La ricerca della paternità deve essere ammessa. La civilistica postunitaria e le riforme del diritto di famiglia. Questioni di diritto transitorio

Chiara Valsecchi

Università degli Studi di Padova

valsecchi@giuri.unipd.it

Abstract: La norma del codice civile italiano del 1865 che prevede il divieto di indagini sulla paternità naturale costituisce una profonda innovazione, sia rispetto alla prassi giudiziaria medievale e moderna, sia rispetto alla legislazione preunitaria di primo Ottocento.
La circostanza determina un vasto dibattito dottrinale, con una forte corrente di civilisti impegnati nel chiedere una riforma del codice, ma produce anche una rilevante casistica giurisprudenziale, in relazione soprattutto alla risoluzione di questioni di diritto transitorio. Complessa in specie la situazione dei territori già appartenuti al Lombardo-Veneto e sottoposti in precedenza alla molto diversa disciplina dell’A. B. G. B. austriaco.

Parole chiave: paternità naturale; filiazione naturale; codice civile (1865); diritto transitorio; Lombardo-Veneto

Il divieto, pressoché assoluto, di indagini sulla paternità naturale, che il codice civile unitario del 1865 mutua dall’esempio francese[1], definito da Giuseppe Pisanelli «una tutela della stabilità e del decoro delle famiglie»[2] e difeso dalla Commissione senatoria quale principio divenuto «di diritto comune» tra i popoli civili[3], è in realtà oggetto di accese critiche e numerose proposte di modifica, sia durante i lavori preparatori, sia negli anni successivi all’entrata in vigore del codice[4].

La scelta, infatti, non è univoca come paiono ritenere gli estensori della norma: in verità – rileva la dottrina, sempre attenta alla comparazione – i sistemi legislativi vigenti nel mondo possono dividersi in due o anche tre classi, a seconda che si accordi al figlio naturale diritto di libera ricerca del proprio padre, che lo si vieti totalmente o infine che si ammetta la ricerca stessa in casi determinati[5].

Sono in molti, quindi, in Italia a proporre nuove regole che aprano, almeno in alcune evenienze, all’accertamento giudiziale di paternità. Su questa linea, già propria della stessa giurisprudenza rotale, si erano mossi, nel recente passato, alcuni Stati preunitari e l’imitazione pedissequa dei Francesi è bersaglio di una quasi corale esecrazione, accompagnata, non di rado, da una esplicita rivendicazione di autonomia, per non dire di netta superiorità, della tradizione giuridica italiana rispetto al modello transalpino.

La stessa Commissione di coordinamento chiamata alla messa a punto del codice civile sembra orientata a seguire quanto già vigente nel regno sabaudo. Nella seduta del 27 aprile 1865, infatti, delibera a larga maggioranza di aggiungere, quale eccezione al divieto, il caso in cui vi sia «uno scritto emanato dall’individuo indicato quale padre del fanciullo», richiamando espressamente l’analoga disposizione del Codice albertino[6].

L’aggiunta non è tuttavia presente nel testo definitivo, ed il Ministro Vacca, all’atto della promulgazione, non può esimersi da qualche parola chiarificatrice, rammentando che sul punto si era aperta «una grave disquisizione». Pur giudicando egli stesso la modifica degna di studio e riconoscendo che da molti è reputata auspicabile, ammette: «noi non osammo entrare in questa nuova via», per non varcare i limiti della delega ricevuta.

L’auspicio del Guardasigilli, che si senta l’opinione pubblica e che «si faccia della questione argomento di nuove indagini e nuovi studi», per poi sottoporla al Parlamento[7], viene sicuramente accolto quanto al primo aspetto, disatteso invece quanto ai possibili esiti legislativi.

La pubblicistica giuridica più diffusa ospita sovente, specie tra gli anni Settanta e Novanta del XIX secolo, interventi nel segno di una riforma del dettato codicistico.

Così, ad esempio, dalle pagine dell’«Archivio Giuridico», Emilio Bianchi, che per esperienza diretta conosce ed apprezza la precedente giurisprudenza toscana[8], la pone a modello, suggerendo di introdurre un «uso saggio e moderato delle indagini sulla paternità»[9].

Sul quotato «Filangieri», Vittorio Mori dedica all’azione di paternità naturale un ampio studio storico-comparatistico, dal quale si coglie un’esplicita opzione per una riforma del diritto vigente italiano in senso favorevole all’ammissione quanto meno di mirate eccezioni al divieto[10].

Svariati saggi e note a sentenza si leggono sul tema tra le pagine dei siciliani «Circolo giuridico» ed «Antologia giuridica»[11], del «Foro italiano»[12], de «La Legge»[13] e così via[14].

Divisi dall’appartenenza politica e per molti aspetti anche nel pensiero giuridico, concordano sul punto un liberale come Carlo Francesco Gabba[15] ed un socialista come Enrico Cimbali[16], ai quali fanno eco molti altri[17].

Con varie sfumature, dunque, molte voci autorevoli elencano una serie di ipotesi nelle quali la prova della paternità, pur sempre assai difficile, è giudicata ragionevolmente certa.

Così il Terzo Congresso Giuridico Nazionale, tenutosi a Firenze nel settembre del 1891, che pone a tema la questione nella sessione dedicata al diritto civile[18], giunge, con orientamento pressoché unanime, a proporre l’ abolizione del divieto assoluto di indagini, affermando l’opposto principio per cui «la ricerca della paternità deve essere ammessa», oltre che nei casi di ratto e stupro, anche qualora «la paternità risulti indirettamente da sentenza civile o penale passata in cosa giudicata, o dipenda da matrimonio dichiarato nullo … ovvero risulti da esplicita dichiarazione per iscritto del padre»[19], o ancora nel caso di seduzione della donna, di convivenza more uxorio, o, infine, «se i figli abbiano ricevuto dal padre in modo non equivoco un trattamento paterno»[20].

La ferma volontà di recuperare la tradizione della giurisprudenza di diritto comune pare qui evidentissima.

A convincere i civilisti italiani della necessità di una modifica dell’art. 189 sono anche i problemi pratici non indifferenti della lunga e talora complessa transizione dal diritto della Restaurazione a quello unitario.

In specie il passaggio al Regno d’Italia dei territori prima sotto il dominio austriaco rende necessario un intervento del legislatore, che regola espressamente il caso delle indagini sulla paternità con l’art. 7 del regio decreto 30 novembre 1865 n. 2606 per la Lombardia e con l’analogo art. 6 delle disposizioni transitorie 25 giugno 1871 per il Veneto, dichiarando non applicabili i divieti degli articoli 189, 190 e 193 del codice Pisanelli ai nati o concepiti in queste regioni prima della sua entrata in vigore[21].

Per questi cittadini continua dunque a valere quanto previsto dalla codificazione civile asburgica, vigente nel Lombardo Veneto dal 1816, ed in specie il disposto dei §§. 163 e seguenti dell’A.B.G.B. che ammettono con una certa larghezza l’azione giudiziale per l’accertamento della paternità.

Dal momento però che la disciplina austriaca è assai diversa dall’unitaria anche quanto agli effetti giuridici della paternità naturale, sia essa frutto di uno spontaneo riconoscimento o di una pronunzia giudiziaria, l’applicazione delle norme transitorie non risulta affatto lineare, dando luogo ad una notevole casistica e a orientamenti giurisprudenziali piuttosto variegati, sui quali la dottrina si trova a dibattere apertamente e talora persino aspramente.

Le corti di merito lombarde sono chiamate ad affrontare la questione già dagli anni Sessanta, seguite poi dalle venete, senza che neppure l’intervento di alcune pronunce della Cassazione di Firenze e di Torino basti a risolvere ogni dubbio.

La norma fondamentale cui rifarsi resta dunque in particolare il §. 163 del codice austriaco, a termini del quale

«quegli che nel modo prescritto dal Regolamento del processo civile è convinto di aver avuto commercio colla madre della prole nello spazio di tempo, a contare dal quale infino al parto non siano trascorsi né meno di sei mesi, né più di dieci mesi, come pure quegli che ciò confessa anche stragiudicialmente soltanto, si presume aver generata la prole».

Come osservano i più illustri commentatori dell’A. B. G. B., è chiara in questa norma la scelta di offrire ai figli la massima tutela, aprendo alla prova della paternità non solo con tutti i mezzi che il processo civile austriaco prevede in genere, ma aggiungendovi pure la semplice confessione stragiudiziale, a chiunque fatta, mentre di regola, secondo il disposto del §. 166 del Regolamento del processo civile, tale confessione assume valore probatorio solo se rivolta a chi ha interesse a conoscere la verità[22].

Inoltre, proprio alla luce della ratio attribuita al testo legislativo, la giurisprudenza della prima metà dell’Ottocento aveva ritenuto equivalenti la confessione di essere padre di un figlio illegittimo a quella «di aver avuto commercio colla madre», considerando valida prova persino quella resa da un minorenne[23].

Ad equilibrare l’evidente favore verso il figlio, vi è però innanzi tutto, nel diritto civile austriaco, la possibilità offerta al convenuto di fornire sempre la prova contraria[24], cui si deve aggiungere la prescrizione del §. 165, che esclude tutti i figli illegittimi dal godimento dei diritti di famiglia, precludendo loro anche l’uso del cognome paterno[25].

A costoro è piuttosto concesso di esigere dai genitori, oltre agli alimenti, «educazione e collocamento in proporzione delle loro sostanze»[26].

L’evidente disarmonia tra la legislazione austriaca e quella italiana del 1865, come si accennava, è causa di un significativo contenzioso.

La più rilevante questione postasi a dottrina e giurisprudenza è proprio se la dichiarazione giudiziale di paternità, conseguente una causa intentata dopo il 1865 o dopo il 1871 in virtù della disposizione transitoria, «dovesse o no equipararsi ad un riconoscimento legale che avvenisse sotto la legge nuova»[27].

In un primo momento pare che Foro ed Accademia si possano trovare concordi nel limitare gli effetti della norma, valutando che l’intento del Legislatore sia semplicemente quello di preservare i diritti acquisiti e sentenziando pertanto, come fa la Corte d’Appello milanese, che

«la dichiarazione di figliazione naturale emanata giudizialmente in procedimento iniziato in Lombardia in forza dell’art. 7 delle disposizioni transitorie pell’applicazione del codice civile, non conferisce al figlio naturale se non i vantaggi attribuitigli dalla cessata legislazione austriaca, e non già anche quelli ben maggiori accordati dalla legislazione italiana nel caso di figliazione naturale riconosciuta o dichiarata per sentenza»[28].

A partire dagli anni Settanta, tuttavia, alcune pronunce di corti lombarde gettano un certo scompiglio.

È per prima la stessa Corte d’Appello milanese a discostarsi dalle sue precedenti decisioni per ammettere il figlio naturale – pur dichiarato tale in virtù dell’art. 7 delle disposizioni transitorie – a portare il cognome paterno[29] ed a far annotare la nascita nei registri dello stato civile[30], secondo quanto previsto dal nuovo codice, ma escluso dal diritto austriaco.

Si apre dunque la via ad una lettura di larghissimo favore per i figli, in forza della quale l’art. 7 non avrebbe soltanto mantenuta viva la legge anteriore quanto al diritto all’indagine sulla paternità, ma avrebbe altresì esteso gli effetti della conseguente dichiarazione, equiparandola ad un formale riconoscimento ai sensi dell’art. 192 c.c. 1865 e dunque offrendo al figlio dichiarato diritti personali, familiari ed anche successori, dal momento che il codice Pisanelli gli attribuisce sia una quota nella successione legittima, sia una riserva nella testamentaria[31], ed alla luce dell’assunto per cui «la successione va regolata secondo la legge vigente al tempo del decesso»[32].

Proprio quest’ultimo punto risulta il più controverso e delicato. Se infatti, per le questioni di stato, le posizioni dottrinali sembrano infine convergere sull’applicabilità della sola legge anteriore, escludendo quindi i nati nel Lombardo-Veneto dall’acquisto dei legami di parentela, dei titoli nobiliari e del cognome paterno, la questione dei diritti successori è assai più delicata e investe i principi generali del sistema giuridico, dividendo perciò gli orientamenti non solo dei magistrati ma anche dei giuristi d’Accademia.

È in tale contesto di incertezza che si svolge, ad esempio, una complicatissima controversia successoria avviatasi nel marzo 1871 presso il Tribunale di Castiglione delle Stiviere, nel mantovano, e protrattasi per diversi anni con appelli, controappelli e svariati ricorsi in Cassazione, destando l’interesse anche dei periodici giuridici e della dottrina.

A contendersi l’eredità del defunto Carlo Pastore sono da una parte il fratello, e dall’altra la compagna con i due figli. Questi ultimi erano stati riconosciuti formalmente dalla donna, e sulla loro paternità lo stesso de cuius si era espressamente pronunciato in numerose lettere e soprattutto in una dichiarazione di ultime volontà regolarmente registrata presso un notaio, alla quale sia il tribunale, sia la Corte d’Appello di Milano, ove la donna ed i figli risiedevano, avevano dato rilievo ai termini dell’art. 7 disp. trans.

