Un ‘vecchio’ noi ed un ‘nuovo’ loro. L’introduzione enciclopedica allo studio del diritto di G.D. Romagnosi

Sara Parini Vincenti

Università degli Studi di Milano

sara.parini@unimi.it

Abstract: L’apporto di Gian Domenico Romagnosi al riassetto degli studi giuridici – un percorso piuttosto lungo che lo accompagna per tutto l’arco della sua parabola scientifica e che si snoda attraverso programmi e disegni dal Piano di istruzione legale al Regolamento per gli studi Pratici Legali con la creazione di tre Scuole di Specializzazione post laurea – si conclude con la redazione di un manuale di Introduzione enciclopedica allo studio del diritto cui è dedicato il presente contributo. Lo scritto, rimasto incompiuto ed inedito, non rappresenta solo uno schema provvisorio per le lezioni rimasto incompiuto. Ma proprio per essere stato maturato in un clima assai diverso rispetto ai lavori precedenti – ormai alla fine della vita del Maestro – testimonia un momento significativamente critico dell’insegnamento del diritto in genere e del percorso educativo romagnosiano in specie.

Parole chiave: Romagnosi, Introduzione enciclopledica allo studio del diritto, Piano per le scuole legali, scuole di diritto, facoltà legale, università

Sommario: 1. Nuovi corsi e nuovi scopi per gli studi giuridici.2. L’Introduzione enciclopedica allo studio del diritto.3. Pura didattica o scienza etica?

1. Nuovi corsi e nuovi scopi per gli studi giuridici.

Anni fa, nell’ambito delle iniziative promosse dalla Commissione per la Storia dell’avvocatura, mi sono occupata dell’apporto di Gian Domenico Romagnosi al riassetto degli studi giuridici[1]. Un percorso che si snoda attraverso programmi e disegni – mi riferisco al Piano di istruzione legale e al Progetto di Regolamento degli Studi legali – e che, sotto il profilo normativo, si traduce nel Regolamento per gli studi Pratici Legali con la creazione di tre Scuole di Specializzazione[2].

Per completare l’analisi della parabola pedagogica senza ritornare su sentieri già tracciati, penso possa non essere privo di interesse considerare il suo contributo più tardo: l’inedito manuale di Introduzione enciclopedica allo studio del diritto[3], scritto quando al Nostro, abilmente scampato a un processo per alto tradimento, non sarebbe rimasto altro che l’insegnamento privato. E pure per breve tempo[4].

Si tratta di un lavoro che nasce in un clima assai diverso da quello del Saggio filosofico sull’istruzione pubblica legale[5]: quando, dopo il 1817, l’esperienza delle scuole di specializzazione – prima scoraggiata e poi definitivamente congelata dagli austriaci – era stata ormai abbandonata[6]. Ma che, tuttavia, per le finalità illustrative e per l’anelito a compendiare il sapere, incarna gli scopi sottesi a quello Studio preparatorio alla Facoltà Politico Legale che, già dieci anni prima, Romagnosi aveva definito indispensabile nel suo piano di riordino dei corsi di diritto[7]. È ciò proprio perché l’Introduzione, per sua natura, risponde ad una ‘funzione isagogica’: illustrare «l’insieme delle leggi intellettuali e dei principi naturali del giusto», abbracciare l’intero scibile giuridico per diffondere le posizioni epistemologiche a cui l’anziano Professore affida il consuntivo dei suoi aneliti educativi nel mutato clima istituzionale della Restaurazione[8].

Come noto, all’indomani del Congresso di Vienna la formazione della burocrazia costituisce la priorità per una scienza di governo che mira all’educazione amministrativa dei funzionari[9]: all’esercizio dei compiti, al rispetto dell’ordine e della regolarità dei protocolli.

Tagliati i ponti con la politica napoleonica, che aveva aperto gli atenei alle ragioni della pratica[10] e a una più ampia collettività[11], il governo austriaco si occupa della pubblica istruzione – riorganizzandone gli studi[12] – per dar vita a una società piegata al dovere[13]. Insomma, nel passaggio da un regime all’altro la sfida consiste nella sistemazione del sapere e nel fare dei corsi giuridici non solo il terreno per l’affermazione di talenti individuali, ma anche le fondamenta di un solido edificio statale abitato da Beamten capaci e fedeli alla causa.

Gli strumenti non mancavano, soprattutto se si guardava al di fuori della Francia. Qui, infatti, un corso preliminare si attiverà a Parigi solamente nel 1840 «sous le titre plus convenable d’Introduction générale à l’étude du Droit»[14].

Ma nei territori tedeschi una via era stata tracciata già da tempo. Sul piano dottrinale basti pensare alNeuer Versuch einer Juristischen Encyclopädie und Méthodologie di Johan Stephan Pütter che, per la prima volta nel 1757[15], aveva coniato una specifica nomenclatura per un corso propedeutico, di carattere enciclopedico, da introdurre nelle accademie per la comprensione della legge positiva («als instrument zum verstandnis des positiven rechts»)[16], rimediando così alle lacune dell’insegnamento sino ad allora impartito.

Un percorso introduttivo, ovvero una «εγκύκλιος παιδεία»[17], che, di lì a poco, attraverso una cospicua serie di compendi[18] – a dire il vero piuttosto diversi fra loro in questa prima stagione, ma il cui ruolo era sempre significativamente ostentato nel titolo[19] -, avrebbe travalicato i confini della scienza giuridica tedesca, per spaziare dai Paesi Bassi alla Russia[20] sino a trovare, all’inizio del secolo successivo, riscontro nei piani di studio delle università di Vienna e Berlino.

Nel Brandeburgo, infatti, dal Sommersemester del 1811 troviamo impegnato con il corso enciclopedico August Boeckh, professore ad Heidelberg e autore di una Encyklopädie und Methodenlehere der philologischen Wissenschaften[21]; mentre nella capitale austriaca già dal 1810 si diffonde l’Encyclopaedische-methodische Einleitung in der juristisch-politisch Studium di Albert von Hess[22].

Sulla falsariga si procede anche nelle I.R. Università del Lombardo-Veneto, ove è previsto un corso istituzionale che l’Istruzione pel giorno 15 ottobre 1817[23] chiama, non a caso, Introduzione enciclopedica. Una scelta indicativa, quella del genere letterario[24], perché il suo schema ordinatorio non solo contribuiva a definire lo statuto scientifico della giurisprudenza, ma ne rimarcava anche l’autonomia rispetto ad altri rami del sapere attraverso la definizione dell’oggetto e dei principi generali[25].

All’appello non manca l’instancabile Romagnosi con un manuale inedito[26], preparato per gli allievi della sua scuola privata e databile fra il 1818 e il 1821[27]. Ma vediamo il saggio più da vicino.

2. L’Introduzione enciclopedica allo studio del diritto.

Innanzitutto vi è da dire che si tratta di un’opera incompiuta. Del manoscritto, che si articola in poco più di sessanta di pagine non rivedute né corrette, esistono due diversi fascicoli, numerati 25 n. 6 e 25 n. 7 che stanno a testimoniare l’evidente stato di abbandono dei lavori.

Il primo pacco, il 6, contiene una stesura titolata del testo – probabilmente uno schema provvisorio per le lezioni -, redatto a tutta pagina che dal foglio 1 (titolo dell’opera) si chiude al foglio 32, ed include oltre ad una parte generale ed introduttiva, una sezione dedicata al Diritto naturale privato (in 8 fogli), una ai Diritti classificativi, (in 4 fogli) per poi lasciar spazio alle Convenzioni (in 6 fogli) e concludere con l’Acquisto di beni per causa di morte.

Il secondo, il 7, più simile a un canovaccio per un vero e proprio lavoro istituzionale, si presenta come work in progress: è scritto a mezza facciata – spesso solo fronte – reca a margine appunti, pentimenti di scrittura, aggiunte e digressioni. Ma la materia è più densa, il contenuto più corposo ed i titoli più ampi: così accade per Le Convenzioni e l’Acquisto dei beni per causa di morte (fogli 1-22), i Contratti (che dopo alcune pagine bianche ripartono dal foglio 33), i Diritti e i doveri di famiglia e il Dominio reale (foglio 80) con cui termina la trattazione.

Per quanto concerne il contenuto, date le circostanze della sua elaborazione, considerato l’approccio di tipo elementare, lo stile catechistico prescelto per lo svolgimento dell’opera – un serrato dialogo fra discepolo e maestro – ci si aspetterebbe una ‘lezione’ piuttosto modesta, poco incline a testimoniare un momento significativamente critico dell’insegnamento del diritto in genere e del percorso educativo romagnosiano in specie[28].

Al contrario, nel coacervo di saggi enciclopedici voluti dalla dirigenza austriaca per formare gli studenti della ristrutturata Facoltà Politico legale, l’Introduzione di Romagnosi si segnala per la rappresentazione di un programma ben preciso, che trascende la semplice indicazione del corretto approccio alla studio politico-legale: essa dimostra integra la volontà dell’anziano Maestro di riprendere le redini del dibattito metodologico formativo iniziato tanti anni prima sotto Napoleone.

Nonostante le difficoltà fisiche, politiche ed economiche dell’autore, il manuale – pur diffuso negli angusti limiti di una scuola privata – affianca al problema preminente e preliminare delle definizioni giuridiche, all’oggetto e alla definizione delle partizioni del diritto, la costruzione filosofica di un nuovo sistema giurisprudenziale, l’organizzazione dei singoli materiali che lo compongono, la loro riconduzione ai principi generali del diritto privato inconcepibile al fuori della società.

Il criterio di base delle organizzazioni enciclopediche settecentesche riconducibili al nesso fra diritto naturale e positivo, all’organizzazione dei rapporti giuridici all’interno della realtà statale, alle relazioni fra storia e filosofia è ripreso anche da Romagnosi senza però che questi citi alcuna delle opere a cui sinora si è fatto cenno, tranne il lavoro dello Zeiller, sul quale gli studenti avrebbero dovuto sostenere l’esame universitario.

Le pagine d’apertura, che scontano la necessità di ricomporre la scienza giuridica in una visione armonica ed unitaria, illustrano «che cosa contiene l’Introduzione»[29].

Ovvero:

l’esposizione di tutti i rami delle dottrine che possono servire a dirigere la cosa pubblica […] i rami in cui si possono dividere queste dottrine […] In quante branche scientifiche la dottrina razionale può a sua volta dividersi[30] […]. E, in conclusione, in quali arti[31]

Ma Romagnosi non si accontenta di offrire una veduta di insieme. Egli assegna al corso una funzione più ambiziosa: gettare le fondamenta della piattaforma etico-morale su cui formare tutti «i tecnici operanti nei vari settori dell’albero delle scienze giuridiche»[32].

Sin da subito appare forte la caratterizzazione filosofica. È proprio dall’impianto logico-deduttivo fornito alle giovani e digiune menti degli scolari che si deve prendere le mosse per attribuire un ruolo all’individuo nella comunità politica. Per tale motivo, lo scopo dell’apprendimento non può risolversi in un mero sforzo mnemonico, ma, all’opposto, deve consistere nell’assimilazione di pochi e grandi principi che assegnino il controllo «della giustizia alla scienza giuridica […] e alla Politica quello dell’utilità […]»[33]. E, infatti,

Oggetto immediato delle funzioni dello stato sociale […] è la conservazione ed il perfezionamento degli individui […] ne segue che l’opera del Governo riducesi ad una grande EDUCAZIONE per promuovere l’INCIVILIMENTO[34].

