad plenam fidem? Il valore probatorio della testimonianza del complice nel diritto canonico medievale

Abstract

Nel processo romano-canonico i rei confessi non potevano essere interro-gati intorno ai complici, tranne che nei crimini excepti. In questi casi, tut-tavia, i canonisti del XII e XIII secolo non furono concordi sul valore proba-torio da attribuire alle loro dichiarazioni. Per alcuni giuristi esse potevano costituire piena prova, per altri invece solo una presunzione. In ogni caso, dal XIII secolo la dottrina raggiunse un punto d’incontro nel ritenere che le dichiarazioni degli imputati per avere effetto dovessero essere corroborate da ulteriori riscontri. Questi princìpi trovarono conferma anche nella pro-cedura inquisitoria contro gli eretici. Il presente saggio, attraverso un’indagine sui manoscritti, ricostruisce le tappe del dibattito, distinguendo l’apporto delle scuole anglo-normanna, parigina e bolognese.

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  1. EMANUELA FUGAZZA
    Pavia, 1249. Publica fama e culpa nel processo contro i custodi del carcere

Abstract

Il saggio ha per oggetto un’inedita sentenza pavese del 1249. Essa si collo-ca in un periodo cruciale per la storia del diritto e della procedura penale, e testimonia di alcune trasformazioni in atto negli anni intorno alla metà del Duecento che investono da un lato i temi dell’imputabilità e degli ele-menti soggettivi del reato e dall’altro profili più propriamente processuali.

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  1. ALAN SANDONÀ
    Statuti rurali dell’alto vicentino e carte di regola trentine: note sull’esperienza giuridica di comunità rurali di confine

Abstract

L’esame degli statuti di alcuni villaggi posti a cavaliere di un confine – quel-lo tra veneto e trentino – fattosi precoce frontiera costituisce l’occasione per una riflessione sull’esperienza giuridica delle comunità prealpine tra medioevo ed età moderna.
Sulla base della comparazione di tali “carte”, frutto dell’elementare au-tonomia di “ville” che ad esse attribuirono una forte valenza identitaria, il contributo mira ad indagare se, l’esistenza di confini territoriali imposti (e contesi) da enti sovraordinati abbia o meno avuto incidenza sul diritto pro-prio delle comunità locali.

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  1. ROBERTO ISOTTON
    «Per fas et nefas». Brevi considerazioni storico-giuridiche sul patto di quota lite

Abstract

I recenti tentativi di rimuovere dall’ordinamento italiano il divieto del patto di quota lite fra cliente e avvocato, sono culminati, dopo pochi anni, nel ritorno al divieto abolito. Ciò ha stimolato una breve riflessione sulle ragioni e la portata della proibizione, secondo la particolare prospettiva della storia giuridica, al fine di meglio chiarire quali siano gli effettivi interessi in gioco e quali le soluzioni potenzialmente praticabili.

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  1. ALBERTO CARRERA
    Dalla tolleranza religiosa alla «libertà del pensare». La riflessione dell’abate giansenista Pietro Tamburini (1737- 1827), docente alla università di Pavia

Abstract

Il saggio mira a delineare la riflessione condotta sul tema della tolleranza dall’abate giansenista Pietro Tamburini, docente di diritto naturale alla fa-coltà legale della università di Pavia. Dallo studio delle sue opere emerge una lettura bifocale: giurisdizionalista e giusnaturalistica.
In tale duplice prospettiva analizza il concetto di tolleranza ecclesiastica e civile in materia religiosa con particolare attenzione alla questione della sovranità e del diritto di punire per poi ricondurre il tema al rapporto tra proprietà personale, libertà del pensare e esercizio delle facoltà intellet-tuali.

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  1. ALDO ANDREA CASSI
    Giuseppe Zanardelli e la riforma dell’ordinamento giudiziario (1890). Linee per un’indagine d’archivio. La “scabrosa materia” della soppressione delle sedi giudiziarie

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Il saggio intende ricostruire le dinamiche, e le principali tematiche sotto-stanti, di una fase, tecnicamente complessa e politicamente molto delica-ta, della riforma giudiziaria del 1890 intrapresa dallo statista e giurista Giuseppe Zanardelli: la parte dedicata alla “Modificazione della circoscri-zione giudiziaria e miglioramento degli stipendi della magistratura” (legge 30 marzo 1890 n. 6702).
La ricostruzione si basa su documentazione d’archivio in gran parte ine-dita: non solo documenti ufficiali, ma anche appunti personali, memorie, corrispondenze, annotazioni di studio, che registrarono aspirazioni, umori, utopie, compromessi nutriti dai soggetti storici che parteciparono al mo-vimento di riforma.
La loro analisi, oltre a permettere una adeguata comprensione tecnica della genesi dell’ordinamento giudiziario dell’Italia unificata e del ruolo, abile e pragmatico, ivi giuocato da Zanardelli, offre anche l’opportunità per uno sguardo inedito all’edificio che si andava erigendo di quello Stato unitario, del quale la magistratura rappresentava non solo uno dei Poteri, ma costituiva anche la “prima linea” di contatto tra cittadini e Stato.