Ai due minori, Camillo e Beatrice, il tribunale di Castiglione, competente quanto alla causa di successione, riconosce dunque, infine, nell’aprile 1874, una quota pari ad un quarto dell’eredità paterna, con ampia motivazione che richiama anche i principi fondamentali dell’ordinamento giuridico e del diritto delle successioni[33].

La decisione, che pare censurabile e addirittura ‘esorbitante’ ad alcuni giuristi[34], non rimane peraltro del tutto isolata e trova anzi riscontro in altre, come quella pronunciata pochi mesi dopo, nel settembre 1874, dalla Corte d’Appello di Venezia, che segue esattamente i medesimi principi.

Vi si dice, cioè, che

«le disposizioni transitorie intesero nella loro economia di conservare senza perturbamento quanto più era possibile rispettata la condizione di diritto, creata ed acquisita dalla legge che cessava e ad assimilare l’effetto in quella che vi si sostituiva»

e, dichiarando di voler rigorosamente osservare il puro compito applicativo della legge riservato al giudice, si conclude poi che

«non può del pari esser dubbio altrettanto che anche ai figli nati e concepiti prima della unificazione sia aperto l’adito alla successione del padre secondo i casi contemplati dal nuovo codice, quando la successione stessa siasi aperta sotto il suo imperio»[35].

Contemporaneamente, i giudici di seconda istanza bresciani giungono, sia pure indirettamente, ad ammettere il riconoscimento persino dei figli adulterini, purché nati sotto la vigenza dell’A.B. G. B., attribuendo loro anche la facoltà di succedere, se indicati in un testamento[36].

L’orientamento che si va consolidando viene però contraddetto dai giudici di legittimità: la Suprema Corte fiorentina, infatti, cassa la decisione bresciana ribaltandone totalmente il ragionamento ed asserendo piuttosto che l’unico scopo dell’art. 6 disp. trans. 1871 è quello di far sì che

«l’articolo 189 non retroagisse a danno dei nati sotto l’impero di legge diversa, e questo scopo sarebbe violato se si ammettessero a provare la loro qualità cogli antichi metodi, per far loro godere il più pingue benefizio della successione ammessa dal nuovo codice».

In tal modo, infatti, costoro avrebbero «una posizione nuova, eccezionale, e tutt’affatto privilegiata, la quale non trova fondamento, né nella legge antica, né nella nuova»[37].

Già un anno prima, nel luglio 1874, si era espressa nello stesso senso anche la Corte di Cassazione di Torino, con una pronuncia nitida, sia pure movente da presupposti piuttosto diversi, alla quale viene dato ampio rilievo negli ambienti forensi e nella dottrina[38].

L’argomento interpretativo più forte, a detta dei civilisti, cui i supremi giudici torinesi fanno ricorso per comprendere il senso delle disposizioni transitorie, è contenuto nelle stesse dichiarazioni che il Ministro proponente formula nella sua relazione al re, ove si legge

«essere conforme a ragione che la prova di un fatto da cui derivano diritti ed obbligazioni, sia retta dalla legge, sotto il cui impero ebbe luogo, dimostrando con ciò apertamente che dove si era parlato di legge anteriore, si era inteso accennare alla legislazione vigente al momento della nascita»[39],

legge che andava dunque applicata interamente e non soltanto negli aspetti più favorevoli.

La ricerca dell’intenzione del Legislatore attraverso i lavori preparatori pare, anche ad una significativa parte della dottrina, la via maestra per evitare quei fraintendimenti che una troppo letterale lettura degli articoli poteva causare anche in chi, come i magistrati ex lombardo-veneti, invocava uno scrupoloso rispetto del dettato normativo[40].

In verità, come subito vedremo, neppure questo modo di procedere sembra consentire di risolvere ogni dubbio.

A chiarire obiettivi e limiti delle norme in esame soccorrerebbero, dunque, secondo una certa lettura, i verbali delle commissioni preposte alla redazione e correzione del progetto di codice e in specie quelli della Commissione di coordinamento.

Il consesso di insigni giuristi e politici aveva affrontato i temi della famiglia in specie nell’autunno del 1865. Nella seduta del 5 ottobre, i commissari avevano discusso un emendamento, proposto da Pasquale Stanislao Mancini, secondo il quale «l’acquisto, la perdita e il riacquisto d’uno stato civile o di famiglia sono regolati dalla legge sotto il cui impero abbiano avuto luogo i fatti che ne sono la causa». La formulazione era stata respinta non perché si dissentisse nel merito, ma, al contrario, perché semplicemente superflua in quanto, si era detto, «enuncia un teorema che non ha bisogno di enunciazione»[41].

In base a tale principio quindi, si fa osservare, è evidente che, se la dichiarazione di filiazione naturale, secondo la legge vigente all’atto della nascita o del concepimento, non attribuiva al figlio i diritti di famiglia, né, conseguentemente, quelli successori, «tali diritti non possono acquistarsi per effetto di una legge posteriore»[42] .

Questa giurisprudenza della Suprema Corte torinese si mantiene costante negli anni successivi[43], confermando tuttavia l’incertezza ancora diffusa sul punto tra i giudici di merito[44] e non solo[45].

Intervenendo a cassare alcune decisioni, con cui la Corte d’Appello di Milano persisteva nel concedere ampi diritti ai figli naturali, tra la fine del 1879 e gli inizi del 1880, i magistrati piemontesi ritengono necessario anche entrare nel merito di un raffronto puntuale tra il regime della filiazione naturale previsto dalla legge austriaca e la disciplina italiana unitaria per rilevare «la grande differenza di principi e d’intenti a cui s’informano le due legislazioni».

L’una, osservano infatti, concede a tutti gli illegittimi di ricercare «gli autori dei loro giorni», ma lo fa chiaramente «all’unico determinato scopo di avere da essi gli alimenti, l’educazione, il collocamento», mentre l’altra considera «pericolose per la quasi impossibilità della prova» simili ricerche e le scoraggia ma, se l’accertamento avviene, «mette i figli dichiarati in egual linea coi figli riconosciuti», definendone i diritti «in modo da conciliare i sentimenti di umanità e di progresso civile coi debiti riguardi al decoro ed all’interesse della famiglia legittima».

Tali diritti quindi ricomprendono «oltre il diritto agli alimenti, la tutela conferita al padre, il diritto di portare il di lui nome di famiglia», cui va aggiunta «la larga parte fatta al figlio naturale riconosciuto o dichiarato nella successione legittima, e la quota di riserva nella testamentaria»[46].

Ora, concludono perciò, «in tanta disparità di caratteri intrinseci e di conseguenze giuridiche delle due dichiarazioni, attribuire all’una gli effetti dell’altra è andar contro manifestamente la volontà di ambedue i legislatori»[47].

Solo conservando al giudizio sulla paternità ex art. 6 e 7 il semplice carattere di azione alimentare, fanno eco anche alcuni illustri civilisti, si può ritenere in qualche modo giustificata la «grande indulgenza della legge transitoria»[48].

La soluzione tuttavia, quando si tratti di eredità, non è semplice, dato che, a giudizio di molti, questo settore del diritto è presidiato da inderogabili principi suoi propri, primo fra tutti quello per cui le successioni vadano regolate dalla legge vigente al momento della morte del de cuius. Lo afferma con forza Carlo Francesco Gabba, schierandosi con chi, come la Cassazione di Roma ha così disposto anche per il caso dei nati prima dell’unità italiana[49].

In base a tale canone fondamentale di «gius transitorio successionale», pertanto, secondo il civilista pavese è «fuor di dubbio» che il figlio dichiarato

«vigendo una legge anteriore, abbia lo stesso diritto di succedere che la legge italiana attribuisce alla prole riconosciuta, ove la successione dei genitori, del padre in ispecie, si apra vigendo questa legge»[50]

La soluzione vale dunque anche per chi si sia giovato della norma transitoria; è vero, infatti, osserva Gabba, che, richiamando in vigore «le disposizioni delle leggi anteriori» non fu precisato se tale rimando fosse «ad ogni specie di leggi» o solamente a quelle «concernenti consimili argomenti di quelli contemplati» nelle norme disapplicate, ma è altrettanto vero che «l’art. 3 della patente 6 dicembre 1837 per l’attuazione del cod. civ. albertino, da cui fu tolta letteralmente la disposizione in discorso» aggiungeva alle parole «disposizioni delle leggi anteriori» la precisazione «a tal riguardo» e che, secondo il civilista «se la clausola medesima non trovasi ripetuta nella legge transitoria italiana, gli è unicamente perchè il legislatore nostro la credette superflua a far comprendere cosa di per sè chiara»[51].

Pur autorevolmente difesa, la linea interpretativa di favore non prevale, nè in dottrina nè in giurisprudenza. Dagli anni Ottanta, infatti, si susseguirono piuttosto pronunce di segno contrario sia delle corti di merito sia delle Cassazioni così come gli interventi di illustri giuristi[52].

I figli naturali nati nel Lombardo Veneto devono ormai accontentarsi dei semplici alimenti e non possono più ragionevolmente sperare in una cospicua frazione ereditaria.

Nota bibliografica

-G. Cazzetta, Praesumitur seducta. Onestà e consenso femminile nella cultura moderna, Milano, Giuffrè, 1999
-M. Cavina, Il padre spodestato. L’autorità paterna dall’antichità a oggi, Roma, Laterza, 2007
-P. Montani, Madri nubili e tribunali. Legislazione e sentenze in età liberale, in «Italia contemporanea» 200 (1995), pp. 455-468
-G. Conti Odorisio, Il divieto di ricerca della paternità nello Stato liberale, in Paternità e maternità nella famiglia in transizione, a cura di M. Ferrari
-Occhionero, Milano, UNICOPLI, 1997, pp. 127-152 e in Ead., Ragione e tradizione. La questione femminile nel pensiero politico, Roma, Aracne, 2005, pp. 175-200
-Donne tra Otto e Novecento. Progetti culturali, emancipazione e partecipazione politica, Macerata, EUM, 2007

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[1] Recita l’art. 189 del codice civile 1865: «le indagini sulla paternità non sono ammesse, fuorché nei casi di ratto o di stupro violento, quando il tempo di essi risponda a quello del concepimento» riprendendo alla lettera l’art. 340 del Code Napoléon.

[2] Cfr. Relazione sul Progetto del primo libro del Codice Civile presentato in iniziativa al Senato dal Ministro Guardasigilli (Pisanelli) nella tornata del 15 novembre 1862, in S. Gianzana (ed.), Codice civile preceduto dalle Relazioni Ministeriale e Senatoriale, dalle Discussioni Parlamentari e dai Verbali della Commissione coordinatrice, I, Relazioni, Torino 1887, p. 28.

[3] Relazione della Commissione del Senato sul Progetto del Codice Civile presentato dal Ministro Guardasigilli (Pisanelli) nelle tornate del 15 luglio e 26 novembre 1863, in Gianzana (ed.), Codice civile, I, Relazioni [nt. 1], p. 210.

[4] Il tema è già stato studiato, specialmente dalla storiografia sociale e sulla donna, oltre che da quella giuridica: per una essenziale bibliografia si rinvia all’apposita Nota in appendice. Nei limiti assegnati al saggio, si possono citare qui a titolo di esempio alcuni studi tra i più recenti quali quelli di B. Montesi, Questo figlio a chi lo do?: minori, famiglie, istituzioni (1865-1914), Milano 2007, specie pp. 97 – 103 e G. Galeotti, In cerca del padre. Storia dell’identità paterna in età contemporanea, Roma-Bari 2009, specie pp. 57-87, ove il tema del divieto di ricerca della paternità è affrontato quale logica conseguenza del principio secondo cui «padre è solo colui che decida di esserlo». Significativamente, il capitolo è dall’autrice quindi intitolato «La paternità come punizione».

[5] G. Leoni, voce Filiazione, in Digesto Italiano, 11.2, Torino 1892-1898, pp. 207-301 (253). Un’ampia rassegna delle soluzioni legislative adottate in Europa, America e non solo si ritrova anche nell’ampia disamina di C. F. Gabba, La dichiarazione della paternità illegittima e l’articolo 189 del Codice civile italiano, in «Annuario delle scienze giuridiche, sociali e politiche» 1881, pp. 178-240, specie alle pp. 190 ss., così come nello studio di V. Mori, Appunti su l’azione di paternità naturale nel diritto antico e moderno, in «Il Filangieri» (1890), pp. 569-584, 594-631, 622-708, ove alle pp. 576 e ss. viene proposta una classificazione delle legislazioni moderne sulla base della distinzione sopra indicata tra paesi che ammettono o non ammettono la ricerca, mostrando la larga prevalenza dei primi.

[6] Verbali della Commissione di coordinamento, verbale n. 12 – Seduta del 27 aprile 1865, in S. Gianzana (ed.), Codice civile [nt. 1], III, Verbali, Torino 1887, pp. 93-94.

[7] Codice civile del regno d’Italia, Torino 1866, pp. XIII ss. Il testo della relazione è riedito anche in A. Aquarone, L’unificazione legislativa e i codici del 1865, Milano 1960, pp. 370-371.