D’altra parte, lo scopo del singolo si esalta nel ruolo ricoperto all’interno della società civile (Diritto come facoltà utile, foglio 11v): non più luogo di scontro tra differenziate soggettività, ma come comunità che progredisce in ragione dell’apporto di tutti i suoi membri.

Prendendo le distanze dall’immagine sociale (foglio 12) dello Zeiller, che disegnava una comunità di «persone bastanti a se stesse e indipendenti», Romagnosi esige invece «una mutua unione di individui» (foglio 12), una collettività formata di eguali in cui l’esercizio della libertà, se disgiunto da finalità pubbliche, è vano[35].

Gli uomini non devono disporre arbitrariamente della loro libertà; devono, al contrario, usarla per il pubblico bene, in altre parole per fini etici[36].

La società e lo stato sono infatti il luogo da cui trae affermazione l’individuo, che migliora la sua intelligenza solo attraverso la comunità, nella convinzione per cui l’uomo non si svilupperà mai nel breve corso della sua vita, ma in massa e nel corso dei secoli. Soltanto nella società, dunque, il cittadino si eleva e si soddisfa[37].

Svolte queste fondamentali premesse, le pagine centrali dell’Introduzione sono dedicate al Diritto Naturale privato cui Romagnosi assegna un triplice ruolo: «attributivo», «direttivo» e «tutelare»[38] in relazione ai bisogni effettivi degli individui[39].

Un imperativo categorico impone «che si assegni ai cittadini ciò che loro è dovuto per legge naturale»[40]: ma i tempi sono cambiati, l’aggregato comunitario è divenuto più complesso e frange emergenti avanzano richieste per il riconoscimento di nuove prerogative. Sotto questo profilo, il potere sovrano ha allora il compito fondamentale di definire i diritti di tutti, se necessario modificando quelli individuali, di cui l’autore rifiuta comunque un catalogo astratto[41].

Una minuta e ragionata analisi consente dunque a Romagnosi di trarre un arsenale di argomenti utili a riformulare il significato di ius naturae[42] che, per il Nostro, diviene strumento per spiegare il valore di quello privato[43].

Per quanto, infatti, alcuni diritti – come quello alla libertà – siano sanciti per natura, l’atto di attribuzione avviene solo in base alla norma statuale.

«Le leggi – concetto espresso ripetutamente, e non a caso – toccano direttamente i bisogni di ciascuno»: tutte le norme positive devono essere interpretate ed apprese alla luce dei postulati filosofici, della storia delle nazioni e delle discipline ausiliarie[44], che nella loro costante integrazione consentono al giureconsulto – giudice, avvocato o funzionario imperiale che sia – di coglierne ed esprimerne compiutamente la ratio.

Ecco spiegata l’importanza dell’Introduzione allo studio del diritto, una scienza di introduzione, dunque, ma anche una scienza finale, punto di partenza e di arrivo dell’itinerario circolare da percorrere nella formazione universitaria. È infatti, uno sittliche Staat quello che si deve costruire: almeno sulla carta lo stesso Stato di diritto di cui Romagnosi ha da sempre tratteggiato i caratteri.

Dietro l’impalcatura dottrinale dell’opera si scorge dunque uno spessore morale che si identifica nella rivalutazione del servizio prestato alla collettività: dall’uomo in genere e dal giureconsulto in massima parte.

Un compito non facile, certo, che non si esaurisce nel meccanicistico adempimento di incombenti formali, ma si traduce in qualunque attività giuridica ‘l’uomo morale’ compia, dall’esecuzione di uffici pubblici alla conclusione di convenzioni private[45].

In questa costruzione il fine del diritto positivo è l’adempimento di un obbligo etico che garantisca nell’utilità di tutti la pubblica felicità.

L’ordine necessario dei beni e dei mali è il gran libro dal quale si trae la notizia delle leggi naturali di ragione. […]. Il complesso di queste leggi dice quali siano le azioni da praticarsi e quali da fuggirsi ed il perché […]. In questo consiste appunto la morale[46].

3. Pura didattica o scienza etica?

Ma quale è dunque lo scopo del manuale? Esclusa ogni pretesa di separare l’uomo dalla comunità, con la ‘sua’ enciclopedia giuridica Romagnosi si prefigge di mostrare alla cupida legum iuventus non solo il diritto in vigore, ma anche la sua formazione nei secoli – e qui il richiamo alla storia è indispensabile –[47] per cogliere i veri bisogni nazionali e comprenderne la ratio immanente[48]. Tale aspirazione trova del resto la sua più compiuta rappresentazione nel programma ideato dall’Amministrazione centrale per le Facoltà legali, in base al quale la disposizione di legge non appare arbitraria e affidata solo all’uso della memoria, ma si radica nella coscienza, diventa convinzione logica e morale, elemento preminente della dotazione intellettuale più profonda del giurista.

Per tutti questi motivi il contributo di Romagnosi non può essere trascurato. Se è vero che anche il manoscritto offre, al pari di altri dello stesso genere, un prospetto di tutte le dottrine e delle varie parti del diritto da conoscere, l’approccio alla tematica è però più complesso.

La struttura della trattazione denota un impianto originale, tracciando sin da quelle prime battute il non facile percorso che, da qui in avanti, la disciplina enciclopedica dovrà compiere per raggiungere una propria autonomia. Ma se questa è altra storia[49] è pur vero che Romagnosi pensava a qualcosa di più che a una meccanicistica delle varie discipline giuridiche quando volgeva la mente all’enciclopedia. Egli teorizzava – ed il testo del manuale ne è fedele testimone – una ‘scienza fra le scienze’ sostenuta da solide fondamenta filosofiche, costruita secondo un metodo e organizzata su base storica, per offrire agli studenti un diritto concepito nella sua unitarietà.

Ciò che viene offerto in queste pagine inedite è, dunque, una storia personale del corso propedeutico, di cui l’Autore, nel segno della connessione fra metodologia e filosofia, sfrutta tutti i registri espressivi. L’idea non è, infatti, solo quella di stendere un canovaccio per la preparazione di nuove generazioni di legisti, ma altresì di propagandare un diritto naturale quale «scienza, legge e facoltà per operare nella società»[50].

Un terreno forse non tra i più battuti dal Romagnosi, a cui egli si accosta in tarda età, abbandonati i radicalismi individualistici dell’epoca rivoluzionaria di cui l’enciclopedia si presenta come la giusta sintesi di un percorso di vita.

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[1] Cfr. S. Parini Vincenti, Ad auxilium vocatus, Studi sul «praticantato» da Napoleone alla Legge professionale del 1874: l’esperienza normativa, e Studi sul «praticantato» in età moderna. Romagnosi e la Scuola di eloquenza pratica legale (1808-1817), entrambi in Avvocati e avvocatura nell’Italia dell’Ottocento, Bologna 2009, pp. 29-125 e pp. 127-199, spec. ntt. 24, 34, 39, e Appendice documentaria.

[2] Si tratta di un impegno intenso che Romagnosi, già professore a Parma e a Pavia, dedica alla creazione di un itinerario pedagogico per gli aspiranti alla carriera forense dapprima con l’elaborazione di un Progetto di Regolamento degli studi politico-legali, (in 198 artt.), redatto nel 1807, ma pubblicato con datazione erronea (1803), insieme ai Principi fondamentali di diritto amministrativo, aggiuntovi il Saggio filosofico sull’istruzione pubblica legale, mai entrato in vigore (Opere di G. D. Romagnosi, Milano, 1846, A. de Giorgi (ed.), vol. VII, parte II, pp. 1189-1229 (d’ora in poi EDG) e., successivamente con un Rapporto sul regolamento per gli studi pratici legali alla base al Decreto riguardante il piano di istruzione generale emanato il 15 novembre 1808 (per l’originale Archivio di Stato di Milano (d’ora in poi ASMi), Fondo Studi, p. m. cart. 684) e al Decreto ministeriale del 15 aprile del 1809 istitutivi delle tre Scuole Speciali post-universitarie di Alta Legislazione Civile e Criminale nei rapporti con l’amministrazione pubblica (affidata a Romagnosi), di Diritto Pubblico e Commerciale (diretta dal Prof. Franco Salfi), e di Eloquenza Pratica Legale (assegnata ad Angelo Anelli).

[3] ‘Una prima sommaria notizia’ – sono parole dello stesso autore – dell’inedito manuale viene da Fabio Luzzatto (Introduzione enciclopedica allo studio del diritto nel di G. D. Romagnosi, in «Rivista di diritto privato», 5 (1935), nn. 3-4, pp. 189-216 e Id., Intorno ad un’opera inedita di Romagnosi in «Rivista internazionale di filosofia politica e sociale ‘Il Romagnosi’», 1 (1935), pp. 433-436) che, in un breve scritto, ha sottolineato l’«incoercibile resistenza dei principi e l’impossibilità di cedere e concedere quando si tratta di qualche verità sia pur ostica e difficile al regime» del maestro salsese. Luzzatto evidenzia, infatti, il carattere marginale del lavoro che forse nulla aggiunge alla gloria del maestro già alta per molte altre e più diffuse opere, ciononostante ne auspica lo studio, per saggiarne la robustezza morale e la linearità del percorso ideologico in un momento cruciale della sua vita.

[4] Come noto, il 26 maggio 1821 gli agenti della polizia austriaca arrestarono Romagnosi mentre teneva lezione, fra gli altri, a Carlo Cattaneo. Il capo di imputazione era delitto di omessa denuncia di cospirazione. Cominciava così un calvario che lo avrebbe condotto, dopo un terribile semestre nel carcere di San Michele, e nonostante l’assoluzione giudiziale, all’inibizione definitiva all’insegnamento sia pubblico che privato perché ritenuto «soggetto professante principi contrari all’educazione della gioventù» (F. Luzzatto, Gian Domenico Romagnosi. Il processo del 1821, estratto da «Scuola Positiva. Rivista di diritto e procedura penale», n. s., 15 (1935), fasc. 7-8).

[5] Siamo lontani dalla figura del ‘giurista eloquente’ descritto Romagnosi nell’aureo Saggio e tanto lodato Girolamo Poggi (F. Colao, Avvocati del Risorgimento nella Toscana della Restaurazione, Bologna 2006, p.79, ma già anche L. Mannori, Uno Stato per Romagnosi, II, La scoperta del Diritto Amministrativo, Milano 1987, p.18, nt. 29).

[6] Un fitto carteggio dal novembre del 1814 al dicembre del 1816 impegna Romagnosi a relazionare puntigliosamente il direttore generale della Pubblica Istruzione, Giuseppe Scopoli, sullo stato delle Scuole Speciali e sull’operato dei suoi professori. In questo modo apprendiamo che le lezioni sono già dalla fine del ’14 trasferite in Brera a cagione del precario stato di salute dello stesso Romagnosi (fasc. 13340/5450Del professore Romagnosi per la traslocazione in Brera del locale delle Scuole Speciali: Romagnosi a Scopoli, 15 dicembre 1814); che la Scuola di Diritto Pubblico e Commerciale non è più attiva sin dall’arrivo degli austriaci (Romagnosi a Scopoli, 9 febbraio 1815); che i programmi per l’anno 1816 sono rivolti alla spiegazione del solo Regio Diritto nella Scuola di Alta legislazione e della civile processura austriaca per quella di Eloquenza (Romagnosi a Scopoli, 15 settembre 1816). Il consuntivo per il ’16 ed il preventivo per il ’17, richiesti a Romagnosi col dispaccio n. 3012, attestano poi un generale stato di dismissione: «nulla resta a fare […] perché tutto riducesi al salario del custode» (Romagnosi a Scopoli, 26 ottobre 1816). Tutto in ASMi, Fondo Studi, p. m., cart. 181.

