Giuristi (e) senatori nella Casale dei Gonzaga

Marzia Lucchesi

Università degli Studi di Pavia

mlchs@unipv.it

Abstract: Il saggio getta luce sul variegato rapporto fra la città di Casale e l’Università di Pavia quale luogo privilegiato di studi giuridici dell’élite monferrina nel corso del XIV e del XV secolo. Al rientro in patria, il bagaglio di nozioni apprese a Pavia consente a non pochi di costoro di aspirare alle massime cariche dello stato, tra le quali vi è quella di senatore presso il Senato di Monferrato e ad alcuni di ottenere anche l’incarico di presidente “senatus Montisferrati”. In questo modo, il saggio dà conto del circuito vitalissimo che intercorre fra il polo del Senato di Casale e quello di una scienza giuridica dotata di caratteristiche sue peculiari che non sembra fuor di luogo definire ‘casalese’.

Parole chiave: Casale, Pavia, Monferrato, Senato, Università

Sommario: 1. Casale a volo d’uccello2. Casale/Pavia3. La scienza giuridica ‘casalese’3.1. L’amor di patria3.2. L’ambiente cortigiano e accademico4. Il Senato di Casale e la scienza giuridica ‘casalese’5. L’Accademia degli illustrati: ovvero il sole e la luna.

1. Casale a volo d’uccello.

“Voi mi chiedete ch’io vi mandi il ritratto della mia patria: eccolo tutto figurato in un guscio di noce. Casale è posto nel piano in forma circolare, con un giro d’un miglio, tanto vicino al Po che il sente fra carne e pelle. Ha cinta la fronte d’una ricca corona di verdi colli dove albergano Cerere e Bacco, l’uno versando dalla cima divinissimo nettare, l’altra spargendo a’ piedi saporitissima ambrosia. È fornita di sicurissime mura, d’un bellissimo castello, di riguardevoli chiese, di divoti monasteri, di magnifiche case, d’una virtuosa Academia e d’un giustissimo Senato”.

Con queste parole Stefano Guazzo, esponente di spicco dell’élite intellettuale cortigiana e accademica monferrina cinquecentesca, descrive un’immagine. È il ritratto “per carta” della sua città, Casale, raccontato in una lettera[1].

Eccola dunque Casale, tutta racchiusa in un guscio di noce.

In questa Casale a volo d’uccello che si dispiega dall’alto e che si offre alla nostra immaginazione, scorgiamo tra i tetti delle chiese e dei monasteri e delle “magnifiche case” un nobile e possente edificio : il “giustissimo senato” di antica memoria.

Le origini del marchionalis senatus risalgono in effetti ad una curia feudalis attiva intorno alla fine del XIII secolo, formata da un ristretto consesso di nobili e di giuristi preposto ad assistere il marchese del Monferrato nelle sue funzioni di governo sul piano consultivo e amministrativo, ed in misura sempre più incisiva, su quello giudiziario[2].

Esula da questa sede esaminare l’ampio ventaglio di competenze e di funzioni spettanti al Senato di Casale già illustrate in alcuni fondamentali studi. Ciò che invece ci si propone qui è di dar conto brevemente del milieu da cui provengono i membri del “giustissimo senato” e della cultura giuridica di cui gli stessi dovevano essere forniti. A questo proposito giova rammentare che i senatori casalesi sono quasi tutti di nobile origine monferrina ed in percentuale non trascurabile anche mantovana[3].

Essere gentiluomini però non basta per diventare senatori.

Il carico di competenze spettanti al Senato richiede difatti un’adeguata professionalità fondata su un ricco bagaglio di nozioni giuridiche. Pertanto i senatori devono essere dottori giurisperiti. A questo proposito uno sguardo se pur sommario alla storia di questo supremo organo di giustizia ci conferma che di regola, soprattutto la presidenza del Senato fu “appannaggio dei giuristi monferrini”[4].

2. Casale/Pavia.

Su questo articolato sfondo si definisce e si consolida nell’arco del XVI secolo il rapporto fra la città di Casale e l’Università di Pavia quale luogo di studio per la quasi totalità dell’élite monferrina. Anche altre prestigiose Università, in particolare Bologna come si avrà modo di vedere, si profilano all’orizzonte del Monferrato. Ma Pavia sembra imporsi su tutte con un netto distacco nelle preferenze degli studenti casalesi[5].

Centro del pensiero giuridico della Lombardia visconteo-sforzesca, lo Studio ticinese produce “doctores clarissimi” ma anche e soprattutto uomini “giuridicamente preparati al funzionamento degli organi dell’amministrazione centrale”.

“fucina e…strumento per la formazione…di tutti gli officiales dominorum”[6], per tutto il ‘400 e il ‘500 Pavia funziona dunque da “buon trampolino di lancio per future carriere”[7]. A Pavia studiano non pochi casalesi. A cominciare dai giovani rampolli della famiglia Natta, nobile stirpe tutta consacrata agli studi di giurisprudenza e alla patria monferrina. A Pavia si addottora Giorgio Natta, figlio di Enrietto, esperto giureconsulto che veste anche i panni di fidato consigliere dei Paleologi[8].

“Sotto gli auspizi (…) di un tanto padre”, Giorgio Natta intraprende a Pavia la carriera di giureconsulto che lo porterà nel 1472 a salire in cattedra e ad insegnare con successo la materia del Sesto e delle Clementine insieme ad illustri colleghi quali Stefano Costa e Matteo Corte. Oltre a insegnare a Pavia, Natta assolve all’incarico di consigliere dei Paleologi insieme a Giovanni Grosso, altro personaggio di patria monferrina che studia e si addottora a Pavia[9]. Ed anche si adopera, sul piano per così dire internazionale, quale ambasciatore dei marchesi di Monferrato in delicate missioni a Milano presso la corte degli Sforza e a Roma presso il pontefice Innocenzo VIII.

La casata dei Natta vanta parecchi senatori. Si può dire che quasi ogni generazione di questa nobile famiglia dia il suo contributo per il bene del magnificus senatus casalensis. Senatori a Casale sono difatti il bisnipote di Giorgio, Girolamo e il figlio di costui Vincenzo. Quest’ultimo, “genio disinvolto, lo spirito tutto zelo al servizio del principe”, fu innalzato nel 1656 all’incarico di Presidente del Senato di Monferrato[10].