[8] La costante giurisprudenza delle Rote toscane ammetteva all’azione di accertamento della paternità nei due casi della cosiddetta «custodia del ventre» (che si reputava esistente in specie in presenza di coabitazione more uxorio, di «civile condizione» della donna e sua condotta onesta, o ancora di «gelosa sorveglianza» da parte dell’uomo) e della coscienza ed opinione apertamente manifestata dal supposto padre, vale a dire quando costui mostrava apertamente di considerarsi padre non solo con parole ma anche con «fatti esprimenti il sentimento dei doveri e degli affetti paterni in modo da avere determinato una corrispondente opinione nei vicini e nei conoscenti». E. Bianchi, Le indagini sulla paternità naturale, in «Archivio giuridico», 24 (1880), pp. 162-183, le citazioni a pp. 173-174.

[9] Bianchi, Le indagini [nt. 8], p. 178. Nella stessa annata del periodico pisano pubblica un saggio in materia anche Torquato Cuturi, auspicando, egli pure, una riforma del codice (T. Cuturi, Studi sulla dichiarazione giudiziale della paternità dei figli naturali, in «Archivio giuridico» 24 (1880), pp. 385-426) e sul punto Cuturi torna di lì a poco, recensendo uno studio monografico francese (T. Cuturi, Di una recente pubblicazione degli avv. Paul Coulet ed Albert Vaunois (Étude sur la recherche de la paternité, avec une preface de Renault, Paris, Marescq ainé), 1880, in «Archivio giuridico» 26 (1882), pp.186-196. Lo stesso autore riprende il tema anche in un ulteriore scritto monografico (vedi infra, nt. 44).

[10] Mori, Appunti su l’azione di paternità naturale in «Il Filangieri» (1890), [nt. 5]: si vedano specialmente le conclusioni tratte alle pp. 620 ss.

[11] Sul primo, ad esempio, scrive V. Tuzzolino, Dei diritti della prole illegittima e delle indagini sulla paternità, in «Il Circolo giuridico» 1881; sulla seconda, tra gli altri, B. Brugi, La riforma della nostra legislazione civile, in «Antologia giuridica» 3, fasc. 3-4 (feb-mar 1889), pp. 295-296; I. Santangelo Spoto, I nati fuori matrimonio e la proibizione di ricerca della paternità, in «Antologia giuridica» 3, fasc. 9-12 (ago-nov 1889), pp. 186-211; nonché G. Leonardi-Mercurio, La seduzione e l’art. 189 del cod. civ. ital., in «Antologia giuridica» 4, fasc. 8-12 (dic. 1890- apr 1891), pp. 690-727. Non mancano peraltro interventi di segno contrario come quello di P. Delogu,Codice privato e codice sociale, in «Antologia giuridica» 5, fasc. 1 (maggio 1891), pp. 5-28 (cfr. G. Speciale, Antologia Giuridica. Laboratori e rifondazioni di fine Ottocento, Milano 2001, pp. 61 ss.: allo stesso studio si rinvia per una valutazione complessiva della linea editoriale del periodico catanese, nonché del parallelo «Circolo Giuridico» palermitano).

[12] Si vedano F. Ferrucci, Nota a Cassazione di Torino, sentenza 16 dicembre 1879, in «Foro italiano» 1880, I, p. 298; Id., Intorno alle indagini sulla paternità promosse da uno straniero davanti i tribunali italiani, in «Foro italiano» 1882, I, p. 31; P. Casini, Dell’indizio nascente dalla rassomiglianza fra il supposto padre ed il supposto figlio nelle indagini sulla paternità, in «Foro italiano» 1887, I, p. 296; F. S. Gargiulo, Azione e prova della paternità naturale nei casi di sequestro di persona, ratto o stupro violento, in «Foro italiano» 1887, I, p. 693.

[13] Di particolare rilievo il saggio di E. Precerutti, Si debbono ammettere le indagini sulla paternità?, in «La legge» 5 (1865), I, pp. 567 ss.

[14] A puro titolo esemplificativo si possono citare l’intervento di Domenico Giuriati sulla «Temi veneta» (D. Giuriati, Il divieto delle indagini sulla paternità, in «Temi veneta» 1881, p. 1641); o ancora i due di Pasquale Nasca sul periodico napoletano «Diritto e giurisprudenza in materia civile, penale, commerciale ed amministrativa» (P. Nasca, Dell’abrogazione dell’art. 189 contenente il divieto delle indagini sulla paternità, in «Diritto e giurisprudenza» 6 (1890), p. 205 e Id., Se e quali riforme sieno da introdursi nel codice civ. relativamente alla ricerca della paternità ed alla condizione giuridica dei figli illegittimi, in «Diritto e giurisprudenza» 7 (1891), p. 158, che risponde, similmente a quanto fanno molti altri giuristi di primo e secondo piano, al quesito formulato per il III Congresso giuridico nazionale su cui vedi subito infra). Molti altri saggi sono elencati nella sua vastissima bibliografia da Leoni, voce Filiazione, [nt. 3], pp. 208-211, al quale per brevità si rimanda.

[15] Gabba, La dichiarazione della paternità illegittima [nt.5], specie pp. 222 ss.

[16] I suoi orientamenti sulle scottanti questioni del diritto di famiglia sono espressi in alcuni saggi redatti a metà degli anni Ottanta, in seguito raccolti in un volume intitolato, non casualmente, Due riforme urgenti: il divorzio e la ricerca della paternità naturale, Torino, 1902, pubblicato, postumo (l’autore si era spento già nel 1887) in occasione di un rinnovato accendersi del dibattito sui due temi.

[17] Favorevole alla riforma è ad esempio, in un citatissimo scritto, Tommaso Traina, Il riconoscimento e la legittimazione dei figli naturali secondo il diritto civile, Torino 1883; così pure C. Cavagnari, Nuovi orizzonti del diritto civile in rapporto colle istituzioni pupillari. Saggio di critica e riforma legislativa, Milano 1891, pp. 21 ss. e U. Sorani, Della ricerca della paternità, Firenze 1892; su posizioni contrarie invece E. Masè Dari, Un’accusa infondata al divieto della indagine sulla paternità, Torino 1891. Per altri esempi vedi sempre Leoni, voce Filiazione, [nt. 3], pp. 208-211.

[18] Il Congresso, organizzato su quattro filoni (diritto e procedura civile, e due ‘tesi’ di procedura penale) si svolge per la durata di una settimana. La prima tesi di diritto civile è «se e quali riforme sieno da introdursi nel Codice Civile relativamente alla ricerca della paternità, e alla condizione dei figli illegittimi» (Atti del III Congresso Giuridico Nazionale tenutosi in Firenze l’anno 1891 pubblicati per incarico della Commissione esecutiva dall’Avv. Camillo de Benedetti, direttore della “Cassazione Unica”, Torino 1897, pp. 13, 23-24, 32-51, 210-236).

[19] Per questi tre casi vi era già una certa attenzione da parte del legislatore italiano dal momento che, secondo il disposto dell’art. 193 c.c., in tali circostanze al figlio naturale era sempre concessa l’azione per ottenere gli alimenti, persino nell’ipotesi che il riconoscimento fosse vietato ed escluse del pari le indagini sulla maternità.

[20] Ibidem, pp. 221-222.

[21] La scelta è del resto perfettamente in linea con quanto stabilito anche in occasione dei precedenti passaggi normativi, prima e durante l’unificazione: così ad esempio al momento della promulgazione del Codice albertino, l’art. 3 delle regie patenti 6 dicembre 1837, o ancora all’atto dell’estensione alle Romagne dello stesso codice civile piemontese il 26 novembre 1860 e così via. Curiosamente, contrario a questa soluzione legislativa si era dichiarato Amilcare Della Carlina dalle pagine del milanese «Monitore dei Tribunali» intervenendo nell’ultima fase dei lavori preparatori del codice civile unitario: a suo parere le motivazioni forti addotte dal Ministro a giustificare il divieto di indagini suggerivano di rendere la nuova legge applicabile «anche ai figli generati sotto l’impero della legge antica, che non portava simile divieto» ([A. Della Carlina], Diritto transitorio, I. Questione intorno all’indagine della paternità naturale, in «Monitore dei Tribunali» 1865, pp. 362-365).

[22] Cfr. sul punto, ad esempio, le nitide osservazioni di J. Mattei, I paragrafi del codice civile austriaco avvicinati dalle leggi romane, francesi e sarde, Venezia 1852, p. 502 con la bibliografia ulteriore ivi richiamata. Parole di elogio per l’A.B.G.B. sono espresse anche da Cavagnari, Nuovi orizzonti [nt.17], pp. 32 ss.

[23] Mattei riferisce in specie di alcune pronunce degli anni ’40 (Mattei, I paragrafi [nt.22], p. 502).

[24] Lo ribadisce chiaramente la dottrina, precisando che la presunzione prevista dal § 163 deve considerarsi semplice (ibidem).

[25] §. 165 dell’A.B.G.B.: «i figli illegittimi non godono generalmente dei diritti di famiglia e di consanguinità; essi non possono pretendere al nome di famiglia del padre, né alla nobiltà, né alle armi gentilizie, né ad altre prerogative dei genitori, ma assumono soltanto il nome di famiglia della madre».

[26] Così il § 166 che si concludeva precisando che gli illegittimi non sono «propriamente soggetti alla patria potestà di chi li ha generati, ma sono assistiti e rappresentati da un tutore».

[27] La questione è ampiamente esposta, con avallo di ampia bibliografia, da Leoni, voce Filiazione [nt. 3], pp. 263-275.

[28] Corte d’Appello di Milano, sentenza del 14 novembre 1867, confermativa di quella di primo grado pronunciata il 7 gennaio dello stesso anno. La massima si legge in «Monitore dei Tribunali» 1869, p. 195. Sulla stessa linea si pone, contemporaneamente, anche la Corte d’Appello di Brescia, con sentenza 6 febbraio 1869, pure edita in «Monitore dei Tribunali» 1869, pp. 195-196. Le due pronunce sono seguite peraltro da una lunga nota di redazione che apertamente contesta tale interpretazione e sposa l’orientamento più favorevole al figlio, riprovato da gran parte della civilistica ma in seguito accolto dagli stessi tribunali lombardi (si vedano in specie le argomentazioni esposte alle pp. 197 ss.).

[29] Così una sentenza del 1873 (in «Monitore Giudiziario» 2 (1873), p. 272

[30] La Sentenza della Corte d’Appello di Milano 6 agosto 1872 dichiara Camillo e Beatrice, figli di Angela Beretta, essere altresì figli naturali di Carlo Pastore. Essa è richiamata da Leoni, voce Filiazione [nt. 3], p. 263, e più volte citata nella pronuncia del tribunale di Castiglione delle Stiviere intervenuta nella medesima causa, di cui subito infra.

[31] Le successioni dei figli naturali sono disciplinate dal codice nel titolo II del terzo libro, rispettivamente al capo I, sez. IV (artt. 743-752) e Capo II, sez. IV, §. II (artt. 815-820). Vi si dispone in particolare che nella successione legittima i figli naturali riconosciuti o dichiarati (art. 743) concorrano per la metà della quota che avrebbero avuto se legittimi (art. 744), ottengano una porzione ancora maggiore in assenza di figli legittimi (art. 745) e prevalgano addirittura sui collaterali (art. 747). Le medesime proporzioni valgono anche nel caso di successione per testamento (artt. 815-816).

[32] Ne riferisce polemicamente Leoni, voce Filiazione [nt. 3], pp. 263 ss., ma alla tesi aderisce espressamente Carlo Francesco Gabba, sui cui vedi infra, nt. 50 ss. e testo relativo.

[33] La lunghissima sentenza emessa il 14 aprile 1874 dal Tribunale di Castiglione delle Stiviere è interamente pubblicata dal «Monitore dei Tribunali» 1874, pp. 969-977.

[34] La critica ad esempio M. A. Salom, Sui diritti dei figli illegittimi nati e concepiti sotto l’impero del codice austriaco in relazione colle disposizioni transitorie per l’attuazione del codice civile italiano, in «Archivio Giuridico» 16 (1875), pp. 586-597 e vi si oppone con forza Leoni, voce Filiazione [nt. 3], p. 263.

[35] Le motivazioni sono così enunciate: «perché è canone di diritto, che il modo e la capacità di succedere si misurano secondo la legge, che è in vigore all’epoca della morte di chi abbandona la sostanza della cui successione si tratta; perché sono a ritenersi come figli riconosciuti anche i primi, e perché in diversa ipotesi nella successione legittima dovrebbesi seguire la legge precedente anche per riguardo ad ogni altro successibile che si trovasse adesso in condizione diversa dalla anteriore, locchè è assurdo». Corte d’Appello di Venezia, sentenza 22 settembre 1874, in «Monitore Giudiziario» 3 (1874), pp. 647-649.

[36] La decisione della Corte d’Appello di Brescia, che ribadisce l’idea di un fortissimo favor verso il figlio come criterio ispiratore della legge transitoria, è edita con ampi stralci dal «Monitore dei Tribunali» 1873, pp. 149-150, ove la si indica come emessa nel dicembre 1872. Il suo contenuto è poi riassunto anche sul veneziano «Monitore Giudiziario» 2 (1873), con la data del 6 agosto 1873, ed è con questa data che la cita pure Leoni, voce Filiazione [nt. 3], p. 263.