[7] Sul Progetto di Regolamento degli studi politico-legali si vedano: G.D. Romagnosi. Lettere edite e inedite, raccolte e annotate a cura di S. Fermi, con prefazione di A. Solmi, Milano, 1935, n. 76, pp. 116-117; F. Gentile, Il progetto di Regolamento degli Studi Politico-Legali di G.D. Romagnosi, in L’Educazione Giuridica, II, Profili storici, Perugia, 1979, pp. 430-453; Mannori, Uno Stato per Romagnosi, II, [nt. 5], pp. 17-19 e, più di recente, M. G. di Renzo Villata, Giandomenico Romagnosi e la pratica del diritto: riflessioni sparse in occasione del Convegno di studio: Sapere accademico e pratica legale tra Antico Regime ed unificazione nazionale (XVIII-XX secolo), (Genova: 7-8 novembre 2008), V. Piergiovanni (ed.), Genova 2009, pp. 289-351. L’edizione a stampa si legge in EDG [nt.1] vol. VII, parte II, pp. 1189-1229 cui da ora in poi in si farà riferimento. Ma una versione si può anche trovare nella raccolta Piatti (Opere del professore G.D. Romagnosi, IV, Firenze 1832, pp. 267-318). Per tutti i passaggi, delle motivazioni e delle revisioni della riforma degli studi Politico-legali cfr., invece, ASMi, Fondo Studi, p.m. cart. 684.

[8] Progetto di Regolamento, Titolo I, art. 2, p. 1191 [nt. 2]. Ma anche nell’Introduzione leggiamo: «Io vi porterò in mezzo al mondo ad appendere gli elementi veri, pieni ed animati della dottrina», fg. 16.

[9] M. Meriggi, Aspetti dell’impiego di concetto in Lombardia (1816-1848); C. Mozzarelli,Il modello del pubblico funzionario nella Lombardia austriaca, entrambi in L’educazione giuridica, IV,Il pubblico funzionario: modelli storico comparativi, II, Perugia 1981, pp. 331-361 e pp. 439-459; M. G. di Renzo Villata,La formazione del giurista in Italia e l’influenza culturale europea tra Sette e Ottocento. Il caso della Lombardia, inFormare il Giurista esperienze nell’area lombarda tra Sette e Ottocento, Milano 2004, pp. 1-105; M. R. Di Simone,Percorsi del diritto tra Austria e Italia, secoli 17-20, Milano 2006, pp. 71-98; F. Rossi, Il cattivo funzionario. Fra responsabilità penale, amministrativa e disciplinare del Regno Lombardo-Veneto, Milano 2013.

[10] Sempre utili: M. Sarfatti Larson, The rise of professionalism: a sociological analysis, Berkeley, 1977; W. Tousijn,Tra Stato e mercato: le libere professioni in Italia in una prospettiva storico evolutiva, inLe libere professioni in Italia, Bologna, 1987, W. Tousijn (ed.), pp. 13-44; A. Ferraresi,Formazione professionale civile e militare tra Repubblica e Regno d’Italia. Il caso di Pavia, in La formazione del primo Stato italiano e Milano capitale 1802-1814 Convegno internazionale (Milano: 13-16 novembre 2002), Milano 2006, pp. 733-832, spec. pp. 795-796 e, da ultimo, S.Parini Vincenti, Ad auxilium vocatus. [nt.1], pp. 62-74.

[11] L. Mannori, I ruoli dell’intellettuale nell’Italia napoleonica, in Istituzioni e cultura in eta` napoleonica, E. Brambilla, C. Capra, A. Scotti (ed.), Milano 2008, pp. 159-183, spec. pp. 160-162.

[12] Una prima e subitanea trasformazione dell’ordinamento degli studi dopo la parabola napoleonica si ebbe nel 1816 (Sovrana Risoluzione 7 dicembre 1816, in ASMI, Studi p.m. cart. 942). Le istruzioni emanate nel ’17 per l’a.a. entrante determinarono l’assunzione di un nuovo ordinamento, identico a quello già in vigore nelle altre università dell’Impero ( Istruzioni per l’attuazione degli studi dell’I. R. Università di Pavia, pel giorno 15 ottobre 1817, giusta le nuove prescrizioni di S.M.I.R.A ); il Regolamento generale arrivò invece solo l’8 aprile del 1825 e nel ’30 si concluse l’iter di riordino (per i testi, cfr. Statuti e ordinamenti dell’Università di Pavia dal 1361 al 1859, Pavia 1925, pp. 325-330 e pp. 331-348; per un commento sulle precedente stagione di riforme, invece, in M. G. di Renzo Villata, Tra Vienna, Milano e Pavia: un piano per un’università «dall’antico lustro assai decaduta» (1753-1773), in Gli statuti universitari: tradizione dei testi e valenze politiche. Dall’originarietà degli Studi Generali all’autonomia delle Università (sec.XII-XXI), Messina, 14-17 aprile 2004, Bologna, 2007, pp. 507-546).

[13] Fiorente è la manualistica precettiva offerta dagli Stati della Restaurazione ai propri cittadini e volta ad illustrarne, in uno stile spesso elementare, i doveri verso la società e lo Stato: Doveri dei sudditi verso il loro monarca, Milano, I.R. stamperia, 1825, in Asmi, Presidenza di governo, cart. 93, fasc. 17- geheim, già citato in Rossi, Il cattivo funzionario [nt. 9], p. 54; R. Angeli, I doveri de’ cittadini verso la patria e degli impegati municipali etc… ad istruzione ed uso dei medesimi impegati, Roma 1824.

[14] Più specificatamente, dopo che il Ministro de Salvandy già dal ’38 ne aveva caldeggiata l’istituzione, la Circolare 808 del 29 giugno 1840 (Moniteur 30 juin 1840), stabiliva la creazione d’une chiare d’Encyclopédie à la Faculté de Droit de Paris affidata a De Barsac «pour objet de donner à l’étudiant qui débute une notion précise générale et élémentaire de la jurisprudence». Il corso introduttivo francese per l’Ecole du Droit, pur mutuato dall’esperienza tedesca, era però cosa diversa da quello di Encyclopädie der Rechtswissenschaft: «La chaire récemment créée à Paris est une chaire d’encyclopédie et non de méthodologie […] en Allemagne le professeur est complètement libre dans son allure didaticque mais il ne peut être question de méthodologie en France où le matières à enseigner et l’ordre sont réglés par des lois» (P.L.A. Eschbach, De l’utilité d’un cours d’encyclopédie du droit, in Revue de la législation et de jurisprudence, XVI, juilett-décembre, (1842), pp. 257-263, spec. p. 260, n. 1. ma si veda, dello stesso autore anche il Cours d’introduction générale a l’étude du droit, ou, Manuel d’encyclopédie juridique, Paris, 18462, da cui la prima citazione (Avant-propos, V) e la trascrizione integrale della circolare ministeriale apparsa sul Monitore). Per un quadro degli orientamenti sullo studio del diritto in Francia redatto in piena esegesi, cfr. E. Lerminier, Introduction général à l’Histoire du droit, Bruxelles 1830, spec. Préface pp. XIV-XVI.

[15] Il riferimento corre all’ Entwurf einer juristischen Encyclopädie nebst etlichen Zugaben von der Politik, von Land- und Stadtgesetzen, von brauchbaren juristischen Büchern , pubblicata a Göttinghen nel 1757 e riedita con il titolo Neuer Versuch einer Juristischen Encyclopädie und Methodologie, nel 1767 (ma Hámza – infra – lo colloca nel ’69, p. 150, nt. 50) sempre nella medesima città con cui Pütter (1725-1807) riprende tematiche già espresse nella sua prolusione per l’anno 1748 (Programma de necessaria in academiis tractanda rei iudiciariae imperiae scienciae, Gottingen 1748, su cui. W. Ebel, Der Göttinger Professor Johann Stephan Pütter aus Iserlohn, Göttingen 1975, p. 62). Le due edizioni introducono le novità della materia: nella prima, all’esposizione dei concetti generali segue la corretta disposizione e trattazione delle singole discipline di cui, nella seconda versione, (qui richiamata), sono illustrati anche gli scopi. In tema: H. Monhaupt,Recht, Natur Geschichte als Argument, Quelle und Autorität in deutschen Rechtsenzyklopädien des 18. und frü hen 19. Jahrhunderts, in Recht zwischen Natur und Geschichte, Symposion: 24-26 Nov. 1994, Frankfurt am Main 1997, pp. 73-102, spec. pp. 80-85; G. Valera,Dalla scienza generale alla enciclopedia: l’enciclopedia giuridica tedesca nella seconda metà del Settecento, in Enciclopedia e sapere scientifico. Il diritto e le scienze sociali nell’Enciclopedia giuridica italiana, A. Mazzacane, P. Schiera (ed.), Bologna 1990, p. 68, nt. 4 e pp. 70-71; G. Hámza, Comparative law and antiquity within the framework of legal humanism and natural law in Fundamina: A Journal of Legal History, XVI (2010), pp. 142-152, spec. pp. 149-151.

[16] Pütter, Neuer Versuch einer Juristischen Encyclopädie, p.70, § 122. Cfr. Monhaupt, Recht, Natur Geschichte als Argument, [nt. 15], p. 82.

[17] La definizione arriva direttamente da Quintiliano (Institutiones oratoriae libri XII, Milano 1997, lib. I, Cap. X, p. 118). Per qualche esempio di utilizzo nella manualistica, invece, si vedano: Eschbach, Manuel d’encyclopédie juridique, Avant-propos, II, nt.7 e De l’utilité d’un cours d’encyclopédie du droit [nt.14], 258, nt.7; ma anche Den Tex, Encyclopaediae Jurisprudentiae, § 7., pp. 8-9 e Stöckhardt, Juristische Propaedeutik oder Vorschule der Rechtswissenschaft, Einleitung pp. 2-3, nt. 1, per i quali si veda infra, nt.19.

[18] Da Pütter in poi lo svolgimento del dibattito enciclopedico in terra tedesca appare rappresentato con efficacia sempre crescente attraverso una serie di manuali. Solo per qualche esempio ricordiamo: A. F. Schott, Entwurf einer juristischen Encyclopädie und Methodologie, zum Gebrauch akademischer Vorlesungen, Leipzig 1772 (ancora Monhaupt, Recht, Natur Geschichte als Argument, pp. 85-90 e Hámza, Comparative law and antiquity, pp. 151-152, cfr. per entrambi [nt. 15]); J.F. Gildemeister,Juristische Encyclopädie und Methodologie, Duisburg 1783 (J. Schröder, Wissenschaftstheorie und Lehre der “praktischen Jurisprudenz” auf deutschen Universitäten an der Wende zum. 19 Jahrhundert, Frankfurt am Main 1979, pp. XX, 51-52, 112-113; Monhaupt, Recht, Natur Geschichte als Argument, p.91); K.Sal. Zachariae, Grundlinien einer wissenschaftlichen juristischen Encyclopädi e, Lepzig 1795 (G. Valera, Profili giuridici della felicità, in C. Vetter (ed.) La felicità è un’idea nuova in Europa. Contributo al lessico della rivoluzione francese, I,Trieste 2005, pp. 80-100), per arrivare alla Juristische Encyclopädie, auch zum Gebrauche bei akademischen Vorlesungen di N. N. Falck, Kiel 18252 (ancora Monhaupt, Recht, Natur Geschichte als Argument, p. 101) e al libello brevis sed ingeniosus secondo Den Tex ( supra, §14, p. 18) di G.F. Puchta, Encyclopädie als Einleitung zu Institutionen-Vorlesungen, Leipzig und Berlin 1825 (su cui W. Hastie, Outlines of the science of jurisprudence. An introduction to the systematic study of law, Edimburgh 1887, pp. 12-132).