Scorrendo l’albero genealogico dei Natta ci si imbatte nel nome di un altro giurista: Marco Antonio Natta, che a Pavia studia sotto la guida delle due “columnae iuris “: Giasone del Maino e Filippo Decio e che a Pavia insegna diritto civile[11]. Giurista di alacre impegno, Marco Antonio oltre ai panni di professore veste quelli di giudice presso la Ruota di Mantova e di Genova e di senatore a Casale[12]. Di lui il Panziroli scrive che “semper caelebs fuit”. In effetti, Marco Antonio non si sposò nè ebbe figli di modo che furono altri rami della famiglia a fare da vivaio al prestigioso Senato di Casale o a quello di Mantova[13].

È il caso, ad esempio, di quello fecondo che discende da Annibale Natta e che dà molti frutti fra i quali spicca Carlo Natta, che fu presidente tanto del Senato mantovano quanto, nel 1657, di quello casalese[14].

Negli anni in cui Giorgio Natta insegna il Sesto e le Clementine a Pavia, un altro giovane rampollo monferrino si licenzia e si addottora in canonico presso lo Studio ticinese. Si tratta di Benvenuto da San Giorgio dei conti di Biandrate[15]. Per costui, gli studi pavesi costituiscono senz’altro il trampolino di lancio di una importante carriera svolta in qualità di presidente del Senato di Casale nel 1500, di ambasciatore del marchese Bonifacio Paleologo e di reggente del Monferrato[16].

La scelta di Pavia quale sede accademica preferita dagli studenti monferrini trova ulteriore conferma in merito ad un altro giureconsulto: Giovanni Pietro Sordi, che nello Studio ticinese si addottora. Anche per Sordi, gli studi pavesi costituiscono una buona base per l’avvìo di un articolato cursus honorum che conduce il Sordi dapprima ad esercitare la pratica legale a Casale. Poi a diventare avvocato fiscale e da ultimo a svolgere l’incarico di senatore prima a Casale e poi a Mantova e infine nuovamente a Casale ove Sordi è eletto presidente del Senato nel 1595[17].

A Pavia, negli anni a cavaliere fra il ‘500 e il ‘600, anche Annibale Roero, il celebre autore del Lo scolare, si dedica agli studi di diritto. Il canonico Gioseffantonio Morano, autore nel ‘700 di un Catalogo degli scrittori di Casale annovera il Roero fra i senatori di Casale ma è notizia quanto mai incerta questa dello storico casalese[18].

Per quanto riguarda Rolando Dalla Valle, il rapporto con Pavia non sembra essere del tutto infondato. La frequentazione dello Studio ticinese da parte di Rolando intorno al secondo decennio del ‘500 si basa su indizi “labili ma non del tutto insussistenti”[19]. Il titolo dottorale Rolando lo consegue peraltro a Bologna. Più precisamente, a Bologna Rolandus de Valle si laurea in utroque iure il 22 di maggio del 1528[20] E a Bologna lo studente monferrino segue i corsi di Carlo Ruini, celebre e celebrato “maestro del mos italicus e della metodologia consiliare”[21].

Le cariche attribuite a Rolando in patria sono tutte ragguardevoli grazie anche ai suoi preziosi servigi resi in qualità di fedele servitore dei Paleologi e dei Gonzaga. Basti ricordare quella di conservatore generale degli ebrei di Casale e del Monferrato, di consigliere e senatore a Casale ed infine la nomina a “praeses senatus Montisferrati” nel 1567[22]. La carica più prestigiosa di tutto lo Stato che gli consente di migliorare ulteriormente la propria posizione socio-economica e di accumulare un cospicuo patrimonio[23].

Anche per Francesco Beccio, altro rampollo della nobiltà casalese, la presenza a Pavia in qualità di studente di leggi è solo ipotizzabile. Mentre la laurea, come già Rolando Dalla Valle, Beccio la ottiene a Bologna il 13 aprile 1542[24]. Una serie di circostanze sfortunate legate ai turbinosi eventi degli anni ’60 condizionerà, come vedremo, non poco le sorti di questo giurista monferrino la cui travagliata esperienza umana e professionale risulta spesa su due fronti: Casale, ove il doctor si adopera in veste soprattutto di senatore, e la Francia ove Beccio dà prova di grande perizia in qualità di ambasciatore dei Gonzaga[25].

Studente a Bologna ove si laurea, docente a Pavia di ius civile e Istituzioni nel terzo decennio del ‘500 e infine senatore, non a Casale bensì a Milano, è invece Nicolò Bellone, figlio di Francesco Bellone consigliere, quest’ultimo, fidatissimo dei marchesi Paleologi, a sua volta caduto in disgrazia e condannato dagli stessi marchesi alla decapitazione[26].

Queste brevi notazioni inerenti al profilo biografico dei più illustri giuristi casalesi evidenziano dunque la spiccata preferenza degli studenti monferrini nei confronti dello Studio ticinese.

Peraltro, è opportuno sottolineare che anche se l’aspirazione personale del futuro doctor non è quella di fare il senatore, la laureain utroque iure conseguita a Pavia consente a chi vanta nobili ascendenze di esercitare in città le forme ‘alte’ della professione legale[27].

A questo proposito, le carte casalesi conservano il ricordo di giureconsulti e legali come Francesco Pugiella e Giovanni Agostino Guazzo, “parente” quest’ultimo di Stefano[28].

Il titolo dottorale conseguito nello Studio ticinese offre anche altri sbocchi differenziati: Bernardino Guazzo, ad esempio, lontano antenato di Stefano, spende la sua laurea pavese per fare il podestà a Pavia[29].

Per tutto il corso del ‘500 Pavia resta dunque un saldo approdo nel “composito sistema educativo lombardo d’età spagnola”. Un sistema che gode di ottima fama nel vicino Monferrato. Prova ne è il fatto che un personaggio di spicco quale Annibale Guasco, letterato e accademico casalese, studia diritto a Pavia, e poi vi fa ritorno verso il 1580 con tutta la famiglia per impartire ai figli una educazione migliore[30].