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  1. CRISTINA DANUSSO
    L’emergenza orfani nella grande guerra e la magistratura

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Il complesso e imponente problema degli orfani della prima guerra mon-diale presenta molteplici sfaccettature: morali, familiari, sociali, giuridi-che, economiche, politiche e finanziarie. In questo breve saggio si è potuto accennare solo ad alcune di esse e, tra le misure adottate dalle autorità italiane – dapprima, con urgenza, dal governo e più tardi dalle Camere -, si è scelto di soffermare maggiormente l’attenzione sul ruolo affidato alla magistratura e segnatamente alla nuova e interessante figura del giudice delle tutele. Esso esercita delicati compiti di volontaria giurisdizione e vigi-la sull’operato dei pretori, ma partecipa anche a varie attività di tipo am-ministrativo, essendo membro del Comitato provinciale per l’assistenza agli orfani di guerra. La sua funzione di coordinamento si svolge su più fronti e, in particolare, a lui spetta di trovare il giusto equilibrio tra la sfera di azione dello Stato e quella della famiglia, in modo che – secondo l’intenzione dei legislatori – la prima non invada e si sostituisca alla secon-da, ma si limiti ad integrarla dove lo reputi necessario.

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  1. ALBERTO SCIUMÈ
    Croce e la cultura giuridica italiana degli anni venti del novecento

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Gli anni Venti del Novecento rappresentano un periodo di intenso confron-to di Benedetto Croce tanto con la politica del fascismo, dalla quale il filo-sofo di Pescasseroli prese progressivamente le distanze sino ad arrivare al-la critica aperta ed alla sottoscrizione del Manifesto degli intellettuali anti-fascisti, quanto con la scienza giuridica e con la sua pretesa di offrire un’autonoma prospettiva di conoscenza. Segnano in modo particolare que-sto secondo campo di intervento, la polemica con gli orientamenti giusna-turalistici del filosofo Giorgio Del Vecchio e quella con il romanista Pietro Bonfante. In questa seconda, soprattutto, emergeva in tutta la sua intensità il motivo dominante la visione crociana del diritto ossia la contestazione della stessa autonomia del discorso giuridico. La presa di distanza dalla po-litica del fascismo e gli attacchi portati alla scienza giuridica consentivano peraltro a Benedetto Croce di sviluppare un’intensa e significativa rifles-sione su taluni temi generalissimi e basilari, come quello sulla origine della libertà, nella contrapposizione fra dimensione individuale e dimensione istituzionale, di essa. Diversi gli effetti del confronto tra lo storicismo cro-ciano e gli orientamenti dei giuristi italiani nel terzo decennio del secolo ventesimo. Un primo, non secondario (e verosimilmente non voluto) risul-tato della posizione assunta da Croce nei confronti della scienza giuridica fu paradossalmente quello di stimolare l’assunzione all’interno della se-conda di chiavi lettura neo idealistiche del diritto. Nel tentativo di afferma-re la supremazia della filosofia neo idealistica, si verificò una sorta di in-corporazione di essa nel metodo impiegato dai giuristi nella formulazione della loro scienza. Un secondo piano su cui si radicò quel confronto fu senz’altro quello del tema della qualificazione della legge, terreno dogma-tico sul quale si verificò la progressiva evoluzione del rapporto fra momen-to individuale e momento sociale dell’esperienza giuridica italiana nella di-rezione di una definizione in senso totalitario delle regole di condotta pre-poste a costituire i parametri dell’attività dell’individuo.

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Interventi

  1. ANTONIO PADOA-SCHIOPPA
    Per una riforma della formazione universitaria di giurisprudenza

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  1. FLORIANA COLAO
    Itinerari del diritto di difesa nel processo penale dalla caduta del fascismo alla novella del 1955<

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  1. VINCENZO ZENO-ZENCOVICH
    Appunti per una “storia giudiziaria contemporanea”

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  1. RAFFAELLA BIANCHI RIVA
    L’avvocato tra ricerca della verità e difesa del cliente. Una conciliazione possibile?

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Le regole deontologiche si sono formate nel corso del medioevo e dell’età moderna grazie al concorrente apporto del diritto e della teologia morale. I divieti di difendere cause ingiuste e di difendere in modo ingiusto contri-buirono a inserire il difensore in uno schema processuale teso all’accertamento della verità, sottolineandone il ruolo di collaborazione all’amministrazione della giustizia. Attraverso taluni temperamenti di que-ste regole, giuristi e teologi affermarono, tuttavia, il contemporaneo dove-re dell’avvocato di difendere nel modo più ampio possibile il cliente.

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