[19] «in cui il concetto di enciclopedia giocava un ruolo impegnativo e nei quali il Begriff der Rechtswissenschaft, talora indicato nel titolo, veniva posto in primo piano» (G. Valera in Dalla scienza generale alla enciclopedia [nt. 15], pp 67-118).

[20] A fare dell’enciclopedia una scienza europea, sulla scia della Nova Methodus di Leibniz, ritenuta unanimente il punto di partenza per «le projets d’ouvrages synthétiques indispensables à le science du Droit», sono: in Belgio l’ Encyclopédie du droit (Bruxelles 18432) di A. Roussel (1809-1875); in Olanda l’Encyclopaediae Jurisprudentiae (Amstelodami 1839) di C. Anne den Tex (1795-1854), unica fra queste in latino, e, in Russia, la Juristische Propaedeutik oder Vorschule der Rechtswissenschaft, zunächst für die Kaiserliche Rechtsschule zu St. Petersburg (Leipzig 18432) di H. R. Stöckhardt (1802-1848) che traccia un quadro comparativo delle precedenti opere. Sulla peculiarità della situazione russa cfr., inoltre, M. Silnizki, Geschichte des gelehrten Rechts in Russland: jurisprudencija an den Universitäten des Russischen Reiches 1700-1835, Frankfurt am Main 1997.

[21] Augustus Boeckh (1765-1867), formatosi ad Halle con Wolff, terrà ininterrottamente corsi dal 1809 al 1865 (26, per l’esattezza). Le sue preziosissime lezioni ‘enciclopediche’, più che altro tendenti ad affermare una concezione filosofica della storia che superi la ‘mimesi’ degli eventi per affermare l’imprescindibile contributo scientifico degli studi storici e la loro utilità in molteplici contesti culturali, non ultimo, il diritto, saranno tuttavia date alle stampe solo postume dall’allievo E. Bratuscheck nel 1877 a Lipsia con il titolo Encyklopädie und Methodenlehere der philologischen Wissenschaften. Una seconda edizione R. Klussmann (ed.) verrà poi ripubblicata, per gli stessi tipi nel 1866, mentre una parziale traduzione è stata di recente realizzata con La filologia come scienza storica: enciclopedia e metodologia delle scienze filologiche, A. Garzya (ed.), Napoli 1987. Cfr., per una sintesi, V. Lau, Erzählen und Verstehen: historische Perspektiven der Hermeneutik, Würzburg 1999, § 4.2.2., pp. 395-399 e S. Caianiello, Scienza e tempo alle origini dello storicismo tedesco, Napoli 2005, pp. 238 e ss

[22] Dell’arrivo in Italia del fortunato manuale di Introduzione enciclopedico-metodologica allo studio politico-legale di A. de Hess (tradotto a cura di G. Brambilla, Pavia 1820), è data notizia dalla Biblioteca italiana o sia Giornale di letteratura, scienza ed arti, XXI (1821), gennaio-marzo, p. 68, nt. 3. Il testo, destinato alle Università e licei degli Stati ereditari tedeschi della monarchia austriaca, è infatti dotato di un certo rilievo per la materia che ci occupa: conformandosi alle direttive dello Zeiller del 1808 e al piano imperiale del 1810, riproduce il programma del corso tenuto dal Sig. Egger, Consigliere di Governo e professore a Vienna nelle sue pubbliche lezioni. Cfr. S. Parini Vincenti, L’educazione del giurista: l’abbandono di un’arte per la conquista di una scienza, ovvero L’Introduzione enciclopedica alla Facoltà Politico Legale, in Formare il Giurista [nt. 9], pp. 365-401.

[23] L’esatta denominazione del corso a Pavia era Introduzione generale allo studio politico legale, diritto naturale e pubblico, diritto criminale, mentre i manuali in uso, di solito di mano degli stessi professori titolari della cattedra, dividevano l’Introduzione enciclopedica allo studio politico-legale dalle altre materie per le quali si ricorreva direttamente al testo di F. von Zeiller (Das Naturliche Privatrecht Vienna, 1808).

[24] S. Torre, L’«introduzione enciclopedica alle scienze giuridiche»: parabola di un insegnamento, in A. Mazzacane, C. Vano, (ed.), Università e professioni giuridiche in Europa nell’età liberale, Napoli 1994, pp. 151-192; P. Beneduce,L’ordine dell’esposizione. Introduzione alla giurisprudenza e regole dell’enciclopedismo in Italia nel secondo Ottocento, pp. 126-132 e F. Treggiari, Enciclopedia e ‘ricerca positiva’, entrambi in Enciclopedia e sapere scientifico [nt. 15], pp. 119-161 e pp. 163-203.

[25] P. Cappellini, Systema iuris, Milano 1984, I, pp. 176 ss.

[26] Introduzione enciclopedica allo studio del diritto, (d’ora in poi Introduzione enciclopedica), Biblioteca A. May di Bergamo, olim, Fondo Beolchi, Romagnosi, Scritti varii , Gabinetto A, Fila I, sopra 25, nn. 6-7, ora MMB 444, manoscritto donato alla biblioteca dalla famiglia Camozzi Vertova nel novembre del 1899, unitamente ad una serie di lezioni pavesi di diritto civile sempre del Romagnosi.

[27] Per il dies a quo soccorre la citazione della prima edizione italiana del Das Naturliche Privatrecht dello Zeiller (Il diritto privato naturale, Milano 1818), mentre per il dies ad quem si fa riferimento alla fine dell’attività pedagogica a seguito della condanna accessoria del ’21 (F. Luzzatto, Gian Domenico Romagnosi. Il processo del 1821 [nt. 4]).

[28] Così Luzzatto, Introduzione enciclopedica allo studio del diritto nel di G. D. Romagnosi [nt.3], pp. 190 e 216.

[29] Introduzione enciclopedica alla Studio del Diritto, fg. 7.

[30] «diritto delle genti, diritto pubblico interno e diritto civile», Ibidem.

[31] Cioè «la politica» a sua volta ripartita in diplomazia, pubblica amministrazione interna, politica fiscale e diritto ecclesiastico.

[32] Mannori, L’itinerario di un moderato. Libertà e pubblica opinione nel pensiero romagnosiano, [nt.7], p. 189, da cui la citazione.

[33] Introduzione enciclopedica alla Studio del Diritto, fg. 7.

[34] G. D. Romagnosi, Lettere a Giovanni Valeri sull’ordinamento della scienza della cosa pubblica, che servono da prolegomeni all’introduzione allo studio del diritto pubblico, in EDG, III, p. I, Oggetto proprio delle Genti e dei Governi tutti, Incivilimento, pp. 3-54, spec. p. 45.

[35] L. Lacchè, La nazione dei giuristi. Il canone eclettico, tra politica e cultura giuridica: spunti per una riflessione sull’esperienza italiana della Restaurazione, in Diritto, cultura giuridica e riforme nell’età di Maria Luigia, F. Micolo, G. Baggio, E. Fregoso (ed.), Parma 2011, pp. 263-307, spec. p. 284.

[36] «L’esercizio di una forza utile e conforme all’ordine morale e di ragione» (G.D. Romagnosi, Assunto primo della scienza del diritto naturale, in EDG, III, parte I, pp. 553-686, spec. p. 604, XVII).

[37] L’incivilimento è processo diacronico che si sviluppa nel corso delle generazioni e solo nell’ambito della vita associata associata. Il richiamo all’Introduzione allo studio del diritto pubblico universale (in EDG, III, p. I, pp. 57-491) è evidente.

[38] Introduzione enciclopedica alla Studio del Diritto, fgg. 7v e 8.

[39] Sul tema Romagnosi si era già ampiamente diffuso nel Perfezionamento politico-morale delle civili società. Articolo I,Osservazioni sui rapporti necessari di ordine del perfezionamento morale e politico delle nazioni in Id., Introduzione allo studio del diritto pubblico universale [nt.37], spec. §§ 427-429, pp. 475-480.

[40] Introduzione enciclopedica alla Studio del Diritto, fg., 8r.

[41] Se è vero che «È la legge ad attribuire come fondamentali certi diritti alle persone e di questi poi fonda le regole della loro direzione e tutela» (Introduzione enciclopedica alla Studio del Diritto, fg.8).

[42] Ancora Romagnosi Introduzione allo studio del diritto pubblico universale [nt.37], pp. 473-474, §§ 425-426.

[43] G.D., Romagnosi, Assunto primo della scienza del diritto naturale, [nt.36], spec. XVI, Della più vera e distinta nozione del Diritto naturale, pp. 600-601.

[44] Introduzione enciclopedica alla Studio del Diritto, fg. 7r.

[45] «Con politica intendo l’arte di muovere e dirigere le azioni e gli interessi dei popoli collegati […] come il meccanico distingue la linea retta che egli vuol far percorrere ad un dato corpo dalla forza impulsiva e dal modo di dirigere questa forza. Così il filosofo distingue la scienza del diritto da quella della politica. La scienza del diritto rassomiglia alla perfezione della linea da percorrersi; quella della politica alla scienza dell’impulso da comunicargli» (Introduzione enciclopedica alla Studio del Diritto, fg. 7v).

[46] Introduzione enciclopedica alla Studio del Diritto, fg. 13r.

[47] La linea del tempo suddivide la storia del diritto in quattro fondamentali periodi che dall’antichità cinese (551 a.C.) arriva sino all’età contemporanea Introduzione enciclopedica alla Studio del Diritto, fgg. 16 e ss.).

[48] Alla necessità di «riannodare la catena dei tempi» Romagnosi dedica addirittura un paragrafo, intitolato Della storia del diritti (ed osservazioni critiche secondo lo Zeiller, Introduzione enciclopedica alla Studio del Diritto fg. 17).

[49] Negli anni a venire rimarrà irrisolta l’aporia della sua definizione, in bilico fra materia di mera ‘introduzione’ e di vera e propria scienza, dalla difficile collocazione nei piani didattici per la sua contiguità con materie quali la storia del diritto, la filosofia. Per un accenno al problema sia consentito un richiamo ai già citati lavori di Torre, Beneduce e Treggiari, cui si aggiunga il recente lavoro di A. Fiori Gli insegnamenti storico-giuridici alla Sapienza negli ultimi decenni del XIX secolo, in Historia et jus, 1(2013), paper 10: Per una testimonianza di uomini ed opere, si veda la parabola di vita ed insegnamento di Francesco Filomusi Guelfi Filomusi, su cui I. Birocchi, A. D’Angelis, Francesco Filomusi Guelfi enciclopedista convinto con considerazioni sull’inedita “Enciclopedia giuridica”), in M. Ascheri, G. Colli, P. Maffei (a cura di), Manoscritti, editoria e biblioteche dal medioevo all’età contemporanea, Roma 2006, I, pp. 97-134; I. Birocchi, F. Filomusi Guelfi, in Dizionario Biografico dei Giuristi Italiani, Bologna 2013; I, pp. 863-865.