3. La scienza giuridica ‘casalese’.

Il bagaglio di nozioni apprese a Pavia consente di maturare nel tempo una solida preparazione dottrinale. Qualche esempio illustra meglio questa affermazione.

È il caso di Giorgio Natta di cui poc’anzi si parlava. Nel breve periodo in cui insegna a Pavia, Natta si impone quale docente canonista di maggior prestigio della facoltà giuridica pavese. Durante il suo magistero pavese, il giureconsulto monferrino sarebbe incorso in un curioso incidente. Scrive a questo proposito Prelini che “imputato di aver fatto trattative coi parmigiani per trasferire ivi lo Studio di Pavia”, Natta fu sottoposto a processo e poi assolto. In seguito egli avrebbe abbandonato l’insegnamento “disgustato” dall’ambiente accademico pavese ritirandosi a vivere ad Asti ove sarebbe morto verso il 1495[31].

Se la fondatezza di questa vicenda è tutta da accertare, vero è che a Pavia Natta è titolare, come si è già detto, della lettura al Sesto e alle Clementine insieme a Stefano Costa e a Matteo Corte. In veste di docente Natta scrive alcune Repetitiones al Sesto e alle Clementine stampate a Pavia[32] e partecipa attivamente alle promozioni. Sono numerosi gli strumenti che attestano la presenza del doctor alle cerimonie di laurea che si svolgono presso l’Università legista. Merita in particolare di essere ricordata la promozione di Giasone del Maino.

Il 5 maggio 1472 Giasone si licenzia e si addottora in utroque iure. Secondo l’uso pavese, il giorno prima il candidato viene presentato al vicecancelliere in iure canonico da alcuni spectabiles et famoxissimi dottori tra i quali compare Giorgio Natta. Come è stato osservato, “la presentazione a mezzo dei propri professori era costume che risaliva può dirsi, alla fondazione dell’Università pavese, e gli studenti avevano perseverato nel richiederla, perchè la consideravano, com’era realmente, una dimostrazione dei vincoli di gratitudine e di affetto che li legavano a coloro ai quali dovevano il pane della scienza”[33]].

Due anni dopo, nell’agosto del 1474 Natta partecipa in veste di promotor alla laurea di un altro personaggio di spicco. Si tratta dello studente fiammingo Paul de Baenst che oltre ad essere rettore dell’Università ticinese è anche in stretti rapporti di amicizia con l’umanista tedesco Rudolf Agricola. Una circostanza, quest’ultima di non poca importanza che dà motivo di credere che a Pavia le lezioni di Natta fossero seguite con particolare attenzione da studenti legati al circolo umanistico di Agricola[34]. Nel clima pavese di apertura alle istanze umanistiche trova spazio la passione per gli studi storici coltivata da Benvenuto da San Giorgio il quale, come si è già detto, si laurea in canonico a Pavia sotto la guida di Giorgio Natta.

“Uom piuttosto di toga che di stato” Benvenuto San Giorgio è difatti l’autore di una celebre ed eruditissima Storia del Monferrato[35].

A Pavia, insegna diritto civile Marco Antonio Natta, il nipote di Giorgio Natta di cui si accennava in precedenza. Il sapere giuridico di questo giurista casalese riflette “quella coesistenza(…)quella mescolanza indistinta” dei caratteri propri della giurisprudenza medievale e di quelli legati alla cultura umanistica che contraddistingue la personalità di Giasone del Maino, suo maestro[36].

In effetti, la preparazione di Marco Antonio Natta è in primo luogo quella di un giurista che ha solide conoscenze in ogni ramo del diritto, la cui produzione è perfettamente in linea con il fenomeno della prammatizzazione che caratterizza lo sviluppo della scienza giuridica di fine ‘400[37].

In questa direzione, la perizia tecnica del doctor monferrino si esprime in ricchissime raccolte di consilia, più di 600 stampati a Venezia, e in dense additiones ai consigli del Tartagna[38]. Spunti legati alla tradizione umanistica affiorano invece in un’opera del Natta di taglio filosofico pubblicata a Pavia nel 1533, il De pulcro, dedicata al tema della bellezza e dell’amore[39]. La produzione di Marco Antonio Natta riflette però anche da vicino il clima letterario pavese dei decenni centrali del ‘500, caratterizzato dalla attiva presenza delle Accademie cittadine. A questo riguardo, un esempio concreto è fornito dalla raccolta di lodi e di composizioni d’occasione, stampata sotto il titolo di Orationes che rappresentano un nutrito carnet di quegli argomenti sui quali i sodali accademici pavesi amavano conversare[40].

Come Natta ed altri personaggi dell’élite monferrina, anche Rolando Dalla Valle interpreta ai massimi livelli il pragmatismo di età cinquecentesca. Ciò trova conferma nei 400 consigli nei quali Rolando dimostra di saper “esercitare la sua perizia e le sue capacità di approfondimento dottrinale in ordine a qualsiasi aspetto dello studio del diritto”. La stessa padronanza è esercitata da Rolando nei due Trattati di cui è autore: il primo dedicato alla materia del lucro dotale; il secondo alla materia successoria[41].

Simile per certi versi al profilo biografico di Rolando Dalla Valle è quello di Giovanni Pietro Sordi. Come Rolando anche Sordi è giurista ‘a tutto campo’ oltre che presidente del Senato di Casale. A Pavia però Sordi studia per certo e si addottora. La sua produzione dottrinale appartiene al genere letterario sempre più frequentato dai giuristi cinquecenteschi. Giovanni Pietro Sordi è difatti autore di un’amplissima raccolta di consigli. Inoltre Sordi risulta autore di una originale trattazione sugli alimenti[42].

Vale la pena, da ultimo, concludere queste brevi considerazioni sulla cultura giuridica pavese con una riflessione di Stefano Guazzo.