[37] Corte di Cassazione di Firenze, sent. 17 giugno 1875, in «Monitore Giudiziario» 4 (1875), pp. 507-508. Una nota di commento in senso favorevole era stata pubblicata dal periodico veneziano in un fascicolo di pochi giorni precedente (cfr. c 4 (1875), p. 361).

[38] Corte di Cassazione di Torino, sentenza 16 luglio 1874. La trascrivono sia il «Monitore dei Tribunali» (1874), pp. 920-922, (che la riporta per intero definendola «una delle meglio elaborate che siansi pubblicate nell’anno corrente»), sia gli «Annali della giurisprudenza italiana» 8 (1874), I, p. 430, con una sintesi delle motivazioni in diritto. Vi si richiama con ampio plauso anche Leoni, voce Filiazione [nt. 3], p. 264.

[39] La sentenza riporta in corsivo le parole del Ministro (Corte di Cassazione di Torino, sentenza 16 luglio 1874, in «Monitore dei Tribunali» (1874), p. 921).

[40] Proprio la Corte d’Appello di Venezia, infatti, aveva dichiarato, in evidente buona fede, di voler rispettare i dettami di una legge le cui soluzioni potevano pur sembrare opinabili. Scrivevano infatti i magistrati veneziani: «potrà benissimo farsi o meno questione della bontà intrinseca del provvedimento, di che trattasi, ma ciò è intieramente fuori della competenza del giudice, cui ufficio è applicare unicamente la legge, non sindacarla. E se per essa non si può dubitare, che pel sopradetto si volle costituire una eccezione di favore e non di danno pei nati e concepiti prima della attivazione della nuova, è mestieri conchiudere che anch’essi, accertato il loro rapporto abbiano un carattere equipollente al riconoscimento ed alla dichiarazione». Corte d’Appello di Venezia, sentenza 22 settembre 1874, in «Monitore Giudiziario» 3 (1874), p. 648.

[41] Verbali della Commissione di coordinamento, verbale n. 67 – Seduta del 5 ottobre 1865, in Gianzana (ed.), Codice civile [nt. 1], III, Verbali [nt. 6], pp. 615-616.

[42] Leoni, voce Filiazione [nt. 3], p. 263.

[43] Ad esempio in Cassazione di Torino, sentenza 16 dicembre 1879 (edita sia nel «Foro italiano» 1880, I, p. 298, sia su «Il Filangieri» 1880, I. pp. 78-80) e in Cassazione di Torino, sentenza 5 febbraio 1880, in «Annali» 14 (1880), I, 1, pp. 277-280.

[44] Agli orientamenti torinesi non si attiene, ad esempio, neppure la Corte d’Appello di Parma, cui viene sottoposta proprio la lite oggetto della pronuncia del 16 dicembre 1879 (vedi nota precedente). Cfr. Corte d’Appello di Parma, sentenza 30 aprile 1880, in «Annali» 14 (1880), III, p. 185. Un ulteriore aspetto del problema, quello cioè relativo ai mezzi di prova, vede ancora la Corte d’Appello veneziana orientata ad applicare al riguardo la legge del tempo in cui si iniziò il procedimento e non quella del fatto originario (Corte d’Appello di Venezia, sentenza del 15 ottobre 1874, in «Annali » 8 (1874), II, pp. 319), con reazioni assai negative della dottrina (cfr. ad esempio F. Ricci, Corso teorico-pratico di diritto civile, I, Della pubblicazione ed interpretazione delle leggi e delle persone, Torino 1886, p. 206; Traina, Il riconoscimento [nt. 17], pp. 78-79; T. Cuturi, Studi sulla dichiarazione della paternità dei figli naturali, con particolare riferimento al diritto civile francese ed al diritto civile italiano, Perugia 1892, p. 102.

[45] Un orientamento diverso esprime ad esempio la Cassazione di Roma nella sua sentenza 5 gennaio 1878, edita in «Annali» 12 (1880), I, 1, pp. 122-123, cui dà il suo plauso Carlo Francesco Gabba (vedi infra, nt. 49 e testo relativo).

[46] La prima pronuncia, datata 16 dicembre 1879, pubblicata in «Foro italiano» 1880, I, p. 298 e in «Il Filangieri» 1880, I. pp. 78-80, è quasi interamente trascritta da Leoni, voce Filiazione [nt. 3], pp. 265-267, quale modello di corretta motivazione; simili le citazioni qui riprese da Cassazione di Torino, sentenza 5 febbraio 1880, in «Annali» 14 (1880), I, 1, p. 279.

[47] «dell’austriaco, il quale accordando l’azione per gli alimenti, fu lontanissimo dal concedere i maggiori diritti che il Codice italiano riserva ai figli legalmente riconosciuti o dichiarati: diritti che anzi espressamente diniegò; dell’italiano, che nemmeno ammette la possibilità di una dichiarazione giudiziale fuori dei casi di ratto o stupro violento». Ibidem.

[48] Così Cuturi, Studi sulla dichiarazione della paternità [nt. 44], p. 106, seguito in appoggio da Leoni, voce Filiazione [nt. 3], p. 264. Altrettanto esplicita la posizione di Salom, Sui diritti dei figli illegittimi [nt. 34] e di Carlo Francesco Gabba

[49] Aprendo il suo saggio espressamente dedicato al tema, il Gabba dichiara apertamente di preferire la soluzione accolta dalla Cassazione di Roma nella sua sentenza del 5 gennaio 1878 (vedi supra, nt. 45), per la quale «i diritti successori della prole semplicemente naturale, dichiarata tale in virtù delle legge civile transitoria italiana, debbano essere regolati … secondo la legge italiana» (C. F. Gabba, La successione ereditaria del figlio adulterino o incestuoso ai genitori suoi nel giure transitorio, in Id., Questioni di diritto civile, II, Diritto ereditario e Diritto delle obbligazioni, Milano-Torino – Roma 1911, pp. 7-13).

[50] Gabba, La successione ereditaria, p. 10.

[51] Ibidem.

[52] Di giurisprudenza e dottrina fa una vasta rassegna Leoni, voce Filiazione [nt. 3], p. 267 al quale per brevità si rinvia.

Vizi di famiglia e pubbliche virtù: l’epilogo della carriera negli uffici pubblici del Conte Giuseppe Brebbia

Filippo Rossi

Università degli Studi di Milano

filippo.rossi@unimi.it

Abstract: Milano, 1827. Il processo penale per abuso d’ufficio contro il conte Giuseppe Brebbia, alto funzionario del Lombardo-Veneto, offre l’occasione per tracciare un resoconto sul rapporto fra classi sociali e amministrazione della cosa pubblica negli anni ’20 del XIX secolo. In questi anni, in Lombardia, si assiste infatti alle avvisaglie della crisi del governo locale da parte dell’Adelstand. Per comprendere le ragioni che condussero all’affermazione di un modello di amministrazione a-cetuale, è necessario spingersi nei meandri di una vicenda attorno alla quale ruotano interessi politici e sociali.

Parole chiave: Lombardo-Veneto; diritto penale; pubbliche amministrazioni e burocrazia; delegazioni provinciali; classi sociali

Nell’estate del 1827 Giuseppe Brebbia, neo-consigliere del governo milanese e già delegato provinciale di Brescia[1], è invitato a rispondere con sollecitudine sulla gestione del Fondo di Primitiva Istruzione, un ente assistenziale deputato al pagamento dei maestri elementari nel dipartimento del Mella[2].

Non è la prima volta che all’alto funzionario si ingiunge di render conto dell’istituto amministrato sino all’anno precedente[3], ma i prelievi eseguiti sono troppo ingenti perché l’aquila imperiale se ne disinteressi. Pur avendo contato su una rendita di circa 80.000 lire annue[4], a trent’anni dalla sua costituzione il Fondo dispone di un patrimonio inspiegabilmente esiguo[5]: 57.680,27 £ di «attivo a mutuo» e 25.123,83 £ di «censi attivi». Insomma, da una prima stima l’ammanco ammonterebbe a ben 131.755, 23 lire austriache[6].

Pure le voci di spesa destano sospetto, perché riguardano titoli («spese segrete di polizia»; «sovvenzioni rimborsabili»; «anticipazioni di stipendio») che riguardano la gestione della delegazione provinciale e non certo l’amministrazione di un’istituzione scolastica. Di qui la necessità di immediate giustificazioni e la pronta rifusione delle somme sottratte alla cassa dell’ente[7]: ordini non rispettati alla lettera, se è vero che solo il 5 ottobre – previo accordo con l’I.R. Fisco e non senza intoppi – Brebbia avrebbe versato un modesto acconto di 18.000 lire nelle casse dell’ente[8]. Ma più dei profili civilistici, a destare interesse in questa vicenda è il processo penale che si staglia all’orizzonte.

Nella vigenza della Franziskana – codice che, come noto, attribuisce al giudice competenze sia di magistrato requirente che giudicante – la processura criminale introdotta in Lombardia dal 1816[9] si snoda, fra geometrie repressive e qualche barlume di garantismo, attraverso i tipici passaggi di un rito marcatamente inquisitorio: dalla notitia criminis alla verifica della sussistenza degli «indizj legali» («investigazione preliminare», §§ 211-333 della prima parte), per passare alla ricerca della «piena prova» («processo ordinario d’inquisizione», o «inquisizione speciale», §§ 334-414) sino alla pronuncia della sentenza (§§ 415-444)[10]. Con la peculiarità, tutta asburgica, per cui al giudice è altresì assegnato il ruolo di avvocato dell’imputato, essendo «la difesa uno dei doveri d’ufficio del giudizio criminale» (§ 337)[11].

L’ossessione ‘formalizzante’ asburgica per la trascrizione dei verbali ci conduce, passo per passo, dall’inizio alla fine di un intricato e scottante processo[12]. Nell’adempiere i compiti assegnatigli dallo Strafgesetz, il giudice dei Länder italiani deve prima di tutto dare avvio alle indagini per reperire validi motivi di imputazione. Nella fase iniziale, pertanto, il fedele ‘segugio’ si muove nell’ombra, investiga a fondo e, trascorsi quasi due anni dalla prima diffida, dispone di elementi sufficienti per emanare il decreto di apertura «della speciale inquisizione».

L’accusa mossa al consigliere il 4 maggio 1829 è da far tremare i polsi: abuso della podestà d’ufficio per aver dolosamente approfittato della propria carica violandone i doveri e arrecando, così, un grave pregiudizio alla pubblica amministrazione[13]. Ad inasprire il quadro si prospetta inoltre il concorso formale con il delitto d’ infedeltà, ossia un furto qualificato, aggravato dalla violazione del dovere di lealtà alla cosa pubblica sottoscritto all’assunzione dell’incarico[14].

Preso in arresto, perché contro di lui militano il pericolo di fuga e l’inquinamento delle prove, prontamente sospeso da funzioni e stipendio a scopo cautelare[15], per il nobile milanese si aprono le porte del carcere[16]. È un rigore che non deve stupire, perché la reclusione preventiva rappresentava, nell’ordito processuale asburgico, una custodia necessaria e strumentale all’esercizio della giurisdizione penale: non a caso le norme relative all’ arresto criminale e al costituto sommario dell’imputato[17] (§§ 281-306 della prima parte) si pongono a seguito dell’investigazione (§§ 226-280), a suo naturale coronamento[18].

Nella seconda fase della «processura», quella volta al raggiungimento della prova legale sulla colpevolezza di un inquisito «aggravato d’indizj legali d’un delitto»[19], lo scenario criminoso si presenta difficilmente verificabile. L’unico dato certo di cui si dispone è la convenzione con l’I.R. Fisco, con la quale l’imputato si era obbligato a restituire al Fondo il capitale mancante[20]: una sorta di excusatio non petita irrilevante a livello penale, posto che, ai sensi della Franziskana, «quello soltanto può ritenersi per vero nella deliberazione della causa, che è legalmente provato» (§ 396).

Per di più i magistrati devono superare un’iniziale carenza di prove, perché i giornali di cassa del Fondo sono da tempo irreperibili. Lo ammette, non senza imbarazzo, Gaudenzio De Pagave, successore di Brebbia alla delegazione bresciana[21], il quale, con certo fair play, solleva il Conte da ogni responsabilità ritenendone improbabile e non provato il coinvolgimento nella dispersione dei carteggi[22]: a che pro, argomenta, visto che egli si era dichiarato debitore di somme che in parte ha già restituito? Per rintracciare il responsabile bisogna, secondo De Pagave, guardare altrove: a qualcuno che fosse in grado di sottrarre con facilità le prove del misfatto per paura di esserne coinvolto; a qualcuno che, insomma, avrebbe facilmente potuto far ricadere ogni responsabilità sull’allora delegato[23].