[50] Progetto di Regolamento (Sezione II, art. 41), [nt.2], laddove aveva collocato fra «i teoremi fondamentali di giustizia lo stabilimento e la conservazione della civile società», p. 1198, ma anche Introduzione enciclopedica, fg.12.

Giuristi (e) senatori nella Casale dei Gonzaga

Marzia Lucchesi

Università degli Studi di Pavia

mlchs@unipv.it

Abstract: Il saggio getta luce sul variegato rapporto fra la città di Casale e l’Università di Pavia quale luogo privilegiato di studi giuridici dell’élite monferrina nel corso del XIV e del XV secolo. Al rientro in patria, il bagaglio di nozioni apprese a Pavia consente a non pochi di costoro di aspirare alle massime cariche dello stato, tra le quali vi è quella di senatore presso il Senato di Monferrato e ad alcuni di ottenere anche l’incarico di presidente “senatus Montisferrati”. In questo modo, il saggio dà conto del circuito vitalissimo che intercorre fra il polo del Senato di Casale e quello di una scienza giuridica dotata di caratteristiche sue peculiari che non sembra fuor di luogo definire ‘casalese’.

Parole chiave: Casale, Pavia, Monferrato, Senato, Università

Sommario: 1. Casale a volo d’uccello2. Casale/Pavia3. La scienza giuridica ‘casalese’3.1. L’amor di patria3.2. L’ambiente cortigiano e accademico4. Il Senato di Casale e la scienza giuridica ‘casalese’5. L’Accademia degli illustrati: ovvero il sole e la luna.

1. Casale a volo d’uccello.

“Voi mi chiedete ch’io vi mandi il ritratto della mia patria: eccolo tutto figurato in un guscio di noce. Casale è posto nel piano in forma circolare, con un giro d’un miglio, tanto vicino al Po che il sente fra carne e pelle. Ha cinta la fronte d’una ricca corona di verdi colli dove albergano Cerere e Bacco, l’uno versando dalla cima divinissimo nettare, l’altra spargendo a’ piedi saporitissima ambrosia. È fornita di sicurissime mura, d’un bellissimo castello, di riguardevoli chiese, di divoti monasteri, di magnifiche case, d’una virtuosa Academia e d’un giustissimo Senato”.

Con queste parole Stefano Guazzo, esponente di spicco dell’élite intellettuale cortigiana e accademica monferrina cinquecentesca, descrive un’immagine. È il ritratto “per carta” della sua città, Casale, raccontato in una lettera[1].

Eccola dunque Casale, tutta racchiusa in un guscio di noce.

In questa Casale a volo d’uccello che si dispiega dall’alto e che si offre alla nostra immaginazione, scorgiamo tra i tetti delle chiese e dei monasteri e delle “magnifiche case” un nobile e possente edificio : il “giustissimo senato” di antica memoria.

Le origini del marchionalis senatus risalgono in effetti ad una curia feudalis attiva intorno alla fine del XIII secolo, formata da un ristretto consesso di nobili e di giuristi preposto ad assistere il marchese del Monferrato nelle sue funzioni di governo sul piano consultivo e amministrativo, ed in misura sempre più incisiva, su quello giudiziario[2].

Esula da questa sede esaminare l’ampio ventaglio di competenze e di funzioni spettanti al Senato di Casale già illustrate in alcuni fondamentali studi. Ciò che invece ci si propone qui è di dar conto brevemente del milieu da cui provengono i membri del “giustissimo senato” e della cultura giuridica di cui gli stessi dovevano essere forniti. A questo proposito giova rammentare che i senatori casalesi sono quasi tutti di nobile origine monferrina ed in percentuale non trascurabile anche mantovana[3].

Essere gentiluomini però non basta per diventare senatori.

Il carico di competenze spettanti al Senato richiede difatti un’adeguata professionalità fondata su un ricco bagaglio di nozioni giuridiche. Pertanto i senatori devono essere dottori giurisperiti. A questo proposito uno sguardo se pur sommario alla storia di questo supremo organo di giustizia ci conferma che di regola, soprattutto la presidenza del Senato fu “appannaggio dei giuristi monferrini”[4].

2. Casale/Pavia.

Su questo articolato sfondo si definisce e si consolida nell’arco del XVI secolo il rapporto fra la città di Casale e l’Università di Pavia quale luogo di studio per la quasi totalità dell’élite monferrina. Anche altre prestigiose Università, in particolare Bologna come si avrà modo di vedere, si profilano all’orizzonte del Monferrato. Ma Pavia sembra imporsi su tutte con un netto distacco nelle preferenze degli studenti casalesi[5].

Centro del pensiero giuridico della Lombardia visconteo-sforzesca, lo Studio ticinese produce “doctores clarissimi” ma anche e soprattutto uomini “giuridicamente preparati al funzionamento degli organi dell’amministrazione centrale”.

“fucina e…strumento per la formazione…di tutti gli officiales dominorum”[6], per tutto il ‘400 e il ‘500 Pavia funziona dunque da “buon trampolino di lancio per future carriere”[7]. A Pavia studiano non pochi casalesi. A cominciare dai giovani rampolli della famiglia Natta, nobile stirpe tutta consacrata agli studi di giurisprudenza e alla patria monferrina. A Pavia si addottora Giorgio Natta, figlio di Enrietto, esperto giureconsulto che veste anche i panni di fidato consigliere dei Paleologi[8].

“Sotto gli auspizi (…) di un tanto padre”, Giorgio Natta intraprende a Pavia la carriera di giureconsulto che lo porterà nel 1472 a salire in cattedra e ad insegnare con successo la materia del Sesto e delle Clementine insieme ad illustri colleghi quali Stefano Costa e Matteo Corte. Oltre a insegnare a Pavia, Natta assolve all’incarico di consigliere dei Paleologi insieme a Giovanni Grosso, altro personaggio di patria monferrina che studia e si addottora a Pavia[9]. Ed anche si adopera, sul piano per così dire internazionale, quale ambasciatore dei marchesi di Monferrato in delicate missioni a Milano presso la corte degli Sforza e a Roma presso il pontefice Innocenzo VIII.

La casata dei Natta vanta parecchi senatori. Si può dire che quasi ogni generazione di questa nobile famiglia dia il suo contributo per il bene del magnificus senatus casalensis. Senatori a Casale sono difatti il bisnipote di Giorgio, Girolamo e il figlio di costui Vincenzo. Quest’ultimo, “genio disinvolto, lo spirito tutto zelo al servizio del principe”, fu innalzato nel 1656 all’incarico di Presidente del Senato di Monferrato[10].

Scorrendo l’albero genealogico dei Natta ci si imbatte nel nome di un altro giurista: Marco Antonio Natta, che a Pavia studia sotto la guida delle due “columnae iuris “: Giasone del Maino e Filippo Decio e che a Pavia insegna diritto civile[11]. Giurista di alacre impegno, Marco Antonio oltre ai panni di professore veste quelli di giudice presso la Ruota di Mantova e di Genova e di senatore a Casale[12]. Di lui il Panziroli scrive che “semper caelebs fuit”. In effetti, Marco Antonio non si sposò nè ebbe figli di modo che furono altri rami della famiglia a fare da vivaio al prestigioso Senato di Casale o a quello di Mantova[13].

È il caso, ad esempio, di quello fecondo che discende da Annibale Natta e che dà molti frutti fra i quali spicca Carlo Natta, che fu presidente tanto del Senato mantovano quanto, nel 1657, di quello casalese[14].

Negli anni in cui Giorgio Natta insegna il Sesto e le Clementine a Pavia, un altro giovane rampollo monferrino si licenzia e si addottora in canonico presso lo Studio ticinese. Si tratta di Benvenuto da San Giorgio dei conti di Biandrate[15]. Per costui, gli studi pavesi costituiscono senz’altro il trampolino di lancio di una importante carriera svolta in qualità di presidente del Senato di Casale nel 1500, di ambasciatore del marchese Bonifacio Paleologo e di reggente del Monferrato[16].

La scelta di Pavia quale sede accademica preferita dagli studenti monferrini trova ulteriore conferma in merito ad un altro giureconsulto: Giovanni Pietro Sordi, che nello Studio ticinese si addottora. Anche per Sordi, gli studi pavesi costituiscono una buona base per l’avvìo di un articolato cursus honorum che conduce il Sordi dapprima ad esercitare la pratica legale a Casale. Poi a diventare avvocato fiscale e da ultimo a svolgere l’incarico di senatore prima a Casale e poi a Mantova e infine nuovamente a Casale ove Sordi è eletto presidente del Senato nel 1595[17].

A Pavia, negli anni a cavaliere fra il ‘500 e il ‘600, anche Annibale Roero, il celebre autore del Lo scolare, si dedica agli studi di diritto. Il canonico Gioseffantonio Morano, autore nel ‘700 di un Catalogo degli scrittori di Casale annovera il Roero fra i senatori di Casale ma è notizia quanto mai incerta questa dello storico casalese[18].

Per quanto riguarda Rolando Dalla Valle, il rapporto con Pavia non sembra essere del tutto infondato. La frequentazione dello Studio ticinese da parte di Rolando intorno al secondo decennio del ‘500 si basa su indizi “labili ma non del tutto insussistenti”[19]. Il titolo dottorale Rolando lo consegue peraltro a Bologna. Più precisamente, a Bologna Rolandus de Valle si laurea in utroque iure il 22 di maggio del 1528[20] E a Bologna lo studente monferrino segue i corsi di Carlo Ruini, celebre e celebrato “maestro del mos italicus e della metodologia consiliare”[21].

Le cariche attribuite a Rolando in patria sono tutte ragguardevoli grazie anche ai suoi preziosi servigi resi in qualità di fedele servitore dei Paleologi e dei Gonzaga. Basti ricordare quella di conservatore generale degli ebrei di Casale e del Monferrato, di consigliere e senatore a Casale ed infine la nomina a “praeses senatus Montisferrati” nel 1567[22]. La carica più prestigiosa di tutto lo Stato che gli consente di migliorare ulteriormente la propria posizione socio-economica e di accumulare un cospicuo patrimonio[23].

Anche per Francesco Beccio, altro rampollo della nobiltà casalese, la presenza a Pavia in qualità di studente di leggi è solo ipotizzabile. Mentre la laurea, come già Rolando Dalla Valle, Beccio la ottiene a Bologna il 13 aprile 1542[24]. Una serie di circostanze sfortunate legate ai turbinosi eventi degli anni ’60 condizionerà, come vedremo, non poco le sorti di questo giurista monferrino la cui travagliata esperienza umana e professionale risulta spesa su due fronti: Casale, ove il doctor si adopera in veste soprattutto di senatore, e la Francia ove Beccio dà prova di grande perizia in qualità di ambasciatore dei Gonzaga[25].