In una lettera inviata sul finire del ‘500 a certo Lodovico Maccetto, scolaro di leggi presso lo Studio ticinese, Stefano Guazzo è perfettamente al corrente del modus studendi a Pavia. Di qui l’invito rivolto al giovane studente a dedicarsi allo “studio nelle leggi, dal quale ne può aspettare accrescimento di gloria”. Ma la “esorto”, sottolinea Guazzo, “ad invaghirsi più del sentimento, che delle parole de’ chiosatori, acciochè con l’impressione delle loro barbare, ed istomacose voci, et locutioni, non si venga a distruggere nelle mente di Vostra Signoria la bellissima forma della romana favella”[43].

Il suggerimento di Guazzo anticipa di poco l’esortazione analoga rivolta da Annibale Roero ne Lo scolare[44]. In quest’opera- che in parte è un “vero e proprio testo di galateo”, in parte è “un libro di istruzioni per il buon uso dell’università di Pavia”- Roero oltre a spiegare il modo di condursi del perfetto studente universitario, indica anche i testi sui quali studiare e i corsi da seguire[45].

In questo contesto, si inquadra il consiglio a studiare il diritto mediante l’ausilio della storia e delle discipline comprese negli studia humanitatis e a concentrarsi sulle fonti, sui “puri testi” del diritto romano secondo la metodologia della scuola culta di cui a Pavia si conservava vivo il ricordo[46].

Se l’Università di Pavia guida le preferenze degli studenti casalesi, ad incalzare subito dietro vi è quella di Bologna.

A Bologna, soprattutto l’insegnamento di Carlo Ruini suscita grande interesse fra i giovani casalesi che in gran numero accorrono ad ascoltarlo. Il ricordo di Ruini quale praeceptor e dominus affiora a più riprese nelle opere di Rolando come in quelle di Nicolò Bellone[47]. La metodologia consiliare che Ruini impiega ad altissimo livello è appresa e messa a frutto dal Bellone in una settantina circa di consigli in materia per lo più civilistica scritti nel corso dei suoi continui spostamenti fra l’Italia e la Francia, nelle città ove il doctor ottiene la cattedra, vale a dire Pavia, Valence, Piacenza e Dole[48]. L’altisonante nome di Carlo Ruini fa da trait d’union fra Casale e Bologna anche per un altro casalese destinato in breve a reggere con successo la cattedra civilistica non a Pavia, bensì a Bologna e a Pisa: Giovanni Crotti. Racconta a questo proposito il Tiraboschi che a Bologna Crotti e Ruini rivaleggiavano fra loro ma Ruini aveva sempre la meglio[49].

Sulla scorta di queste notazioni è possibile dunque affermare che la cultura dei giuristi casalesi rispecchia nelle sue linee di fondo l’evoluzione della scienza giuridica dell’epoca. Con una importante precisazione: i giuristi casalesi non sono gli interpreti passivi di questa cultura.

Una volta tornati in patria, il sapere giuridico appreso a Pavia come a Bologna viene rielaborato, metabolizzato in modo da essere utilizzato appieno su due fronti: il primo circoscritto alla piccola corte del Monferrato. Il secondo, di più ampio respiro, che coincide con la ribalta internazionale.

È della massima importanza sottolineare che questo operare su due fronti non si traduce in una rigida definizione di ruoli tale da imporre al doctor l’obbligo di vestire panni diversi a seconda dell’occasione: quelli del giurista consulente, del fidato consigliere, del saggio ambasciatore, del solerte senatore e del supremo “praeses senatus Montisferrati”. Al contrario, i panni sono sempre gli stessi.

In effetti, ciò che maggiormente colpisce nel profilo biografico di ciascun giurista casalese è la capacità di conciliare ruoli diversi. Si pensi, ad esempio, a Rolando Dalla Valle, una figura complessa la cui poliedricità è suggellata dalla capacità di essere al tempo stesso giurista consulente, fedele consigliere dinastico oltre che presidente del Senato di Monferrato[50]. Lo stesso si può dire per gli altri dottori di cui si è parlato.

Ciò che dunque risulta con evidenza è che tutti i giuristi casalesi, (eccetto Crotti che con la sua terra natìa taglia i ponti per costruirsi altrove una carriera di docente), si presentano sulla scena come doctores a due dimensioni: capaci di operare sulla ribalta della piccola patria come su quella internazionale.

Nel solco di queste considerazioni non sembra dunque infondato parlare con riferimento alla schiera di questi giuristi, di un preciso orientamento di pensiero, di una scienza giuridica dotata di caratteristiche sue peculiari, capace di un autonomo sviluppo per tutto il corso del Cinquecento che non sembra errato definire ‘casalese’.

3.1. L’amor di patria.

A questo proposito è opportuno approfondire quest’ultima affermazione sulla base di due ordini di idee: il primo riguardante il fortissimo legame che unisce i giuristi casalesi alla loro terra. Il secondo, l’ambiente cortigiano e accademico di Casale.

L’amor di patria è un motivo ricorrente nelle conversazioni fra gentiluomini del Monferrato.

Nella dedica a Isabella di Gonzaga, marchesa di Pescara, che introduce la raccolta delle Lettere di diversi gentiluomini, Stefano Guazzo confessa che l’idea di raccoglier lettere gli viene tutta dall’amor della patria, un amore sofferto, messo a dura prova “dalle lunghe e continove guerre passate” che hanno “oppresso il bel terreno del Monferrato”[51].

Scopo dell’opera del letterato monferrino è dunque quello di “esaltare la patria”. In questa prospettiva, non è difficile scorgere nell’identità storica, geografica e culturale del Monferrato il filo che tiene unite tutte le lettere dei gentiluomini come perle di una lunghissima collana. Un altro esempio, in tema di amor di patria è offerto dalle lettere che Beccio scrive da Parigi ove si trova in veste di ambasciatore dei Paleologi e dei Gonzaga. Lettere oggi conservate presso l’Archivio di Stato di Mantova.

Sono anni turbinosi quelli che coinvolgono Beccio nella sua delicatissima missione diplomatica.