Ora, sostenere la totale estraneità del Brebbia alla vicenda pare fuori luogo. D’altra parte egli non avrebbe potuto prelevare tutto quel denaro senza la connivenza remunerata dei funzionari preposti all’amministrazione finanziaria dell’istituto: il cassiere Giovanni Cantoni e il ragioniere Antonio Superti. L’illecita condotta del primo – incaricato dei pagamenti sino alla concorrenza del capitale con i debiti[24] – viene desunta sulla base delle somme di denaro corrispostegli, da Brebbia in persona, a titolo di non meglio precisate «anticipazioni»[25]. Quella del secondo, responsabile dell’approvazione di conti evidentemente alterati è ricavata, quasi per responsabilità oggettiva, dalla scomparsa dei registri: questi ultimi, se regolarmente tenuti, non sarebbero svaniti poco dopo l’inizio delle investigazioni[26]. Congetture fondate, lo si vede bene, ma inconsistenti a livello probatorio e come tali insufficienti, per loro fortuna, a integrare gli «indizj legali» del § 281 della prima parte.

A svelare i meccanismi fraudolenti della ‘gestione creativa’ di capitali dell’amministrazione Brebbia sono invece le causali di spesa della delegazione provinciale, che attestano cospicui prelievi di denaro per supplire al pagamento delle spese segrete di polizia, nonché a titolo di «anticipazione dello stipendio»[27]. In poche parole: il Conte stava cercando di ripianare gli ammanchi della cassa del Fondo attingendo a quella della delegazione!

Compiaciuta per aver finalmente trovato un solido appiglio, l’accusa può finalmente abbattere le fondamenta di un intero edificio di menzogne che fa acqua da tutte le parti. Perché, anche ammettendo che i moti dei primi anni ’20 avessero davvero richiesto una «dispendiosa sorveglianza», le 88.279,25 lire austriache prelevate fra il 1821 e il 1825 paiono una cifra spropositata: specie se si considera che, nel medesimo intervallo di tempo, il Conte ne aveva già richieste al direttore generale della polizia – e per lo stesso motivo – ben 49.302,19[28].

Né poteva passare sotto silenzio l’increscioso episodio del settembre 1825, quando, per rimandare in Moravia tale professor Horaczech, l’allora delegato aveva prelevato l’importo di 1.705,29 lire ben due volte: una dal fondo scolastico, e una da quello di polizia segreta, senza poi provvedere al relativo rimborso, al punto che, per ripianare l’ammanco, ci si era visti costretti a decurtare la somma dalla pensione dell’accademico[29]

Ma, più di tutto, contano le dichiarazioni rese in sede di interrogatorio, il cosiddetto «costituto ordinario»[30]. Di fronte a quel ‘mastino a tre teste’ che è il giudice penale del Lombardo-Veneto, l’inquisito non tenta la fuga, ma para gli attacchi adottando una guardia goffa e impacciata. Dopo aver riconosciuto gli errori commessi, l’ex-delegato assicura infatti di non aver attinto alle sostanze del Fondo «con prava intenzione», bensì per far fronte ai suoi «bisogni domestici» con il proposito di restituirle, finché l’inarrestabile aumento del debito non ne avrebbe reso impossibile il ristoro[31].

Luce meridiana clarioris, in presenza della confessione, l’equazione fra verità processuale e materiale spazza via garanzie processuali e dubbi qualificatori[32]. Nelle maglie di un sistema improntato alla prova legale, l’ammissione di colpa assurge a vera e propria relevatio ab onere probandi per il giudice austriaco e apre la via, ad appena tre mesi dall’inizio del processo[33], alla sua naturale definizione.

E così, il 25 agosto 1829, Giuseppe Brebbia viene dichiarato colpevole del delitto di abuso della podestà d’ufficio e condannato a due anni di carcere duro, alla perdita della nobiltà, al pagamento delle spese processuali, oltre naturalmente al risarcimento verso l’istituto[34].

Era tuttavia stata attuata, se solo si tiene a mente la cornice edittale del crimine contestato – carcere duro da uno a cinque anni, eventualmente estendibile a due lustri sulla base del «maggior grado di malizia, e l’importanza del danno»[35] – un’operazione al ribasso, non generosa ma di una certa portata. Uno slancio di moderata benevolenza che, in mancanza del testo completo della pronuncia di primo grado, è ragionevole ascrivere al concorso di alcune «circostanze mitiganti relative alla persona del reo» (§ 39): l’ineccepibile condotta tenuta prima del delitto (lett. b), lo zelo profuso nel riparare al danno cagionato (lett. g) e, soprattutto, la confessione (lett. h)[36].

C’è di più. Allo scopo di garantire maggior certezza e insieme contemperare la mancanza del difensore nel processo, per i delitti più gravi il sistema austriaco prevedeva, come noto[37], il controllo della sentenza tramite l’invio degli atti processuali al tribunale d’appello (§ 433) e di lì alla terza istanza, vale a dire il Senato Lombardo Veneto del Supremo Tribunale di Giustizia (§ 442).

Incaricato di verificare la corretta applicazione della legge penale, il secondo grado conferma la pronuncia della prima istanza riducendola però, «in via di mitigazione», a due anni di carcere semplice[38].

Nel segno di una progressiva attenuazione della pena irrogata, un trattamento ancor più mite viene prospettato dai consiglieri del Senato: accertata «per unanimia» la colpevolezza dell’imputato, se la riduzione a un anno di reclusione è suggerita solamente da cinque magistrati, tutto il consesso propone a S.M. «di diminuire la pena, in via di grazia, all’arresto scontato sino a quel momento»[39]. È insomma evidente – anche se tale richiesta non verrà accolta dall’imperatore[40] – che un’efferata repressione non fosse nelle corde dei giudici.

Avevano giocato, a favore del Conte, alcuni elementi da tenere in riguardo. In primo luogo Brebbia era apprezzato non solo per la lealtà al regime, ma anche per l’impegno e la dedizione profusi nell’amministrare una provincia turbolenta in anni difficili. Fedeltà e abnegazione – i massimi valori richiesti dagli austriaci ai propri funzionari – che avevano consentito al nobile milanese di guadagnarsi la stima e il rispetto delle alte sfere. Quelle stesse cariche amministrative che, a fatica e con un certo imbarazzo, si vedranno costrette a dimetterlo dai pubblici uffici.

Così, per un governatore Franz Hartig che, pur non conoscendolo di persona, ritiene militi a suo favore un eccezionale concorso di circostanze mitiganti[41], alla mano di Carlo Torresani, generalmente parco nelle lodi, si deve la più accorata informativa su un Beamte dalla «lunga e luminosa carriera», «amato pe’ suoi modi nobili e cortesi», che – è vero – «mancò approfittando di alcuni fondi della pubblica amministrazione che a Lui spettava di tutelare», ma «lo fece senza compiere un’azione immorale». Ed è proprio alla bontà delle intenzioni di Giuseppe Brebbia che il direttore generale della polizia attribuisce, anzi, il commendevole sacrificio economico assunto nel farsi carico di un debito ingente, per giunta «con l’opportuno calcolo degli interessi sul capitale dovuto»[42].

Considerazioni analoghe avevano del resto condotto i magistrati a non ravvisare, nella condotta del delegato, una «matura deliberazione», inducendoli piuttosto a ritenere che egli si fosse risolto all’illecito prelievo senza riflettere sui suoi doveri e, tantomeno, sulle conseguenze del suo operato[43].

Resta il fatto che, pur mitigando gradualmente la condanna, i conformi giudizi delle tre istanze concordano nel ritenere sussistenti gli elementi costitutivi del delitto di cui al § 85 della prima parte del codice penale. Insomma: se la tutela e la salvaguardia del patrimonio rientravano nella sfera delle attribuzioni del delegato provinciale, se i beni del Fondo «e per la sua indole e destinazione, e i doveri dell’Autorità che lo tutelava, erano «un oggetto sacro ed intangibile a qualunque altro scopo», è evidente che ogni indebita sottrazione a danno dell’Istituto non poteva che esaurire a suo carico gli estremi dell’abuso della podestà d’ufficio[44].

Nessun dubbio sulla «culpabilità», per il giudice relatore del processo di terzo grado, Vincenzo Raicich, a detta del quale il delitto sarebbe confermato non solo dalla somma sottratta, ma altresì dalle modalità con cui il reo aveva eseguito tali prelievi. Ciò in quanto, se «è già abuso disporre del denaro d’un pio Istituto con finalità diverse da quelle a cui il denaro stesso è destinato», allora «tanto più grave riesce un tale arbitrio, ove siffatta disposizione tenda a proprio privato uso»[45].

Nel ricondurre il fatto al diritto, i magistrati sgombrano il campo da tutta una serie di erronei rilievi. In primo luogo escludono il concorso di reati inizialmente prospettato, perché la condotta non può integrare gli estremi dell’infedeltà, che presuppone un rapporto diretto con «la roba altrui affidata […] in forza del pubblico ufficio»[46]. Configurabilità che aveva suscitato dubbi già dall’apertura dell’inquisizione speciale[47]: per integrare l’elemento costitutivo dell’intervensio possessionis era necessaria la disponibilità diretta del bene sottratto, ma Giuseppe Brebbia poteva maneggiare il denaro del Fondo solamente servendosi di Cantoni e di Superti.

Quanto al fatto che egli avesse cercato di restituire le somme sottratte – si aggiunge – ciò non vale a liberarlo nemmeno in parte dalla responsabilità penale. Non influisce per l’abuso della potestà d’ufficio perché, ai sensi del § 85, «la legge contempla soltanto la possibilità del danno, e non cancella la qualità delittuosa del fatto per essersi in seguito per avventura prestata la corrispondente indennizzazione»[48]. Non rileverebbe nemmeno in caso d’imputazione per furto, che prevede una ‘scriminante’ in caso di reintegro tempestivo, prima che le pubbliche autorità abbiano conoscenza del fatto criminoso[49]: ipotesi ben diversa dal caso di specie, nel quale la rifusione era stata parziale e tardiva[50].

I magistrati non danno poi alcun credito alla fantasiosa e fallace teoria dell’inquisito che – sulla scorta del suo rapporto n.° 9938 del 6 giugno 1819, in cui si riconosceva amministratore semplice – faceva discendere dalla presunta qualità di gestore del Fondo la facoltà di disporne a piacimento delle sostanze[51]. Si trattava del tentativo, risibile e da non tenere nemmeno in considerazione, di procurarsi un «vano rifugio»: anche qualora la gestione dell’istituto esuli dai doveri di delegato provinciale, la normativa di settore, contenuta nel codice civile e in uno svariato numero di circolari, vieta a «qualsivoglia tutore» di arrogarsi il diritto di sottrarre denaro a proprio vantaggio[52]. A maggior ragione, ogni pubblico funzionario che si rispetti non può certo «in modo tanto strano e bizzarro autorizzare gli atti da lui stesso interposti pel suo particolare interesse o per segrete illegittime viste»[53].

A guidare la mano dei giudicanti, nello stendere le sentenze, è la considerazione per cui il dovere di «amministrazione o sorveglianza» non avrebbe mai potuto autorizzare l’alto funzionario ad arbitrarie disposizioni[54].

Dignità di uomini e apparati si identificano, nella punizione del cattivo funzionario. E così la Casa d’Austria, ben lungi dal pronunciare una sentenza ex capite innocentiae e nemmeno di assoluzione ab istantia[55], inchioda il funzionario alle sue innegabili responsabilità; lo censura senza mezzi termini per avere oscurato «quell’integrità ed illibatezza che dee risplendere in ogni R. Impiegato, ed esemplarmente nei Funzionarj di rango distinto»; lo priva del prestigioso incarico pubblico poiché, con il suo comportamento, aveva perso definitivamente la fiducia delle alte sfere[56].

Perché – ed è nientemeno che il governatore della Lombardia a ribadirlo – anche volendo tacere della sentenza di condanna che ope legis ne avrebbe comunque comportato la destituzione[57], «le arbitrarie, ed illegali prelevazioni fatte dal Conte Brebbia nella sua qualità di Delegato da un fondo pubblico affidato alla sua custodia, e tutela, per convertirle a privato suo uso sarebbe tale mancanza, che avrebbe potuto procurargli da sola quella grave disciplinare misura»[58].

Insomma, se fino alla pronuncia a Milano ci si era adoperati per concedergli un trattamento di certo riguardo – perfino spingendosi a riservargli la reclusione semplice a dispetto di un’iniziale condanna al ben più efferato carcere duro[59] – ecco il consigliere del governo, una volta condannato, diventare una zavorra di cui sbarazzarsi al più presto.

Siamo ai confini della damnatio memoriae. D’altra parte, se solo si riflette sul fatto che, nel Lombardo-Veneto, il pubblico funzionario assurge a depositario della pubblica virtù, a immaginifico modello vivente che nei desiderata dei regnanti avrebbe dovuto ispirare nei sudditi il più vivo e fedele rispetto alla cosa pubblica[60], forse un tale revirement non stupisce più di tanto.

Non per nulla, prospettando gli sviluppi della vicenda, già dall’«aprimento della speciale inquisizione» l’aquila imperiale aveva dispiegato le proprie grandi ali per nascondere ai sudditi lo sconveniente arresto del Conte. Perché, in un mondo di apparenze, nulla doveva turbare il regolare corso delle cose. Se ne era occupato addirittura il direttore generale della polizia, per poi rassegnare tempestivamente al governatore il felice esito di un’operazione andata liscia come l’olio, «senza che alcuno se ne fosse accorto»[61].