Studente a Bologna ove si laurea, docente a Pavia di ius civile e Istituzioni nel terzo decennio del ‘500 e infine senatore, non a Casale bensì a Milano, è invece Nicolò Bellone, figlio di Francesco Bellone consigliere, quest’ultimo, fidatissimo dei marchesi Paleologi, a sua volta caduto in disgrazia e condannato dagli stessi marchesi alla decapitazione[26].

Queste brevi notazioni inerenti al profilo biografico dei più illustri giuristi casalesi evidenziano dunque la spiccata preferenza degli studenti monferrini nei confronti dello Studio ticinese.

Peraltro, è opportuno sottolineare che anche se l’aspirazione personale del futuro doctor non è quella di fare il senatore, la laureain utroque iure conseguita a Pavia consente a chi vanta nobili ascendenze di esercitare in città le forme ‘alte’ della professione legale[27].

A questo proposito, le carte casalesi conservano il ricordo di giureconsulti e legali come Francesco Pugiella e Giovanni Agostino Guazzo, “parente” quest’ultimo di Stefano[28].

Il titolo dottorale conseguito nello Studio ticinese offre anche altri sbocchi differenziati: Bernardino Guazzo, ad esempio, lontano antenato di Stefano, spende la sua laurea pavese per fare il podestà a Pavia[29].

Per tutto il corso del ‘500 Pavia resta dunque un saldo approdo nel “composito sistema educativo lombardo d’età spagnola”. Un sistema che gode di ottima fama nel vicino Monferrato. Prova ne è il fatto che un personaggio di spicco quale Annibale Guasco, letterato e accademico casalese, studia diritto a Pavia, e poi vi fa ritorno verso il 1580 con tutta la famiglia per impartire ai figli una educazione migliore[30].

3. La scienza giuridica ‘casalese’.

Il bagaglio di nozioni apprese a Pavia consente di maturare nel tempo una solida preparazione dottrinale. Qualche esempio illustra meglio questa affermazione.

È il caso di Giorgio Natta di cui poc’anzi si parlava. Nel breve periodo in cui insegna a Pavia, Natta si impone quale docente canonista di maggior prestigio della facoltà giuridica pavese. Durante il suo magistero pavese, il giureconsulto monferrino sarebbe incorso in un curioso incidente. Scrive a questo proposito Prelini che “imputato di aver fatto trattative coi parmigiani per trasferire ivi lo Studio di Pavia”, Natta fu sottoposto a processo e poi assolto. In seguito egli avrebbe abbandonato l’insegnamento “disgustato” dall’ambiente accademico pavese ritirandosi a vivere ad Asti ove sarebbe morto verso il 1495[31].

Se la fondatezza di questa vicenda è tutta da accertare, vero è che a Pavia Natta è titolare, come si è già detto, della lettura al Sesto e alle Clementine insieme a Stefano Costa e a Matteo Corte. In veste di docente Natta scrive alcune Repetitiones al Sesto e alle Clementine stampate a Pavia[32] e partecipa attivamente alle promozioni. Sono numerosi gli strumenti che attestano la presenza del doctor alle cerimonie di laurea che si svolgono presso l’Università legista. Merita in particolare di essere ricordata la promozione di Giasone del Maino.

Il 5 maggio 1472 Giasone si licenzia e si addottora in utroque iure. Secondo l’uso pavese, il giorno prima il candidato viene presentato al vicecancelliere in iure canonico da alcuni spectabiles et famoxissimi dottori tra i quali compare Giorgio Natta. Come è stato osservato, “la presentazione a mezzo dei propri professori era costume che risaliva può dirsi, alla fondazione dell’Università pavese, e gli studenti avevano perseverato nel richiederla, perchè la consideravano, com’era realmente, una dimostrazione dei vincoli di gratitudine e di affetto che li legavano a coloro ai quali dovevano il pane della scienza”[33]].

Due anni dopo, nell’agosto del 1474 Natta partecipa in veste di promotor alla laurea di un altro personaggio di spicco. Si tratta dello studente fiammingo Paul de Baenst che oltre ad essere rettore dell’Università ticinese è anche in stretti rapporti di amicizia con l’umanista tedesco Rudolf Agricola. Una circostanza, quest’ultima di non poca importanza che dà motivo di credere che a Pavia le lezioni di Natta fossero seguite con particolare attenzione da studenti legati al circolo umanistico di Agricola[34]. Nel clima pavese di apertura alle istanze umanistiche trova spazio la passione per gli studi storici coltivata da Benvenuto da San Giorgio il quale, come si è già detto, si laurea in canonico a Pavia sotto la guida di Giorgio Natta.

“Uom piuttosto di toga che di stato” Benvenuto San Giorgio è difatti l’autore di una celebre ed eruditissima Storia del Monferrato[35].

A Pavia, insegna diritto civile Marco Antonio Natta, il nipote di Giorgio Natta di cui si accennava in precedenza. Il sapere giuridico di questo giurista casalese riflette “quella coesistenza(…)quella mescolanza indistinta” dei caratteri propri della giurisprudenza medievale e di quelli legati alla cultura umanistica che contraddistingue la personalità di Giasone del Maino, suo maestro[36].

In effetti, la preparazione di Marco Antonio Natta è in primo luogo quella di un giurista che ha solide conoscenze in ogni ramo del diritto, la cui produzione è perfettamente in linea con il fenomeno della prammatizzazione che caratterizza lo sviluppo della scienza giuridica di fine ‘400[37].

In questa direzione, la perizia tecnica del doctor monferrino si esprime in ricchissime raccolte di consilia, più di 600 stampati a Venezia, e in dense additiones ai consigli del Tartagna[38]. Spunti legati alla tradizione umanistica affiorano invece in un’opera del Natta di taglio filosofico pubblicata a Pavia nel 1533, il De pulcro, dedicata al tema della bellezza e dell’amore[39]. La produzione di Marco Antonio Natta riflette però anche da vicino il clima letterario pavese dei decenni centrali del ‘500, caratterizzato dalla attiva presenza delle Accademie cittadine. A questo riguardo, un esempio concreto è fornito dalla raccolta di lodi e di composizioni d’occasione, stampata sotto il titolo di Orationes che rappresentano un nutrito carnet di quegli argomenti sui quali i sodali accademici pavesi amavano conversare[40].

Come Natta ed altri personaggi dell’élite monferrina, anche Rolando Dalla Valle interpreta ai massimi livelli il pragmatismo di età cinquecentesca. Ciò trova conferma nei 400 consigli nei quali Rolando dimostra di saper “esercitare la sua perizia e le sue capacità di approfondimento dottrinale in ordine a qualsiasi aspetto dello studio del diritto”. La stessa padronanza è esercitata da Rolando nei due Trattati di cui è autore: il primo dedicato alla materia del lucro dotale; il secondo alla materia successoria[41].

Simile per certi versi al profilo biografico di Rolando Dalla Valle è quello di Giovanni Pietro Sordi. Come Rolando anche Sordi è giurista ‘a tutto campo’ oltre che presidente del Senato di Casale. A Pavia però Sordi studia per certo e si addottora. La sua produzione dottrinale appartiene al genere letterario sempre più frequentato dai giuristi cinquecenteschi. Giovanni Pietro Sordi è difatti autore di un’amplissima raccolta di consigli. Inoltre Sordi risulta autore di una originale trattazione sugli alimenti[42].

Vale la pena, da ultimo, concludere queste brevi considerazioni sulla cultura giuridica pavese con una riflessione di Stefano Guazzo.

In una lettera inviata sul finire del ‘500 a certo Lodovico Maccetto, scolaro di leggi presso lo Studio ticinese, Stefano Guazzo è perfettamente al corrente del modus studendi a Pavia. Di qui l’invito rivolto al giovane studente a dedicarsi allo “studio nelle leggi, dal quale ne può aspettare accrescimento di gloria”. Ma la “esorto”, sottolinea Guazzo, “ad invaghirsi più del sentimento, che delle parole de’ chiosatori, acciochè con l’impressione delle loro barbare, ed istomacose voci, et locutioni, non si venga a distruggere nelle mente di Vostra Signoria la bellissima forma della romana favella”[43].

Il suggerimento di Guazzo anticipa di poco l’esortazione analoga rivolta da Annibale Roero ne Lo scolare[44]. In quest’opera- che in parte è un “vero e proprio testo di galateo”, in parte è “un libro di istruzioni per il buon uso dell’università di Pavia”- Roero oltre a spiegare il modo di condursi del perfetto studente universitario, indica anche i testi sui quali studiare e i corsi da seguire[45].

In questo contesto, si inquadra il consiglio a studiare il diritto mediante l’ausilio della storia e delle discipline comprese negli studia humanitatis e a concentrarsi sulle fonti, sui “puri testi” del diritto romano secondo la metodologia della scuola culta di cui a Pavia si conservava vivo il ricordo[46].

Se l’Università di Pavia guida le preferenze degli studenti casalesi, ad incalzare subito dietro vi è quella di Bologna.

A Bologna, soprattutto l’insegnamento di Carlo Ruini suscita grande interesse fra i giovani casalesi che in gran numero accorrono ad ascoltarlo. Il ricordo di Ruini quale praeceptor e dominus affiora a più riprese nelle opere di Rolando come in quelle di Nicolò Bellone[47]. La metodologia consiliare che Ruini impiega ad altissimo livello è appresa e messa a frutto dal Bellone in una settantina circa di consigli in materia per lo più civilistica scritti nel corso dei suoi continui spostamenti fra l’Italia e la Francia, nelle città ove il doctor ottiene la cattedra, vale a dire Pavia, Valence, Piacenza e Dole[48]. L’altisonante nome di Carlo Ruini fa da trait d’union fra Casale e Bologna anche per un altro casalese destinato in breve a reggere con successo la cattedra civilistica non a Pavia, bensì a Bologna e a Pisa: Giovanni Crotti. Racconta a questo proposito il Tiraboschi che a Bologna Crotti e Ruini rivaleggiavano fra loro ma Ruini aveva sempre la meglio[49].

Sulla scorta di queste notazioni è possibile dunque affermare che la cultura dei giuristi casalesi rispecchia nelle sue linee di fondo l’evoluzione della scienza giuridica dell’epoca. Con una importante precisazione: i giuristi casalesi non sono gli interpreti passivi di questa cultura.

Una volta tornati in patria, il sapere giuridico appreso a Pavia come a Bologna viene rielaborato, metabolizzato in modo da essere utilizzato appieno su due fronti: il primo circoscritto alla piccola corte del Monferrato. Il secondo, di più ampio respiro, che coincide con la ribalta internazionale.

È della massima importanza sottolineare che questo operare su due fronti non si traduce in una rigida definizione di ruoli tale da imporre al doctor l’obbligo di vestire panni diversi a seconda dell’occasione: quelli del giurista consulente, del fidato consigliere, del saggio ambasciatore, del solerte senatore e del supremo “praeses senatus Montisferrati”. Al contrario, i panni sono sempre gli stessi.

In effetti, ciò che maggiormente colpisce nel profilo biografico di ciascun giurista casalese è la capacità di conciliare ruoli diversi. Si pensi, ad esempio, a Rolando Dalla Valle, una figura complessa la cui poliedricità è suggellata dalla capacità di essere al tempo stesso giurista consulente, fedele consigliere dinastico oltre che presidente del Senato di Monferrato[50]. Lo stesso si può dire per gli altri dottori di cui si è parlato.