Come è noto, il Monferrato è al centro di un’aspra contesa fra gli spagnoli e i francesi. Casale che fin dall’insediamento di Federico Gonzaga è presidiata dagli spagnoli, viene occupata nel 1554 dalle truppe francesi che vi restano fino al 1559, anno in cui la pace di Cateau-Cambresis riassegnerà, questa volta definitivamente, il Monferrato ai Gonzaga.

Negli anni dell’occupazione francese, Beccio si prodiga nel gestire gli interessi dei Gonzaga in terra di Francia. “se le cose vanno tanto in lungo”, scrive quest’ultimo da Parigi, “la malvagità dei tristi tempi, le vane promesse che ci sono state fatte et il difficile negoziar di questa corte il causano”. Ciò malgrado, Beccio non dubita che “le cose di sua eccellenza anderanno a buon camino”[52].

Nella primavera del ’59 quando la pace che restituirà il Monferrato ai Gonzaga è ormai prossima, Beccio non nasconde il desiderio di tornare “a casa mia co’ mia moglie e figli”, poichè non avendo “sposato la Franza (…) non dimando che vostra eccellenza mi ci lasci, anzi la prego che me ne levi”.

“In caso” poi, suggerisce il solerte diplomatico, “che a sua eccellenza piacesse di levarmi di qui (…) disidrerei di aver un luogo di senator nella patria mia”[53].

Nel giugno del 1564 Guglielmo Gonzaga accorda a Beccio la tanto sospirata licenza che gli consente di far rientro in Italia, anche perchè in Francia si sta diffondendo la peste. Sicchè Beccio, che nel contempo si è ammalato e dispone di poche finanze, scrive da Parigi manifestando il desiderio di poter “vivere anche un poco di tempo nell’aria natìa”[54].

3.2. L’ambiente cortigiano e accademico.

In mezzo a tanti sconvolgimenti e nel girotondo delle alleanze politiche e militari che coinvolgono anche il Monferrato, a Casale non si spegne la voglia del viver bene. Anzi, i decenni centrali del ‘500 segnano forse l’apice di una irripetibile stagione culturale caratterizzata soprattutto dall’esperienza delle accademie[55].

Nella cerchia di coloro che fanno parte dell’Accademia degli Illustrati animata da Stefano Guazzo si distingue il meglio del patriziato monferrino. Di questa élite fanno parte schiere di dotti e di letterati, di giuristi -gli stessi che hanno studiato a Pavia e che a Pavia hanno appreso il gusto delle frequentazioni accademiche- di medici, di poeti e di funzionari.

Come è noto, il tema centrale e ricorrente fra i sodali Illustrati è quello del dialogo e del ragionamento che è proprio della Civil conversazione di Stefano Guazzo[56]. L’arte del ragionare, applicata ai temi cortigiani, conduce gli Illustrati ad approfondire tecniche comunicative valide sul fronte filosofico-teorico ma ancor più utili nel rapporto quotidiano della vita sociale.

Se a questo punto si tirano le fila del discorso non è difficile ravvisare nel sentimento di amore patrio come nei fermenti culturali che agitano l’ambiente delle accademie cittadine, i tratti peculiari che nel corso del Cinquecento rafforzano sempre di più la fisionomia di quella scienza giuridica che si è appena etichettata come ‘casalese’.

4. Il Senato di Casale e la scienza giuridica ‘casalese’.

È opportuno da ultimo svolgere alcune riflessioni sul rapporto intercorrente fra codesta scienza e il Senato di Casale. Riflessioni che consentono anche e soprattutto di cogliere al vivo l’effettivo dispiegarsi dei doctores casalenses.

A questo proposito, il primo dato che si offre alla nostra attenzione riguarda l’orbita entro la quale opera la scienza giuridica casalese che è quella del Senato. Ciò risulta con evidenza se solo si considera che tutti i giuristi menzionati -eccetto Crotti- sono senatori. A Milano come Francesco Bellone, oppure a Mantova e a Casale o solo a Casale.

È dunque un circuito vitalissimo quello che intercorre fra il polo del Senato di Casale e quello della scienza giuridica ‘casalese’. Un circuito nel quale il Senato funziona da motore e la scienza giuridica casalese da cinghia di trasmissione. E proprio in veste di senatore il giurista casalese dà il meglio di sè in termini di eccellenza sociale e soprattutto di carriera. Giova a questo proposito ricordare che il Senato di Casale è il “corpo mistico del principe”[57].

Non è però la logica del denaro ad attivare il circuito fra Senato e scienza giuridica ‘casalese’, bensì quel sentimento di amor di patria di cui si ragionava. Sentimento che sul piano istituzionale si traduce nel duplice compito al quale si sente chiamato ogni gentiluomo di Casale: servire fedelmente il sovrano e al tempo stesso servire la patria.

Un impegno difficile, specie in relazione ai drammatici eventi degli anni ’60 culminati con la congiura casalese duramente soffocata da Guglielmo Gonzaga. Eppure, è un compito che i giuristi casalesi adempiono con tenacia sfruttando appieno il ricco bagaglio di scienza appresa a scuola e sfoderando quell’arte di ragionare che è il distillato del sapere accademico.

Nel corso dei turbinosi eventi che segnano il definitivo consolidamento dell’egemonia gonzaghesca, solo uno strenuo esercizio del ragionamento consente al più difficile dei dialoghi di non interrompersi. Il valore della parola, della verità raggiunta attraverso il confronto delle opposte opinioni sono gli strumenti di cui si serve Rolando Dalla Valle nel difficilissimo impegno di persuadere i suoi concittadini alla sottomissione e che alla fine innalzeranno Rolando al prestigioso incarico di “praeses senatus Montisferrati”.

Mettendo a frutto la sua perizia di consulente, Rolando fornisce al duca Guglielmo “argomentazioni decisive e, soprattutto, fondate su principi giuridici con le quali provare il totale e assoluto possesso della giurisdizione di Casale e del Monferrato”. Questa presa di posizione non impedisce però al giureconsulto di operare anche una ponderata considerazione delle “effettive ragioni dei casalesi”[58]. Escluso che il comportamento di Rolando possa ascriversi tout court ad una logica di asservimento al potere e di oculata gestione degli interessi patrimoniali di famiglia, è verosimile invece ipotizzare che la sua strategia rispecchi proprio quel duplice impegno di servire il sovrano e servire la patria. Dunque, forte sentimento di ambizione coronato dal risultato di presiedere il “corpo mistico del principe”, ma anche tentativo di mantenere aperto il dialogo fra principe e cittadinanza quale presupposto per una futura riconciliazione, al fine anche di salvaguardare “almeno una parte della migliore eredità lasciata dalla civiltà cittadina al tramonto”[59].