Eppure il triste epilogo della carriera di Giuseppe – che possiamo lasciare al suo destino, mentre cerca di ottenere dal sovrano «un mezzo qualunque a trarre d’angoscia se stesso e le innocenti vittime del suo primo e unico trascorso»[62] – è anche la conseguenza di un inveterato vizio di famiglia.

Già sul finire del XVIII secolo, infatti, lo stato patrimoniale dei Brebbia era tutto fuorché solido: non si spiegherebbe, altrimenti, l’ingente somma di denaro (24.000 lire!) concessa il 27 marzo 1783 da Pietro e Alessandro Verri – con interesse del 5% e da restituire entro tre anni – a Francesco Brebbia anche a nome dei figli Giuseppe e Luigi. Un prestito tale da richiedere la dispensa del Senato, perché il Conte aveva garantito la restituzione con i frutti di un fedecommesso (ma Pietro non temeva rischi, poiché considerava Francesco «uomo misurato, pontuale, d’onore»)[63]. Pochi anni più tardi, molto probabilmente per far fronte a un ulteriore debito, il padre di Giuseppe si sarebbe fatto intestare dalla madre «pertiche 596 e tavole 13 coll’estimo di scudi 2293.5.3.» per trasferirle, il 14 agosto 1792, al Conte Andrea Passalacqua Lucini[64]. Nell’autunno del 1827 il suo poco avveduto primogenito non sarebbe riuscito a rifondere che una piccolissima parte di quanto maldestramente sottratto, e una volta incarcerato, nella primavera del 1829, lo stato delle finanze familiari sarà così modesto da indurlo a richiedere al tribunale un sussidio di mantenimento in carcere (§ 313), perché il dissesto economico del casato non consentirà ai parenti di venirgli in soccorso[65].

Ciò detto, se è pur vero che Giuseppe aveva ceduto «ad una specie di malattia ereditaria della sua famiglia dispendiandosi oltre le proprie forze»[66], meglio sarebbe stato se al governo della ricca, notabile e liberale provincia bresciana, a cui non bastava certo un blasone appannato per sentirsi rappresentata, gli austriaci avessero preposto un individuo che ne esaltasse lignaggio e patrimonio, che facesse della propria fortuna la cifra della carica assunta e del controllo da esercitare sul territorio: non certo il povero Conte, le sostanze della cui famiglia languivano, come visto, ormai da tempo. Insomma, al di là delle buone capacità dimostrate nella sua carriera di Beamte, quella del Brebbia a Brescia era stata già di per sé una scelta avventata, che ledeva i gangli del tessuto connettivo di accettazione sociale fra un governo straniero e un’esigente provincia a forte identità cetuale[67].

Imprescindibile variabile nella costruzione e gestione del sistema, la dialettica centro-periferia[68] non esaurisce l’orizzonte dei fattori da tenere in considerazione in un Lombardo-Veneto ancora in ‘rodaggio’. Si guardino più da vicino le funzioni di governo locale nel loro assetto fattuale e normativo: se ne ricava l’immagine di una carica di delegato provinciale assai delicata per le responsabilità che comportava, e insieme carica di appeal per chi aspirava a ricoprirla.

Proprio così. Se «per fare il consigliere di governo poco ci vuole» – si legge in un significativo memoriale scritto in quel torno d’anni – «per ben governare una provincia ci vogliono lumi maggiori, molta capacità, molte cognizioni di mondo, buona filosofia onde ottenere che lo Spirito pubblico degli amministrati o si conservi buono come è pel Sovrano, o non essendo troppo favorevole possa divenirlo». La chiave del successo consisteva, pertanto, nello stare in contatto con la popolazione per esaminare bene le cose: era stato saggio, allora, richiamare Brebbia – oltretutto penalizzato da un fisico così «mal composto» da ostacolarne l’operato – nella capitale e collocarlo presso il Governo, laddove le alte sfere non dovevano occuparsi che «delle cose sopra il tavolino»[69].

Non è d’altra parte corretto parlare, per gli alti funzionari provinciali, d’ingiustificata intraprendenza. Era la legge a prevedere che così fosse: «riferire e consultare» il governo, «sorvegliare […] sopra tutti gli oggetti relativi alla pubblica amministrazione», «provvedere definitivamente […] all’ordine pubblico», sono alcune delle pervasive attribuzioni che le Istruzioni 26 maggio 1817 attribuivano al provinzial Delegiert; prerogative che la stessa normativa permetteva di estendere discrezionalmente nei casi d’urgenza (§15)[70]. Molto più di quanto era invece consentito ai consiglieri di un governo al quale il regolamento organico del 1815 imponeva una rigida subordinazione ai «dicasteri aulici di cui deve eseguire gli ordini» (§ 4)[71].

Naturalmente si presupponeva, nel delegato, una propensione alla mobilità che trovava puntuale riscontro nel materiale normativo. Recependo i ritrovati del passato – la visita periodica del capo-ufficio nel dipartimento è contemplata nell’età giuseppina e in parte già durante quella spagnola[72] – la circolare del 17 dicembre 1817 impone ai preposti alle province di compiere almeno una volta all’anno, «anche in varie riprese», una perlustrazione del territorio di competenza «onde illuminare il governo sui voti e sui bisogni degli amministrati, e sulla condotta delle amministrazioni secondarie»[73].

Insomma, prima che il sistema entrasse appieno a regime, il controllo delle istanze intermedie nelle Italienische Provinzen era, a ben vedere, uno dei pochi spazi rimasti alla nobiltà disposta a mettersi in gioco nelle amministrazioni[74]. Sebbene non particolarmente osteggiato dalla nuova stagione politica, l’Adelstand aveva perso gran parte degli antichi fasti: dalla dominazione francese al ritorno degli austriaci il ‘riformismo burocratico’ aveva tagliato i ponti con venalità ed ereditarietà delle cariche per inquadrare il notabilato nell’organigramma statale e sottoporne i membri interessati alla carriera pubblica al simbolismo del rito di giuramento all’ingresso nei pubblici corridoi; alle regole del rapporto di lavoro pubblico per la permanenza nei medesimi; alle eventuali procedure di rimozione in ipotesi di una certa gravità. Al pari, insomma, di ogni altro funzionario: è la cosiddetta ‘detronizzazione della nobiltà’ che giunge al suo compimento[75].

Ragion per cui, in questi primi anni del Lombardo-Veneto, quando l’élite napoleonica viene giubilata ma l’entourage borghese non è ancora formato, l’aristocrazia lombarda meno refrattaria al cambiamento riesce ad avere una certa voce nella gestione della cosa locale, non fosse altro perché copre non pochi vuoti d’organico. Come noto, le prime nomine degli alti funzionari provinciali confermano la presenza di un dato comune, «che smussa le apparenti disomogeneità: si tratta dell’appartenenza alla nobiltà»[76]. Sotto questo profilo il curriculum di Giuseppe Brebbia, così come i suoi natali, non si discosta di molto dalle altre figure che ricoprono la carica di delegato provinciale in quel periodo; saranno solo i decenni seguenti – dalla fine degli anni ’30 al ’48 il cambiamento è sempre più marcato – a mutare il rapporto fra establishment e regole d’ingaggio all’insegna di una più marcata ‘vocazione professionale’[77].

Fin qui il nesso fra gruppi sociali e istituzioni amministrative. Certo, sul lato pratico non è difficile scorgere una contraddizione di fondo fra la necessità di appoggiarsi ad un’aristocrazia ‘tradizionale’, che rappresenti il gotha della società – una «nobiltà fondiaria che, in ambito provinciale, contava nei propri ranghi le persone più importanti e influenti»[78] -, e di contro un progetto, come quello asburgico, di amministrazione in senso moderno e in quanto tale impersonale o, per meglio dire, a-cetuale. La debolezza della mediazione politico-sociale di questa fase, prima ancora che le carte si rimescolino a vantaggio della borghesia, sta tutta in ciò.

Proprio quando i tempi sono ormai maturi per tracciare un bilancio tutto sommato positivo sull’operato della nobiltà nel dipartimento, ecco che il conte milanese Giuseppe Brebbia, con la sua avventatezza, rischia di compromettere l’equilibrio e di sollevare tensioni, facendo scoppiare la polveriera. Di qui la corsa ai ripari delle alte sfere per contenere i danni, la loro cautela nell’indagare scrupolosamente, la riservatezza e la sollecitudine impiegate nel procedere sino alla rimozione dall’incarico e nell’infliggere una condanna nel riserbo più assoluto.

Certo, consiglieri e magistrati che fossero, gli alti funzionari lombardi nutrono un evidente imbarazzo nell’aprire il processo contro un proprio pari, così come nell’allontanarlo definitivamente dagli uffici. Si può dire allora, tirando le fila, che nello scandalo del Fondo di primitiva istruzione albergasse il germe di un cambiamento nei meccanismi di accesso al governo locale? Che i tempi si rivelassero maturi perché non fosse più il prestigio sociale ad aprire le porte degli alti uffici ma che fossero gli alti uffici a giustificare il prestigio sociale?

Non ancora. Direi piuttosto che, sul finire degli anni ’20, siamo di fronte alla ‘metabolizzazione’ del problema, alla presa di coscienza di una stortura degli assetti alla quale, tuttavia, non si vuole ancora porre un rimedio radicale. Prova ne sia la sostituzione del Brebbia, alla delegazione bresciana, con un soggetto di simile ‘caratura’: Gaudenzio De Pagave, capace funzionario della piccola aristocrazia da decenni assidua frequentatrice dei pubblici corridoi[79].

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[1] Primogenito di Francesco (1750-1818) e di Camilla Arrigoni (1753-1843), rampollo di una famiglia dalla storia illustre, i Brebbia Conti di Barzago (cfr., fra gli altri, Alberi genealogici della case nobili di Milano, con uno scritto di C. Manaresi, introduzione di M.P. Zanoboni, blasonature di C. Maspoli, Milano 2008, pp. 236-237), Giuseppe (1777 – 24 maggio 1851) vantava un curriculum di rispetto. Già alunno del Ministero della Giustizia della Repubblica Italiana dal marzo 1802, segretario aggiunto al dicastero dal maggio 1804, poi assistente al Consiglio di Stato alle sezioni di legislazione e culto dal 16 settembre 1808 (Raccolta delle leggi, decreti e circolari che si riferiscono alle attribuzioni del Ministero dell’Interno del Regno d’Italia, vol. I, Milano 1808, p. 11), il 14 dicembre 1811 è nominato consigliere uditore. Con il ritorno degli austriaci intraprende la carriera amministrativa, ricoprendo cariche di responsabilità: assessore della commissione liquidatrice dal dicembre 1814, dal 19 gennaio 1816 è incaricato di presiedere la delegazione di Sondrio (cfr. Gazzetta di Milano, Milano 1822, n. 22, 22 gennaio 1816, p. 95), e nel 1817 viene promosso a quella assai più prestigiosa di Brescia (ove assume la consegna degli uffici l’11 febbraio dell’anno successivo). Con sovrana risoluzione del 19 giugno 1826, infine, S.M. lo promuove a «Consigliere soprannumerario presso questo Governo» (prot. 12 luglio 1826, n.° 21864/4088, in Archivio di Stato di Milano (d’ora in poi Asmi), Uffici e Tribunali regi, parte moderna, cart. 479, fasc.Brebbia Conte Gius., e Presidenza del Governo, cart. 105, n.° 570/geheim, 28 maggio 1827, Stato personale di Servizio del Conte Giuseppe Brebbia).

[2] Il consigliere governativo Luigi Crespi a Brebbia, 14 luglio 1827 (Asmi, Presidenza di Governo, cart. 102, n.° 87/geheim). Per qualche notizia sull’ente, nato per iniziativa del governo provvisorio bresciano il 30 settembre 1797 (quando «vennero soppresse le confraternite e le corporazioni sociali e preso possesso delle loro proprietà e amministrate, e ripartito il prodotto in sussidio dell’istruzione elementare nei Comuni della Provincia», ivi, n.° 1266/geheim), poi assegnato all’amministrazione dipartimentale ai sensi della legge 24 luglio 1802 e sopravvissuto sino al periodo austriaco, cfr. Piano provvisorio per la pubblica istruzione del Dipartimento del Mella (conservato in Asmi, Studi, parte moderna, cart. 396, fasc. 1); rapporto n.° 16125 del prefetto del dipartimento del Mella al ministro dell’Interno, 14 novembre 1803 (ivi, fasc. 11), M. Agosti,La tradizione pedagogica bresciana nei secoli XIX e XX, in Storia di Brescia, vol. IV,Dalla Repubblica bresciana ai giorni nostri (1797-1963), Milano 1964, pp. 787-789 e 821-822). Per l’organico cfr. Almanacco Imperiale Reale per le provincie del Regno Lombardo-Veneto soggette al governo di Venezia per l’anno 1843, Milano 1844, p. 310. Sulle confraternite e istituzioni di beneficenza si rimanda alla ricca bibliografia contenuta in M. Gazzini, Confraternite e società cittadine nel medioevo italiano, Bologna 2006, pp. 22-57.

[3] Cfr., ad esempio, Luigi Crespi a Brebbia, 11 giugno 1827 (Asmi, Presidenza di Governo, cart. 102, n.° 87/geheim).