Ciò che dunque risulta con evidenza è che tutti i giuristi casalesi, (eccetto Crotti che con la sua terra natìa taglia i ponti per costruirsi altrove una carriera di docente), si presentano sulla scena come doctores a due dimensioni: capaci di operare sulla ribalta della piccola patria come su quella internazionale.

Nel solco di queste considerazioni non sembra dunque infondato parlare con riferimento alla schiera di questi giuristi, di un preciso orientamento di pensiero, di una scienza giuridica dotata di caratteristiche sue peculiari, capace di un autonomo sviluppo per tutto il corso del Cinquecento che non sembra errato definire ‘casalese’.

3.1. L’amor di patria.

A questo proposito è opportuno approfondire quest’ultima affermazione sulla base di due ordini di idee: il primo riguardante il fortissimo legame che unisce i giuristi casalesi alla loro terra. Il secondo, l’ambiente cortigiano e accademico di Casale.

L’amor di patria è un motivo ricorrente nelle conversazioni fra gentiluomini del Monferrato.

Nella dedica a Isabella di Gonzaga, marchesa di Pescara, che introduce la raccolta delle Lettere di diversi gentiluomini, Stefano Guazzo confessa che l’idea di raccoglier lettere gli viene tutta dall’amor della patria, un amore sofferto, messo a dura prova “dalle lunghe e continove guerre passate” che hanno “oppresso il bel terreno del Monferrato”[51].

Scopo dell’opera del letterato monferrino è dunque quello di “esaltare la patria”. In questa prospettiva, non è difficile scorgere nell’identità storica, geografica e culturale del Monferrato il filo che tiene unite tutte le lettere dei gentiluomini come perle di una lunghissima collana. Un altro esempio, in tema di amor di patria è offerto dalle lettere che Beccio scrive da Parigi ove si trova in veste di ambasciatore dei Paleologi e dei Gonzaga. Lettere oggi conservate presso l’Archivio di Stato di Mantova.

Sono anni turbinosi quelli che coinvolgono Beccio nella sua delicatissima missione diplomatica.

Come è noto, il Monferrato è al centro di un’aspra contesa fra gli spagnoli e i francesi. Casale che fin dall’insediamento di Federico Gonzaga è presidiata dagli spagnoli, viene occupata nel 1554 dalle truppe francesi che vi restano fino al 1559, anno in cui la pace di Cateau-Cambresis riassegnerà, questa volta definitivamente, il Monferrato ai Gonzaga.

Negli anni dell’occupazione francese, Beccio si prodiga nel gestire gli interessi dei Gonzaga in terra di Francia. “se le cose vanno tanto in lungo”, scrive quest’ultimo da Parigi, “la malvagità dei tristi tempi, le vane promesse che ci sono state fatte et il difficile negoziar di questa corte il causano”. Ciò malgrado, Beccio non dubita che “le cose di sua eccellenza anderanno a buon camino”[52].

Nella primavera del ’59 quando la pace che restituirà il Monferrato ai Gonzaga è ormai prossima, Beccio non nasconde il desiderio di tornare “a casa mia co’ mia moglie e figli”, poichè non avendo “sposato la Franza (…) non dimando che vostra eccellenza mi ci lasci, anzi la prego che me ne levi”.

“In caso” poi, suggerisce il solerte diplomatico, “che a sua eccellenza piacesse di levarmi di qui (…) disidrerei di aver un luogo di senator nella patria mia”[53].

Nel giugno del 1564 Guglielmo Gonzaga accorda a Beccio la tanto sospirata licenza che gli consente di far rientro in Italia, anche perchè in Francia si sta diffondendo la peste. Sicchè Beccio, che nel contempo si è ammalato e dispone di poche finanze, scrive da Parigi manifestando il desiderio di poter “vivere anche un poco di tempo nell’aria natìa”[54].

3.2. L’ambiente cortigiano e accademico.

In mezzo a tanti sconvolgimenti e nel girotondo delle alleanze politiche e militari che coinvolgono anche il Monferrato, a Casale non si spegne la voglia del viver bene. Anzi, i decenni centrali del ‘500 segnano forse l’apice di una irripetibile stagione culturale caratterizzata soprattutto dall’esperienza delle accademie[55].

Nella cerchia di coloro che fanno parte dell’Accademia degli Illustrati animata da Stefano Guazzo si distingue il meglio del patriziato monferrino. Di questa élite fanno parte schiere di dotti e di letterati, di giuristi -gli stessi che hanno studiato a Pavia e che a Pavia hanno appreso il gusto delle frequentazioni accademiche- di medici, di poeti e di funzionari.

Come è noto, il tema centrale e ricorrente fra i sodali Illustrati è quello del dialogo e del ragionamento che è proprio della Civil conversazione di Stefano Guazzo[56]. L’arte del ragionare, applicata ai temi cortigiani, conduce gli Illustrati ad approfondire tecniche comunicative valide sul fronte filosofico-teorico ma ancor più utili nel rapporto quotidiano della vita sociale.

Se a questo punto si tirano le fila del discorso non è difficile ravvisare nel sentimento di amore patrio come nei fermenti culturali che agitano l’ambiente delle accademie cittadine, i tratti peculiari che nel corso del Cinquecento rafforzano sempre di più la fisionomia di quella scienza giuridica che si è appena etichettata come ‘casalese’.

4. Il Senato di Casale e la scienza giuridica ‘casalese’.

È opportuno da ultimo svolgere alcune riflessioni sul rapporto intercorrente fra codesta scienza e il Senato di Casale. Riflessioni che consentono anche e soprattutto di cogliere al vivo l’effettivo dispiegarsi dei doctores casalenses.

A questo proposito, il primo dato che si offre alla nostra attenzione riguarda l’orbita entro la quale opera la scienza giuridica casalese che è quella del Senato. Ciò risulta con evidenza se solo si considera che tutti i giuristi menzionati -eccetto Crotti- sono senatori. A Milano come Francesco Bellone, oppure a Mantova e a Casale o solo a Casale.

È dunque un circuito vitalissimo quello che intercorre fra il polo del Senato di Casale e quello della scienza giuridica ‘casalese’. Un circuito nel quale il Senato funziona da motore e la scienza giuridica casalese da cinghia di trasmissione. E proprio in veste di senatore il giurista casalese dà il meglio di sè in termini di eccellenza sociale e soprattutto di carriera. Giova a questo proposito ricordare che il Senato di Casale è il “corpo mistico del principe”[57].

Non è però la logica del denaro ad attivare il circuito fra Senato e scienza giuridica ‘casalese’, bensì quel sentimento di amor di patria di cui si ragionava. Sentimento che sul piano istituzionale si traduce nel duplice compito al quale si sente chiamato ogni gentiluomo di Casale: servire fedelmente il sovrano e al tempo stesso servire la patria.

Un impegno difficile, specie in relazione ai drammatici eventi degli anni ’60 culminati con la congiura casalese duramente soffocata da Guglielmo Gonzaga. Eppure, è un compito che i giuristi casalesi adempiono con tenacia sfruttando appieno il ricco bagaglio di scienza appresa a scuola e sfoderando quell’arte di ragionare che è il distillato del sapere accademico.

Nel corso dei turbinosi eventi che segnano il definitivo consolidamento dell’egemonia gonzaghesca, solo uno strenuo esercizio del ragionamento consente al più difficile dei dialoghi di non interrompersi. Il valore della parola, della verità raggiunta attraverso il confronto delle opposte opinioni sono gli strumenti di cui si serve Rolando Dalla Valle nel difficilissimo impegno di persuadere i suoi concittadini alla sottomissione e che alla fine innalzeranno Rolando al prestigioso incarico di “praeses senatus Montisferrati”.

Mettendo a frutto la sua perizia di consulente, Rolando fornisce al duca Guglielmo “argomentazioni decisive e, soprattutto, fondate su principi giuridici con le quali provare il totale e assoluto possesso della giurisdizione di Casale e del Monferrato”. Questa presa di posizione non impedisce però al giureconsulto di operare anche una ponderata considerazione delle “effettive ragioni dei casalesi”[58]. Escluso che il comportamento di Rolando possa ascriversi tout court ad una logica di asservimento al potere e di oculata gestione degli interessi patrimoniali di famiglia, è verosimile invece ipotizzare che la sua strategia rispecchi proprio quel duplice impegno di servire il sovrano e servire la patria. Dunque, forte sentimento di ambizione coronato dal risultato di presiedere il “corpo mistico del principe”, ma anche tentativo di mantenere aperto il dialogo fra principe e cittadinanza quale presupposto per una futura riconciliazione, al fine anche di salvaguardare “almeno una parte della migliore eredità lasciata dalla civiltà cittadina al tramonto”[59].

Questi stessi orientamenti guidano l’agire di Francesco Beccio. Il doctor casalese vive con apprensione i drammatici eventi che squassano il piccolo ducato del Monferrato. Parigi, ove Beccio si trova in qualità di ambasciatore dei Gonzaga, è un osservatorio privilegiato che dà modo di intercettare macchinazioni contro i suoi signori.

È il caso, ad esempio, di Lorenzo Silvano, “patrizio di Casale e dottore d’ambe leggi”- giurista di vaglia, presidente del Senato di Casale, professore di “ragion civile” a Padova e a Ferrara, autore di una trattazione sui feudi oltre che di vari consigli e ripetizioni[60] – il quale, scrive Beccio in una lettera inviata ai Gonzaga, “insieme ad altri maligni di quella città all’occupazione che ne fece il Re” – Casale come si è già detto viene occupata dai francesi nel 1554- “presa quella occasione andarono seminando che grande obbligo si doveva a chi aveva levato quella città dalle mani di loro eccellenze (…) mani di tiranni” per porla “sotto uno Re il più benigno et buono che si trovasse”[61].

Il risultato di questa campagna denigratoria è che la città di Casale è per la maggior parte nemica ai Gonzaga.

Nella primavera del ’59 quando ormai il Monferrato sta per essere definitivamente restituito ai duchi di Mantova, Beccio si attiva a far da paciere informando coloro che in passato hanno tramato contro i Gonzaga che le loro Eccellenze “hanno deliberato di rimettere (…) tutte le passate colpe e usar ogni clemenza e benignità”[62]. Come Rolando, anche Beccio si adopera dunque per placare gli animi. Per annodare un dialogo fra i Gonzaga e la cittadinanza.

Dietro questo suo spendersi su più fronti non c’è alcun meditato disegno di carriera. Beccio il Luminoso, è questo il soprannome accademico che lo distingue dagli altri Illustrati casalesi, ha già ottenuto ciò che più gli sta a cuore: l’essere “senatore nella patria mia”.

Dietro questo suo instancabile operare vi è dunque solo l’impegno a servire fedelmente il sovrano e la patria. Un impegno che peraltro costerà assai caro allo sfortunato Beccio, il quale lungi dal ricavarne qualche vantaggio, finirà pochi anni dopo con l’essere tradotto in carcere e torturato con l’accusa di tradimento[63].

5. L’Accademia degli Illustrati: ovvero il sole e la luna.

Al termine di queste note, un’ultima considerazione riguarda la vita accademica casalese.

Come tutte le Accademie anche quella degli Illustrati di Casale ha la sua impresa rappresentata dal sole nascente che mette in fuga il buio della notte. Non è difficile ravvisare nel sole che sorge l’Accademia stessa degli Illustrati, che con il suo sapere vince l’ignoranza.