Questi stessi orientamenti guidano l’agire di Francesco Beccio. Il doctor casalese vive con apprensione i drammatici eventi che squassano il piccolo ducato del Monferrato. Parigi, ove Beccio si trova in qualità di ambasciatore dei Gonzaga, è un osservatorio privilegiato che dà modo di intercettare macchinazioni contro i suoi signori.

È il caso, ad esempio, di Lorenzo Silvano, “patrizio di Casale e dottore d’ambe leggi”- giurista di vaglia, presidente del Senato di Casale, professore di “ragion civile” a Padova e a Ferrara, autore di una trattazione sui feudi oltre che di vari consigli e ripetizioni[60] – il quale, scrive Beccio in una lettera inviata ai Gonzaga, “insieme ad altri maligni di quella città all’occupazione che ne fece il Re” – Casale come si è già detto viene occupata dai francesi nel 1554- “presa quella occasione andarono seminando che grande obbligo si doveva a chi aveva levato quella città dalle mani di loro eccellenze (…) mani di tiranni” per porla “sotto uno Re il più benigno et buono che si trovasse”[61].

Il risultato di questa campagna denigratoria è che la città di Casale è per la maggior parte nemica ai Gonzaga.

Nella primavera del ’59 quando ormai il Monferrato sta per essere definitivamente restituito ai duchi di Mantova, Beccio si attiva a far da paciere informando coloro che in passato hanno tramato contro i Gonzaga che le loro Eccellenze “hanno deliberato di rimettere (…) tutte le passate colpe e usar ogni clemenza e benignità”[62]. Come Rolando, anche Beccio si adopera dunque per placare gli animi. Per annodare un dialogo fra i Gonzaga e la cittadinanza.

Dietro questo suo spendersi su più fronti non c’è alcun meditato disegno di carriera. Beccio il Luminoso, è questo il soprannome accademico che lo distingue dagli altri Illustrati casalesi, ha già ottenuto ciò che più gli sta a cuore: l’essere “senatore nella patria mia”.

Dietro questo suo instancabile operare vi è dunque solo l’impegno a servire fedelmente il sovrano e la patria. Un impegno che peraltro costerà assai caro allo sfortunato Beccio, il quale lungi dal ricavarne qualche vantaggio, finirà pochi anni dopo con l’essere tradotto in carcere e torturato con l’accusa di tradimento[63].

5. L’Accademia degli Illustrati: ovvero il sole e la luna.

Al termine di queste note, un’ultima considerazione riguarda la vita accademica casalese.

Come tutte le Accademie anche quella degli Illustrati di Casale ha la sua impresa rappresentata dal sole nascente che mette in fuga il buio della notte. Non è difficile ravvisare nel sole che sorge l’Accademia stessa degli Illustrati, che con il suo sapere vince l’ignoranza.

Dopo aver brillato a lungo nel firmamento monferrino, intorno alla fine del ‘500 negli ultimi anni del dominio di Guglielmo Gonzaga, la vita accademica casalese inizia a dar segni di stanchezza. È allora che strani prodigi accadono nel cielo.

Il sole rallenta sempre più la sua corsa offuscato dalle tenebre che non riesce più a dissipare. Guazzo, preoccupato, si rivolge al duca Vincenzo chiedendo che l’Accademia abbia tosto a rischiararsi. L’intervento del duca sembra essere risolutivo. In effetti, il sole torna nuovamente a dardeggiare alto nel cielo. Il che coincide, non a caso, con la scarcerazione del luminoso Beccio, il quale può così riprendere le sue frequentazioni accademiche.

Tra la fine del ‘500 e il primo decennio del ‘600, nuovi sodali animano le adunanze. Tra questi si distinguono in particolare i due conti Carlo e Federico Natta, letterati e cavalieri oltre a Traiano Guiscardi, giurista di nobili ascendenze casalesi preposto all’importante incarico di Gran Cancelliere del Monferrato[64].

Artefice di questo generale clima di rasserenamento è con ogni probabilità il Duca Vincenzo I.

Dedito al fasto e largo nello spendere il duca elargisce all’accademia consistenti privilegi che permettono a quest’ultima di celebrare lo sfarzo della corte gonzaghesca fino alla morte del duca stesso avvenuta nel febbraio del 1612. Poi tutto cambia. Cala il sipario sulla corte come sull’età d’oro del ‘500. Sperperi e manie di grandezza del duca concentrate nella costruzione della poderosa cittadella bastionata, spingono il piccolo Monferrato sul baratro del tracollo finanziario.

Nel 1593 muore Stefano Guazzo. Pochi anni dopo, Francesco Beccio.

“Così in breve tempo mancarono i due gran luminari: dopo il Guazzo, anche Beccio: dopo il sole si è spenta la luna dell’Accademia!”. Con questi versi gli Accademici ne piangono la morte[65].

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[1] M. L. Doglio, Stefano Guazzo «segretario di lettere»:dalla raccolta Monferrato al proprio «libro d’autore», in Stefano Guazzo e Casale Cinque e Seicento, Atti del Convegno di studi nel quarto centenario della morte, Casale Monferrato, 22-23 ottobre 1993, Roma 1997, pp. 287-308, pp.293-294

[2] C. Ricca, Note sulle vicende del Senato di Casale in particolare durante la dominazione Sabauda (1708-30), in «Rivista di storia arte archeologia per le province di Alessandria e Asti» (1986), pp. 21- 44; A. Lupano, Le Sénat de Casal, in Les Sénats de la Maison de Savoie (Ancien régime-Restauration) I Senati sabaudi fra antico regime e restaurazione, G. S. Pene Vidari (ed), Torino 2001, pp.133-150; E. Mongiano, «Una fortezza quasi inespugnabile». Note sulle istituzioni del Monferrato durante il ducato di Vincenzo I Gonzaga, in «Rivista di storia arte archeologia per le province di Alessandria e Asti» (1992), pp. 107-128, pp.115-119; B. A. Raviola, Il Monferrato gonzaghesco Istituzioni ed élites di un microcosmo (1536-1708), Firenze 2003, pp. 151-158.