[4] Il delegato provinciale di Brescia Gaudenzio De Pagave al presidente del governo lombardo Giulio Strassoldo, 18 febbraio 1829, Asmi, Presidenza di Governo, cart. 110, n.° 217/geheim.

[5] De Pagave a Strassoldo, 17 dicembre 1827, in evasione del dispaccio n.° 791/geheim del 18 luglio, in Asmi, Presidenza di Governo, cart. 102, n.° 1266/geheim.

[6] Per poi salire a 142.384, 39 lire, a seguito di più precise indagini (Asmi, Presidenza di Governo, cart. 102, nn. 788, 931, 1180, 1183 e 1184/geheim).

[7] Cfr. Crespi a Brebbia, n.° 327/geheim, 27 agosto 1827, in Asmi, Presidenza di Governo, cart. 102, n.° 87/ geheim.

[8] Rapporto n. 931/geheim, in Asmi, Presidenza di Governo, cart. 102.

[9] Cfr. sovrana risoluzione 22 ottobre 1815, in circolare 26 ottobre 1815 (Raccolta degli Atti del Governo e delle disposizioni generali emanate dalle diverse autorità in oggetti sia amministrativi che giudiziarj, Milano 1815-1839, d’ora in poi semplicemente Atti del Governo, 1815, vol. II, seconda parte, n.° 55, p. 361). In Veneto il codice penale del 1803 era operativo dal 1° luglio 1815 (cfr. sovrana risoluzione 24 aprile 1815, in Collezione delle leggi, istruzioni e disposizioni di massima pubblicate o diramate nelle provincie venete in oggetti di amministrazione politica, camerale e giudiciaria, Venezia 1815, vol. II, prima parte, p. 139).

[10] Codice Penale Universale Austriaco, coll’Appendice delle più recenti norme generali. Seconda versione ufficiale, Milano 1815 (d’ora in poi Codice Penale). Analoga, ancorché semplificata, la procedura relativa alle gravi trasgressioni di polizia: §§ 293-406 della seconda parte. Cfr., sul punto, E. Dezza, L’impossibile conciliazione. Processo penale, assolutismo e garantismo nel codice asburgico del 1803, in Saggi di storia del processo penale nell’età della codificazione, in Casi, fonti e studi per il diritto penale, S. Vinciguerra (ed.), serie III, vol. 19, Padova 2001, pp. 141-169, già in Codice penale Universale austriaco (1803), Casi, fonti e studi per il diritto penale, ristampa anastatica con scritti di S. Ambrosio, A. Cadoppi, A. Cavanna, C. Carcereri de Prati, M.A. Cattaneo, M. da Passano, P. de Zan, E. Dezza, P. Pittaro, P. Rondini, S. Tschigg, S. Vinciguerra, S. Vinciguerra (ed.), serie II, vol. 18, Padova 2001, pp. CLV-CLXXVIII.

[11] Cfr. Dezza, L’impossibile conciliazione [nota 11], p. CLXXIII, e Id., Il nemico della verità. Divieto di difesa tecnica e giudice factotum nella codificazione penale asburgica (1768-1873), in M.N. Miletti (ed.), Riti, tecniche, interessi. Il processo penale fra Otto e Novecento: Atti del Convegno (Foggia, 5-6 maggio 2006), Milano 2006, pp. 32-47.

[12] Sul punto vedi N. Raponi, Il Regno Lombardo-Veneto (1815-1859/66), in Amministrazione della giustizia e poteri di polizia dagli stati preunitari alla caduta della destra: Atti del LII Congresso di storia del Risorgimento italiano (Pescara, 7-10 novembre 1984), Roma 1986, p. 99; L. Rossetto,Un protagonista nascosto: il ruolo del fascicolo nella giustizia criminale asburgica in territorio veneto, in G. Chiodi-C. Povolo (edd.), Amministrazione della giustizia penale e controllo sociale nel Regno Lombardo-Veneto, Sommacampagna 2007, pp. 61-91.

[13] Codice Penale, prima parte, § 85.

[14] Codice Penal e, prima parte, § 161. Sul giuramento dei pubblici funzionari nel Lombardo-Veneto cfr. A. Arisi Rota, Pubblici impiegati e processi politici nel Lombardo-Veneto degli anni Trenta, in Storia Amministrazione Costituzione, 9 (2001), p. 118, nonché F. Rossi, Il cattivo funzionario. Fra responsabilità penale, amministrativa e disciplinare nel Regno Lombardo-Veneto, Milano 2013, pp. 153-155.

[15] Asmi, Uffici e Tribunali regi, parte moderna, cart. 479, sessione del 15 maggio 1829. Sulla sospensione cautelare dal soldo e dal servizio cfr. la circolare n.° 17043-2375 P, del 18 giugno 1828, in Atti del Governo, 1828, vol. I, seconda parte, n.° 27, p. 76, nonché F. Rossi, Il cattivo funzionario [nota 14], pp. 278-279.

[16] Il direttore generale della polizia lombarda Carlo Giusto Torresani a Strassoldo, n.° 2538 PR, 4 maggio 1829, in Asmi, Presidenza di Governo, cart. 117, n.° 374/geheim, ma vedi anche Asmi, Uffici e Tribunale regi, parte moderna, cart. 479, sessione governativa del 15 maggio.

[17] Vale a dire del primo interrogatorio. Cfr., sul punto, L. Garlati, Il volto umano della giustizia. Omicidio e uccisione della giurisprudenza del Tribunale di Brescia (1831-1851), Milano 2008, pp. 70-72, nota 194.

[18] Cfr. G.A. Castelli, Manuale ragionato del codice penale, e delle gravi trasgressioni di polizia ossia Prontuario per agevolare ai pubblici funzionarj criminali e politici la notizia di tutte le disposizioni che hanno rapporto con ciascun paragrafo di detto Codice penale, e delle gravi trasgressioni, ed in ispecie quelle state pubblicate posteriormente alla sua attivazione ecc. ecc., 4 Voll., Milano 1833-1834, vol. II, § 281, pp. 72-73 e Garlati, Il volto umano della giustizia [nota 12], pp. 69-70.

[19] Codice Penale, prima parte, § 281.

[20] Vedi supra, nota 9 e testo corrispondente.

[21] «Circa l’avvenuta dispersione degli atti, registri e documenti la Delegazione non può che riportarsi alle risultanze rassegnate con i rapporti del 16 marzo e del 19 aprile 1828. […] Frustanee furono fino ad ora le ricerche» (De Pagave al presidente del tribunale criminale di Milano, Giovanni Gognetti, 12 maggio 1829, in Asmi, Presidenza di Governo, cart. 117, n.° 429/geheim)

[22] De Pagave a Strassoldo, n.° 298 PR, 26 maggio 1829, in Asmi, Presidenza di Governo, cart. 110, n.° 472/geheim. Per tutta risposta il Conte non esiterà ad incolpare il suo successore dello smarrimento dei registri (cfr. Crespi a Strassoldo, n.° 1369/geheim, 23 febbraio 1831, in Asmi, Presidenza di Governo, cart. 148, n.° 954/geheim).

[23] De Pagave a Strassoldo, n.° 429/geheim, 17 maggio 1829, in Asmi, Presidenza di Governo, cart. 117).

[24] De Pagave a Gognetti, 12 maggio 1829, n.° 409/geheim, in Asmi, Presidenza di Governo, cart. 117.

[25] De Pagave a Gognetti, n.° 283 PR, 20 maggio 1829, in Asmi, Presidenza di Governo, cart. 117, n.° 446/geheim.

[26] De Pagave a Strassoldo, n.° 298 PR, in Asmi, Presidenza di Governo, cart. 110, nn. 446 e 472/geheim.

[27] De Pagave a Gognetti, 12 maggio 1829, n.° 409/geheim, in Asmi, Presidenza di Governo, cart. 117.

[28] Gognetti a Strassoldo, n.° 2908 PR, 28 maggio 1829. L’estratto autentico delle liquidazioni dei conti presentati dall’allora delegato fa crollare il castello dei raggiri: carte alla mano, dal giugno 1821 all’aprile 1825 Brebbia aveva potuto contare su «un fondo permanente di £ 1.200 per sostenere le spese segrete, elevato il 14 giugno 1822 a £ 1500».

[29] Gognetti a Strassoldo, 28 maggio, Asmi, Presidenza di Governo, cart. 117, n.° 483/geheim).

[30] Codice Penale, prima parte, §§ 348-373. Ossia dell’«esame articolato dell’incolpato» (S. Jenull, Commentario sul Codice e sulla processura criminale della Monarchia Austriaca ossia il diritto criminale austriaco esposto secondo i suoi principj ed il suo spirito da Sebastiano Jenull, Dottore in legge, Professore ordinario delle scienze politiche, e del diritto criminale privato austriaco. Prima versione italiana dal tedesco. Con l’aggiunta delle leggi e disposizioni colle quali venne posto in attività il Codice predetto nel Regno Lombardo-Veneto, 4 voll., Milano 1816, vol. III, § 348, p. 322). Per alcune riflessioni sul significato del termine, e soprattutto sulla differenza fra costituto sommario e ordinario, cfr. Garlati, Il volto umano della giustizia [nota 12], pp. 70-72, nota 194; sull’interrogatorio si veda anche A.A. Cassi, Negare l’evidenza e avere salva la vita. Codice penale e tribunali speciali nei processi contro la Carboneria bresciana, in L’ABGB e la codificazione asburgica in Italia e in Europa: Atti del Convegno Internazionale, Pavia, 11-12 settembre 2002, Padova 2006, pp. 317-337, p. 327.

[31] Asmi, Senato lombardo veneto, Protocolli di consiglio, cart. 132, prot. 17 novembre 1829, relatore Raicich, p. 2966.

[32] Cfr. Dezza, Il nemico della verità [nota 11], pp. 60-61,

[33] Cfr. Mazzetti ad Hartig, n.° 14254, 28 dicembre 1830, in Asmi, Presidenza di Governo, cart. 136, n.° 1285/geheim.

[34] Il ‘conchiuso’ della prima istanza è allegato alla pronuncia di secondo grado (cfr. Sentenza del 25 agosto 1829, n.° 1908, dell’I.R. Tribunale Criminale in Milano, in Asmi, Presidenza di Governo, cart. 136, n.° 1825/geheim, e altresì in Asmi, Senato lombardo veneto, Protocolli di consiglio, cart. 132, prot. 17 novembre 1829, p. 2962).

[35] Codice Penale, prima parte, § 87.

[36] Cfr. G. Chiodi, Il fascino discreto del libero convincimento. Per un identikit del giudice penale lombardo-veneto, in Amministrazione della giustizia penale [nota 13], Sommacampagna 2007, p. 23.

[37] Sul punto vedi Garlati, Il volto umano della giustizia [nota 14], pp. 29-30, e, più in generale, Dezza, L’impossibile conciliazione [nota 9], p. CLXXII.

[38] Cfr. Sentenza n.° 9133, Milano, dall’I.R. Tribunale d’Appello generale il 8 ottobre 1829, in Asmi, Presidenza di Governo, cart. 136, n.° 1825/geheim, nonché Asmi, Senato lombardo veneto, Protocolli di consiglio, cart. 132, prot. 17 novembre 1829, p. 2962.

[39] Asmi, Senato lombardo veneto, Protocolli di consiglio, cart. 132, prot. 17 novembre 1829, pp. 2970-2972.

[40] Sovrana risoluzione 6 febbraio 1830, in Asmi, Senato lombardo veneto, Protocolli di consiglio, cart. 133, prot. 25 febbraio 1830, p. 485.

[41] Il presidente del governo lombardo Franz Hartig a Smira, n.° 1363/geheim, 26 aprile 1832, ASMi, Presidenza di Governo, cart. 176.

[42] Torresani ad Hartig, n.° 4141 PS, 28 giugno 1832, in Asmi, Presidenza di Governo, cart. 176, n.° 641/geheim. Su Carlo Giusto Torresani de Lanzfeld (1779-1852), cfr. Biographischer Lexicon des Kaiserthum Oesterreichs, XLVII, Wien 1833, p. 161, P. Pedrotti, Contributo alla biografia di Carlo Giusto Torresani, in Lombardia nel Risorgimento italiano, 16 (1929), pp. 3-55; M. Bellabarba, Il «fondamento dei miei regni». Giudici, cultura politica e letteratura nell’Impero austriaco di primo Ottocento, in M. Bellabarba, B. Mazhol, R. Stauber, M. Verga (ed.), Gli imperi dopo l’Impero nell’Europa del XIX secolo, Bologna 2008, p. 286.

[43] Asmi, Senato lombardo veneto, Protocolli di consiglio, cart. 132, prot. 17 novembre 1829, p. 2967.

[44] Così il consigliere Vincenzo Raicich (Asmi, Senato lombardo veneto, Protocolli di consiglio, cart. 132, prot. 17 novembre 1829, p. 2963).

[45] Asmi, Senato lombardo veneto, Protocolli di consiglio, cart. 132, prot. 17 novembre 1829, p. 2963.

[46] Cfr. Codice dei delitti, prima parte, § 167. «Il delitto d’infedeltà non può essere commesso che da quello cui sia effettivamente affidata la cosa».