[3] Ricca, Note, (nota 2), pp. 26, 30-31; Raviola, Il Monferrato, (nota 2), pp. 156-158. Il presente contributo riguarda il rapporto tra giuristi di Casale e Università di Pavia: si è pertanto ritenuto di omettere la bibliografia relativa al Senato di Casale, se non per i riferimenti all’oggetto della ricerca.

[4] C. Rosso, Un microcosmo padano: note sul Monferrato dall’età di Guazzo all’annessione sabauda, in Stefano Guazzo, (nota 1), pp.103-129, p.107 nt. 12.

[5] Ivi, pp. 113-114; A. Lupano, E. Genta, Giovanni Pietro Sordi e il suo Consilium sull’eredità del Ducato di Veragua, in Atti del Congresso internazionale Colombiano “Cristoforo Colombo il Piemonte e la scoperta del Venezuela, Torino 27 marzo 1999-Cuccaro Monferrato 28 marzo 1999, Cuccaro 2001, pp. 161-170, pp. 162-163.

[6] G. P. Massetto, La cultura giuridica civilistica, in Storia di Pavia, III,Dal libero comune alla fine del principato indipendente 1024-1535, II, La battaglia di Pavia del 24 febbraio 1525 nella storia, nella letteratura e nell’arte Università e cultura, Milano, 1990 pp. 475-531, p. 513.

[7] A. Sottili, Lauree pavesi nella seconda metà del ‘400, II (1476-1490), in Fonti e studi per la storia dell’Università di Pavia, 29, Milano 1998, p. XV.

[8] C. Tenivelli, Biografia piemontese, Torino,1785, pp. 67-68, 75; G. Morano,Catalogo degli illustri scrittori di Casale e di tutto il Monferrato, Bologna 1976, p. 71; E. Dezza, Natta, Giorgio, in Dizionario biografico dei giuristi italiani (XII-XX secolo), II, Bologna 2013, p. 1413.

[9] M. Lucchesi, Ludus est crimen? Diritto, gioco, cultura umanistica nell’opera di Stefano Costa, canonista pavese del Quattrocento, in Fonti e studi per la storia dell’Università di Pavia, 43. Milano 2005, pp. 25, 204.

[10] Tenivelli, Biografia, (nota 8), p.70; C. Dionisotti, Storia della magistratura piemontese, II, Torino 1881, p. 447.

[11] Prelini, Memorie e documenti per la storia dell’Università di Pavia e degli uomini più illustri che v’insegnarono, I, Serie cronologica dei professori dell’Università di Pavia dall’anno 1362 al 1752, Pavia 1877-78 (rist. anast. Bologna 1970), p.73.

[12] Tenivelli, Biografia, (nota 8), p. 78; G. Tiraboschi, Storia della letteratura italiana, VI, p.II, Milano 1824, pp. 1091-1092; Morano, Catalogo, (nota 8), pp. 72-74.

[13] G. Panciroli, De claris legum interpretibus, Venetiis 1637, pp. 291-292.

[14] Dionisotti, Storia, (nota 10), p. 448.

[15] A. Sottili, Lauree pavesi nella seconda metà del ‘400, I (1450-1475), in Fonti e studi per la storia dell’Università di Pavia, 25, Milano 1995 pp. 32-277, 278.

[16] Tiraboschi, Storia, (nota 12), p.1122; Dionisotti, Storia, cit., p. 443; Morano, Catalogo, (nota 8), p. 89.

[17] Lupano, Genta, Giovanni Pietro Sordi, (nota 5), pp. 161-170; G.P. Massetto, Sordi, Giovanni Pietro in Dizionario biografico dei giuristi italiani (XII-XX secolo), II, Bologna 2013, pp. 1893-1895.

[18] Morano, Catalogo, (nota 8), p. 88.

[19] E. Dezza, Un giurista per la società delle piccole corti, in «Archivio storico e giuridico sardo di Sassari», n.s. 2 (1995), pp. 41-66; Id., Rolando Dalla Valle (1500 c.-1575) Politica, diritto, strategie familiari nell’esperienza di un giurista casalese del Cinquecento, in «Monferrato- Arte e storia», 9 (1997), pp. 23-43, p. 27; Id., Rolando Dalla Valle e il primato della famiglia politica, attività professionale e strategie matrimoniali nell’esperienza di un giurista del Cinquecento in Seminario di studi italo-francese, Il matrimonio nei giuristi e nei poeti del Rinascimento / Le mariage chez les juristes et les poètes de la Renaissance, Università degli Studi di Verona, Facoltà di Giurisprudemnza 14-15 marzo 2008 ( in corso di stampa).

[20] M. T. Guerrini, Qui voluerit in iure promoveri… I dottori in diritto nello Studio di Bologna (1501-1796), Bologna 2005, pp.149, 477.

[21] Dezza, Rolando Dalla Valle, (nota 19), p. 28; E. Dezza, Dalla Valle, Rolando (Rolandus a Valle) in Dizionario biografico dei giuristi italiani (XII-XX secolo), I, Bologna 2013, pp.658-659:

[22] Dionisotti, Storia, (nota 10), p.444; Dezza, Un giurista, (nota 19), p. 47; Id., Rolando Dalla Valle, (nota 19), pp.36-37.

[23] Raviola, Il Monferrato, (nota 2), pp.155-157.

[24] Guerrini, Qui voluerit, (nota 20), p. 173, 931.

[25] Fernanda Torcellan Ginolino, Beccio (Becci) Francesco, in Dizionario Biografico degli Italiani, VII, Roma 1965, pp. 497-498; inoltre Morano, Catalogo, (nota 8), p.15; A. Lupano, Beccio, Francesco in Dizionario biografico dei giuristi italiani (XII-XX secolo), I, Bologna 2013, pp. 204-205.