[47] Crespi ad Hartig, n.° 1369/geheim, 23 febbraio 1831, in Asmi, Presidenza di Governo, cart. 148, n.° 954/geheim.

[48] Asmi, Senato lombardo veneto, Protocolli di consiglio, cart. 132, prot. 17 novembre 1829, p. 2965. Cfr. anche Hartig a Ranieri, n.° 1361/geheim, 26 aprile 1831, ma anche Crespi ad Hartig, 23 febbraio 1831 («il delitto di abuso della potestà d’uffizio […] non può essere abolito colla prestata indennizzazione»), Asmi, Presidenza di Governo, cart. 148, n.° 954/ geheim.

[49] «qualunque furto o rubamento cessa di essere un delitto quando dal reo, non pervenuta alla superiorità la notizia della sua colpa, sarà stato reintegrato tutto il danno derivato dalla sua azione» (§ 167).

[50] Il presidente dell’appello lombardo Carlo Della Porta ad Hartig, n.° 58 PS, 21 aprile 1831 (Asmi, Presidenza di Governo, cart. 148, n.° 954/geheim).

[51] Dal rapporto si evince solamente che egli «era subentrato al suo predecessore» nella gestione dell’Istituto (Crespi ad Hartig, n.° 1369/geheim, 23 febbraio 1831, in Asmi, Presidenza di Governo, cart. 148, n.° 954/geheim).

[52] Cfr. Codice Civile Generale Austriaco. Edizione seconda e sola ufficiale, Milano 1815, prima parte, §§ 234-236; circolari del 9 giugno, 13 e 21 agosto 1828, in Atti del Governo, 1818, vol. I, seconda parte, n.° 101, pp. 353-354, e vol. II, seconda parte, n.° 134, pp. 457-458, e n.° 143, pp. 468-475.

[53] Crespi ad Hartig, n.° 1369/geheim, 23 febbraio 1831, Asmi, Presidenza di Governo, cart. 148.

[54] Della Porta ad Hartig, n.° 58 PS, 21 aprile 1831, in Asmi, Presidenza di Governo, cart. 148, n.° 954/geheim.

[55] Codice Penale, prima parte, §§ 427 e 428.

[56] Crespi ad Hartig, n.° 1369/geheim, in Asmi, Presidenza di Governo, cart. 148, n.° 954/geheim).

[57] V. Guazzo, Il funzionario pubblico ossia Manuale pratico-disciplinare pegl’impiegati regii, pegli addetti ai Corpi tutelati e pei disciplinati dallo stato, in cui sono e saranno raccolte tutte le prescrizioni delle leggi civili, giudiziarie, amministrative (politico-camerali), ecclesiastiche, militari e penali di ogni genere che si riferiscono al personale di tutti i pubblici funzionarii, Venezia 1846, tit. XII, capo IV, §§ 113 e 125, pp. 207 e 209, ma specialmente § 99, p. 206. Sul punto cfr. F. Rossi, Il cattivo funzionario [nota 14], pp. 105-106, 216, 238-239.

[58] Hartig a Ranieri, n.° 1363/geheim, 26 aprile 1831, in Asmi, Presidenza di Governo, cart. 148, n.° 954/geheim.

[59] Codice Penale, prima parte, §§ 12 e 13.

[60] Cfr. C. Mozzarelli, Il modello del pubblico funzionario nella Lombardia austriaca, in L’educazione giuridica, vol. IV,Il pubblico funzionario: modelli storici e comparativi, tomo II, L’età moderna, Perugia 1981, pp. 439-459; Rossi, Il cattivo funzionario [nota 14], pp. 55-86.

[61] Torresani a Strassoldo, n.° 2538 PR, 4 maggio 1829, in Asmi, Presidenza di Governo, cart. 117, n.° 374/geheim, ma anche Asmi, Uffici e Tribunale regi, parte moderna, cart. 479, sessione governativa del 15 maggio.

[62] Hartig a Smira, n.° 1363/geheim, 26 aprile 1832, in Asmi, Presidenza di Governo, cart. 176, n.° 641/geheim.

[63] Lettera del 15 marzo 1783, citata in G. di Renzo Villata,Verri contro Verri. «Una famiglia sbranata pel delirio di pochi anni» (1782-post 1709), in Edizione nazionale delle opere di Pietro Verri, vol. V, Scritti di argomento familiare e autobiografico, (ed. G. Barbarisi), Roma 2003, pp. 727-728). Sulle dispense del Senato si rimanda ad A. Monti, Iudicare tamquam Deus. I modi della giustizia senatoria nel Ducato di Milano tra Cinque e Settecento, Milano 2003, pp. 184-216.

[64] Asmi, Presidenza di Governo, cart. 125, n.° 1184/geheim.

[65] Accanto ad un trattamento detentivo che garantiva la sopravvivenza, il codice penale permetteva al detenuto «di procurarsi il mantenimento dalle sue proprie sostanze», e persino di «ricevere soccorsi da altre persone», generalmente i prossimi congiunti (cfr. Codice Penale, prima parte, § 312).

[66] Torresani ad Hartig, n.° 4141 PS, 28 giugno 1832, in Asmi, Presidenza di Governo, cart. 176, n.° 641/geheim.

[67] Cfr. C. Mozzarelli, Sovrano, aristocrazia e amministrazione: un profilo costituzionale, in P. Schiera (ed.), La dinamica statale austriaca nel XVIII e XIX secolo, Bologna 1981, pp. 127-159, p. 147, nonché A. Gottsmann, I rapporti politici e istituzionali tra il veneto e l’area centro-europea nell’Ottocento, in La storia e le tradizioni del Veneto. Le relazioni e la forma della comunicazione tra l’area veneta e il mondo germanico: Atti del convegno, Venezia 2003, p. 165.

[68] Cfr. L. Mannori Introduzione, in L. Mannori (ed.), Comunità e poteri centrali negli antichi Stati italiani: Atti del Convegno «Comunità e poteri centrali negli antichi Stati italiani», Napoli 1997, pp. 38-42; Id., Modelli di governo territoriale nell’età della Restaurazione, in F. Micolo, G. Baggio, E. Fregoso (edd.), Diritto, cultura e riforme nell’età di Maria Luigia: Atti del Convegno – Parma, 14 e 15 dicembre 2007, Parma 2011, pp. 242-243.

[69] Pro Memoria per VE il Signor Conte Presidente di Strassoldo, 29 agosto 1825, in Asmi, Presidenza di Governo, cart. 57, n.° 1104/geheim). Si tratta di informazioni confidenziali carpite da un rapporto sugli alti funzionari lombardi, steso da Giulio Strassoldo il 24 luglio 1825, in Haus-, Hof- und Staatsarchiv, Verträulichen Akten, cart. 56-10, fasc. CCXVIII, pp. 38-66, pp. 38-44.

[70] Istruzioni per le imperiali regie delegazioni del regno lombardo-veneto approvate da S.M. con risoluzione sovrana data a Klausenburg il 26 agosto 1817, in Atti del Governo, 1818, vol. I, seconda parte, n.° 16, §§ 3-4, 14 e 16, pp. 62-92. Cfr., in tema, N. Raponi, Politica e amministrazione in Lombardia agli esordi dell’unità. Il programma dei moderati, Milano 1967, p. 31; B. Mazhol-Wallnig, Ordinamento centrale e amministrazioni locali: burocrazia austriaca nella tensione tra interessi statali e interessi locali. La provincia di Verona 1848-1859, in I problemi dell’amministrazione austriaca nel Lombardo-Veneto: Atti del Convegno di Conegliano organizzato in collaborazione con l’Associazione Italia-Austria 20-23 settembre 1979, p. 30; Gottsmann, I rapporti politici e istituzionali [nota 69], pp. 161-182; Rossi, Il cattivo funzionario [nota 14], pp. 29-30; L. Rossetto, Il commissario distrettuale nel Veneto asburgico. Un funzionario dell’Impero tra mediazione politica e controllo sociale (1819-1848), Bologna 2013, p. 208.

[71] Regolamento per il Governo ed il Senato politico, cap. II, §§ 3-11, qui consultato in A. Sandonà, Il Regno lombardo veneto. La costituzione e l’amministrazione. Studi di storia del diritto: con la scorta degli atti ufficiali dei Dicasteri centrali di Vienna, Milano 1912, pp. 105-110, nonché Rossi, Il cattivo funzionario [nota 14], pp. 23-24.

[72] Cfr. editto del 20 gennaio 1784, in Biblioteca Ambrosiana, ms. H 113 suss., Raccolta di Piani, Regolamenti ed Ordini, pp. 145-183, consultabile, a stampa, in ASMi, Uffici e Tribunali regi, parte moderna, cart. 3, con il titolo Disposizione di SMIRA L’Imperadore Giuseppe II ai corpi dei Dipartimenti sul modo di trattare gli uffici pubblici, datata in dicembre 1783, avanti la sua partenza per l’Italia. Tradotta dal tedesco. Sul punto vedi C. Mozzarelli, Per la storia del pubblico impiego nello Stato moderno: il caso della Lombardia austriaca, Milano 1972 e A.A. Cassi, Il bravo funzionario asburgico tra Absolutismus e Aufklärung: il pensiero e l’opera di Karl Anton von Martini (1726-1800), Milano 1999, p. 304). Per il periodo precedente si pensi ai «visitatori», nobili spagnoli vicini al sovrano e inviati nello Stato di Milano per esaminare l’operato dei funzionari italiani (cfr. F. Chabod, Usi e abusi nell’amministrazione dello Stato di Milano a mezzo del ‘500, inStudi storici in onore di Gioacchino Volpe per il suo 80° compleanno, vol. I, Firenze 1958, pp. 93-194, D. Sella, Sotto il dominio della Spagna, in D. Sella, C. Capra (edd.), Il Ducato di Milano dal 1535 al 1796, Torino 1984, p. 40, C. Porqueddu, Amministrazione centrale e amministrazioni periferiche in Lombardia tra ‘500 e ‘600, in Comunità e poteri centrali [nota 69], pp. 89-92). Per un esame della ‘visita’ fra Cinque e Settecento in tutti i territori italiani si rimanda ad A. Dani, Le visite negli Stati italiani di Antico regime, in Le Carte e la Storia, 18.1 (2012), pp. 43-62.

[73] Atti del Governo, 1817, vol. II, parte seconda, n.° 186, pp. 454-455, citata anche in A. Lorenzoni, Instituzioni del diritto pubblico interno per il Regno Lombardo-Veneto, vol. I, Padova 1835, § 45, p. 55.

[74] Sul tema cfr. F. Arese, Nobiltà e patriziato nello Stato di Milano, in S. Pizzetti (ed.), Dallo Stato di Milano alla Lombardia contemporanea, vol. I, Milano 1980, pp. 71-96; A. De Maddalena, E. Rotelli, G. Barbarisi (edd.), Economia, istituzioni, cultura nella Lombardia di Maria Teresa, vol. III, Istituzioni e società, Bologna 1983; M. Meriggi, Amministrazioni e classi sociali nel Lombardo-Veneto (1814-1848), Bologna 1983, spec. pp. 87-149; M. Bigaran (ed.),Istituzioni e borghesie locali nell’Italia liberale, Milano 1986; B. Mazohl Wallnig,Österreichischer Verwaltungstaat und administrative Eliten im Königreich Lombardo-Venetien (1815-1859), Mainz 1993; E. Tonetti,Governo austriaco e notabili sudditi. Congregazioni e Municipi nel Veneto della Restaurazione (1816-1848), Venezia 1997; L. Rossi,I ceti nobiliari europei nell’800, Napoli 1998, spec. pp. 72-75 e 147-155; G. Melis (ed.),Le Élites nella storia dell’Italia Unita, Napoli 2003; W. Heindl,Bureaucracy, Officials, and the State in the Austrian Monarchy: Stages of Change since the Eighteen Century, in Austrian History Yearbook, 37 (2006), pp. 35-57; A.G. Manca-F. Rugge (edd.), Governo rappresentativo e dirigenze amministrative (secoli XIX-XX)/Repräsentative Regierung und führende Beamte (19.-20 Jarhundert), Bologna-Berlin 2007; M. Meriggi, Gli stati italiani prima dell’Unità, Bologna 20112, spec. pp. 125-154.

[75] Così Mazhol-Wallnig, Ordinamento centrale e amministrazioni locali [nota 72], p. 33.

[76] Meriggi, Amministrazioni e classi sociali [nota 72], p. 102.

[77] Sul punto si rimanda a C. Mozzarelli, Il modello del pubblico impiegato nel Lombardo-Veneto della Restaurazione, in F. Valsecchi-A. Wandruzka (edd.), Austria e province italiane 1815-1918. Potere centrale e amministrazioni locali, Bologna 1981, pp. 279-300; W. Heindl, Gehorsame Rebellen. Bürokratie un Beamte in Österreich 1780 bis 1848, Wien 1991.

[78] Gottsmann, I rapporti politici e istituzionali [nota 69], p. 166.

[79] Sul De Pagave (1776-1833) cfr. ASMi, Uffici e Tribunali Regj, parte moderna, cart. 594; Meriggi, Amministrazioni e classi sociali [nota 72], pp. 105-106; Rossi, Il cattivo funzionario [nota 14], pp. 32 e 212.