[26] Morano, Catalogo, (nota 8), p.16; Prelini, Memorie, (nota 11), p.75; M.G.Di Renzo Villata, Belloni (Bellone), Niccolò in Dizionario biografico dei giuristi italiani (XII-XX secolo), I, Bologna 2013, pp. 210-212.

[27] M. C. Zorzoli, Alcune considerazioni sui collegi dei giuristi nella Lombardia d’antico regime, in «Annali di storia moderna e contemporanea», 7 (2001), pp. 449-475.

[28] Rosso, Un microcosmo, (nota 4), pp. 113, 119 nota 53, 399.

[29] Ivi, p.117.

[30] B. Ferrero, Il ragionamento di Annibale Guasco. Una lettera d’institutio all’ombra della Civil conversazione, in Stefano Guazzo, (nota 1), pp. 357-374, p. 358.

[31] Prelini, Memorie, (nota 11), p. 58; L. Musselli, La cultura giuridica:il diritto canonico, in Storia di Pavia, III, 2, (nota 6), p. 538.

[32] A. G. Cavagna, Libri e tipografi a Pavia nel Cinquecento. Note per la storia dell’Università e della cultura, in Fonti e studi per la storia dell’Università di Pavia, 3, Milano 1981, pp. 11-112, 237; Musselli, La cultura, (nota 31), p. 538; E. Grignani, Edizioni pavesi del secolo XV in The incunabula short title Catalogue (ISTC), in «Bollettino della Società pavese di storia patria», 53 (2001), p. 198.

[33] M. Mariani, La laurea in leggi di Giasone del Maino, in «Bollettino della Società pavese di storia patria», 3 (1903), pp. 238 e 241.

[34] Lucchesi, Ludus, (nota 9), pp. 33-47.

[35] Historia montisferrati … auctore Benevenuto de Sancto Georgio in Monumenta historiae patriae, Scriptores, III, Augustae Taurinorum 1848; Tiraboschi, Storia, (nota 12), pp. 1122-1123; Morano, Catalogo, (nota 8), pp. 89-90.

[36] Massetto, La cultura, (nota 6), p. 522.

[37] A. Cavanna, Storia del diritto moderno in Europa. Le fonti e il pensiero giuridico, 1, Milano 1982, pp.146-171.

[38] G. Sapori, Antichi testi giuridici (secoli XV-XVIII) dell’Istituto di Storia del diritto italiano, Milano 1957, p. 423 – 2075-2076; p. 601 – 2930-2931.

[39] Cavagna, Libri, (nota 32), p. 67.

[40] Cavagna, Libri, (nota 32), pp. 127-134; Morano, Catalogo, (nota 8), pp. 72-74.

[41] Dezza, Un giurista, (nota 19), pp.50-66; Id., Rolando Dalla Valle, (nota 19), pp. 37-42.

[42] Lupano, Genta, Giovanni Pietro Sordi, (nota 5), pp. 165-166.

[43] Lettere del signor Stefano Guazzo, gentilhuomo di Casale di Monferrato…, Venezia 1590, pp. 120-121.

[44] G. Vismara, Vita di studenti e studio del diritto nell’Università di Pavia alla fine del Cinquecento, in Scritti di storia giuridica, 3, Istituzioni lombarde Milano 1987, pp. 145-215

[45] M. C. Zorzoli, Università, dottori giureconsulti. L’organizzazione della “Facoltà legale” di Pavia nell’età spagnola, Padova 1986, pp. 115-136.

[46] Massetto, La cultura, (nota 6), pp. 526-527.

[47] Dezza, Rolando Dalla Valle, (nota 19), p. 28; Id., Dalla Valle, Rolando, (nota 21), p.659; M. Cavina, Ruini, Carlo in Dizionario biografico dei giuristi italiani (XII-XX secolo), II, Bologna 2013, pp.1758-1759.

[48] Tiraboschi, Storia, (nota 12), p.1076; Morano, Catalogo, (nota 8), p.16; Prelini, Memorie, (nota 11), p. 75.

[49] Tiraboschi, Storia, (nota 12), p.1045.

[50] Dezza, Rolando Dalla Valle, (nota 19), p. 42.

[51] Doglio, Stefano Guazzo, (nota 1), p. 288.

[52] Archivio di Stato di Mantova (d’ora innanzi ASM), Fondo Gonzaga, E-XV-3, lettera 19.1.1559.

[53] ASM, lettere 4. 5. 1559 e 18. 5. 1559.

[54] ASM, lettera 1. 6. 1564.

[55] Rosso, Un microcosmo, (nota 4), pp. 112-113.

[56] G. Patrizi, I «Dialoghi piacevoli» di Stefano Guazzo in Stefano Guazzo, (nota 1), pp. 273-284, p.275.

[57] Ricca, Note, (nota 2), p. 30.

[58] Dezza, Rolando Dalla Valle, (nota 19), p.35; Raviola, Il Monferrato, (nota 2), p. 67.

[59] Rosso, Un microcosmo, (nota 4), p. 122.

[60] F. Borsetti Ferranti Bolani, Historia almi Ferrariae gymnasii, Ferrariae 1735, p.160; J. Facciolati, Fasti gymnasii patavini, Padova 1757, p.166; Morano, Catalogo, (nota 8), p.93; Dionisotti, Storia, (nota 10), p. 444. E. Dezza, Lorenzo Silvano: materiali per la scheda biobibliografica di un giurista del XVI secolo (in corso di stampa per gli Studi per Mario Ascheri).

[61] ASM, lettera 24 04 1559.

[62] ASM, lettera 29.04.1559.

[63] Lupano, Genta, Giovanni Pietro Sordi, (nota 5), p. 163; Id., Beccio, Francesco, (nota 25), p. 205.

[64] Raviola, Il Monferrato, (nota 2), p. 162.

[65] F. Valerani, Le accademie di Casale nei secoli XVI e XVII, in «Rivista di storia, arte e archeologia della provincia di Alessandria», 17 (1908), pp. 343- 382, p. 348; 519-565, p. 542.