Dopo aver brillato a lungo nel firmamento monferrino, intorno alla fine del ‘500 negli ultimi anni del dominio di Guglielmo Gonzaga, la vita accademica casalese inizia a dar segni di stanchezza. È allora che strani prodigi accadono nel cielo.

Il sole rallenta sempre più la sua corsa offuscato dalle tenebre che non riesce più a dissipare. Guazzo, preoccupato, si rivolge al duca Vincenzo chiedendo che l’Accademia abbia tosto a rischiararsi. L’intervento del duca sembra essere risolutivo. In effetti, il sole torna nuovamente a dardeggiare alto nel cielo. Il che coincide, non a caso, con la scarcerazione del luminoso Beccio, il quale può così riprendere le sue frequentazioni accademiche.

Tra la fine del ‘500 e il primo decennio del ‘600, nuovi sodali animano le adunanze. Tra questi si distinguono in particolare i due conti Carlo e Federico Natta, letterati e cavalieri oltre a Traiano Guiscardi, giurista di nobili ascendenze casalesi preposto all’importante incarico di Gran Cancelliere del Monferrato[64].

Artefice di questo generale clima di rasserenamento è con ogni probabilità il Duca Vincenzo I.

Dedito al fasto e largo nello spendere il duca elargisce all’accademia consistenti privilegi che permettono a quest’ultima di celebrare lo sfarzo della corte gonzaghesca fino alla morte del duca stesso avvenuta nel febbraio del 1612. Poi tutto cambia. Cala il sipario sulla corte come sull’età d’oro del ‘500. Sperperi e manie di grandezza del duca concentrate nella costruzione della poderosa cittadella bastionata, spingono il piccolo Monferrato sul baratro del tracollo finanziario.

Nel 1593 muore Stefano Guazzo. Pochi anni dopo, Francesco Beccio.

“Così in breve tempo mancarono i due gran luminari: dopo il Guazzo, anche Beccio: dopo il sole si è spenta la luna dell’Accademia!”. Con questi versi gli Accademici ne piangono la morte[65].

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[1] M. L. Doglio, Stefano Guazzo «segretario di lettere»:dalla raccolta Monferrato al proprio «libro d’autore», in Stefano Guazzo e Casale Cinque e Seicento, Atti del Convegno di studi nel quarto centenario della morte, Casale Monferrato, 22-23 ottobre 1993, Roma 1997, pp. 287-308, pp.293-294

[2] C. Ricca, Note sulle vicende del Senato di Casale in particolare durante la dominazione Sabauda (1708-30), in «Rivista di storia arte archeologia per le province di Alessandria e Asti» (1986), pp. 21- 44; A. Lupano, Le Sénat de Casal, in Les Sénats de la Maison de Savoie (Ancien régime-Restauration) I Senati sabaudi fra antico regime e restaurazione, G. S. Pene Vidari (ed), Torino 2001, pp.133-150; E. Mongiano, «Una fortezza quasi inespugnabile». Note sulle istituzioni del Monferrato durante il ducato di Vincenzo I Gonzaga, in «Rivista di storia arte archeologia per le province di Alessandria e Asti» (1992), pp. 107-128, pp.115-119; B. A. Raviola, Il Monferrato gonzaghesco Istituzioni ed élites di un microcosmo (1536-1708), Firenze 2003, pp. 151-158.

[3] Ricca, Note, (nota 2), pp. 26, 30-31; Raviola, Il Monferrato, (nota 2), pp. 156-158. Il presente contributo riguarda il rapporto tra giuristi di Casale e Università di Pavia: si è pertanto ritenuto di omettere la bibliografia relativa al Senato di Casale, se non per i riferimenti all’oggetto della ricerca.

[4] C. Rosso, Un microcosmo padano: note sul Monferrato dall’età di Guazzo all’annessione sabauda, in Stefano Guazzo, (nota 1), pp.103-129, p.107 nt. 12.

[5] Ivi, pp. 113-114; A. Lupano, E. Genta, Giovanni Pietro Sordi e il suo Consilium sull’eredità del Ducato di Veragua, in Atti del Congresso internazionale Colombiano “Cristoforo Colombo il Piemonte e la scoperta del Venezuela, Torino 27 marzo 1999-Cuccaro Monferrato 28 marzo 1999, Cuccaro 2001, pp. 161-170, pp. 162-163.

[6] G. P. Massetto, La cultura giuridica civilistica, in Storia di Pavia, III,Dal libero comune alla fine del principato indipendente 1024-1535, II, La battaglia di Pavia del 24 febbraio 1525 nella storia, nella letteratura e nell’arte Università e cultura, Milano, 1990 pp. 475-531, p. 513.

[7] A. Sottili, Lauree pavesi nella seconda metà del ‘400, II (1476-1490), in Fonti e studi per la storia dell’Università di Pavia, 29, Milano 1998, p. XV.

[8] C. Tenivelli, Biografia piemontese, Torino,1785, pp. 67-68, 75; G. Morano,Catalogo degli illustri scrittori di Casale e di tutto il Monferrato, Bologna 1976, p. 71; E. Dezza, Natta, Giorgio, in Dizionario biografico dei giuristi italiani (XII-XX secolo), II, Bologna 2013, p. 1413.

[9] M. Lucchesi, Ludus est crimen? Diritto, gioco, cultura umanistica nell’opera di Stefano Costa, canonista pavese del Quattrocento, in Fonti e studi per la storia dell’Università di Pavia, 43. Milano 2005, pp. 25, 204.

[10] Tenivelli, Biografia, (nota 8), p.70; C. Dionisotti, Storia della magistratura piemontese, II, Torino 1881, p. 447.

[11] Prelini, Memorie e documenti per la storia dell’Università di Pavia e degli uomini più illustri che v’insegnarono, I, Serie cronologica dei professori dell’Università di Pavia dall’anno 1362 al 1752, Pavia 1877-78 (rist. anast. Bologna 1970), p.73.

[12] Tenivelli, Biografia, (nota 8), p. 78; G. Tiraboschi, Storia della letteratura italiana, VI, p.II, Milano 1824, pp. 1091-1092; Morano, Catalogo, (nota 8), pp. 72-74.

[13] G. Panciroli, De claris legum interpretibus, Venetiis 1637, pp. 291-292.

[14] Dionisotti, Storia, (nota 10), p. 448.

[15] A. Sottili, Lauree pavesi nella seconda metà del ‘400, I (1450-1475), in Fonti e studi per la storia dell’Università di Pavia, 25, Milano 1995 pp. 32-277, 278.

[16] Tiraboschi, Storia, (nota 12), p.1122; Dionisotti, Storia, cit., p. 443; Morano, Catalogo, (nota 8), p. 89.

[17] Lupano, Genta, Giovanni Pietro Sordi, (nota 5), pp. 161-170; G.P. Massetto, Sordi, Giovanni Pietro in Dizionario biografico dei giuristi italiani (XII-XX secolo), II, Bologna 2013, pp. 1893-1895.

[18] Morano, Catalogo, (nota 8), p. 88.

[19] E. Dezza, Un giurista per la società delle piccole corti, in «Archivio storico e giuridico sardo di Sassari», n.s. 2 (1995), pp. 41-66; Id., Rolando Dalla Valle (1500 c.-1575) Politica, diritto, strategie familiari nell’esperienza di un giurista casalese del Cinquecento, in «Monferrato- Arte e storia», 9 (1997), pp. 23-43, p. 27; Id., Rolando Dalla Valle e il primato della famiglia politica, attività professionale e strategie matrimoniali nell’esperienza di un giurista del Cinquecento in Seminario di studi italo-francese, Il matrimonio nei giuristi e nei poeti del Rinascimento / Le mariage chez les juristes et les poètes de la Renaissance, Università degli Studi di Verona, Facoltà di Giurisprudemnza 14-15 marzo 2008 ( in corso di stampa).

[20] M. T. Guerrini, Qui voluerit in iure promoveri… I dottori in diritto nello Studio di Bologna (1501-1796), Bologna 2005, pp.149, 477.

[21] Dezza, Rolando Dalla Valle, (nota 19), p. 28; E. Dezza, Dalla Valle, Rolando (Rolandus a Valle) in Dizionario biografico dei giuristi italiani (XII-XX secolo), I, Bologna 2013, pp.658-659:

[22] Dionisotti, Storia, (nota 10), p.444; Dezza, Un giurista, (nota 19), p. 47; Id., Rolando Dalla Valle, (nota 19), pp.36-37.

[23] Raviola, Il Monferrato, (nota 2), pp.155-157.

[24] Guerrini, Qui voluerit, (nota 20), p. 173, 931.

[25] Fernanda Torcellan Ginolino, Beccio (Becci) Francesco, in Dizionario Biografico degli Italiani, VII, Roma 1965, pp. 497-498; inoltre Morano, Catalogo, (nota 8), p.15; A. Lupano, Beccio, Francesco in Dizionario biografico dei giuristi italiani (XII-XX secolo), I, Bologna 2013, pp. 204-205.

[26] Morano, Catalogo, (nota 8), p.16; Prelini, Memorie, (nota 11), p.75; M.G.Di Renzo Villata, Belloni (Bellone), Niccolò in Dizionario biografico dei giuristi italiani (XII-XX secolo), I, Bologna 2013, pp. 210-212.

[27] M. C. Zorzoli, Alcune considerazioni sui collegi dei giuristi nella Lombardia d’antico regime, in «Annali di storia moderna e contemporanea», 7 (2001), pp. 449-475.

[28] Rosso, Un microcosmo, (nota 4), pp. 113, 119 nota 53, 399.

[29] Ivi, p.117.

[30] B. Ferrero, Il ragionamento di Annibale Guasco. Una lettera d’institutio all’ombra della Civil conversazione, in Stefano Guazzo, (nota 1), pp. 357-374, p. 358.

[31] Prelini, Memorie, (nota 11), p. 58; L. Musselli, La cultura giuridica:il diritto canonico, in Storia di Pavia, III, 2, (nota 6), p. 538.

[32] A. G. Cavagna, Libri e tipografi a Pavia nel Cinquecento. Note per la storia dell’Università e della cultura, in Fonti e studi per la storia dell’Università di Pavia, 3, Milano 1981, pp. 11-112, 237; Musselli, La cultura, (nota 31), p. 538; E. Grignani, Edizioni pavesi del secolo XV in The incunabula short title Catalogue (ISTC), in «Bollettino della Società pavese di storia patria», 53 (2001), p. 198.

[33] M. Mariani, La laurea in leggi di Giasone del Maino, in «Bollettino della Società pavese di storia patria», 3 (1903), pp. 238 e 241.

[34] Lucchesi, Ludus, (nota 9), pp. 33-47.

[35] Historia montisferrati … auctore Benevenuto de Sancto Georgio in Monumenta historiae patriae, Scriptores, III, Augustae Taurinorum 1848; Tiraboschi, Storia, (nota 12), pp. 1122-1123; Morano, Catalogo, (nota 8), pp. 89-90.

[36] Massetto, La cultura, (nota 6), p. 522.

[37] A. Cavanna, Storia del diritto moderno in Europa. Le fonti e il pensiero giuridico, 1, Milano 1982, pp.146-171.

[38] G. Sapori, Antichi testi giuridici (secoli XV-XVIII) dell’Istituto di Storia del diritto italiano, Milano 1957, p. 423 – 2075-2076; p. 601 – 2930-2931.

[39] Cavagna, Libri, (nota 32), p. 67.

[40] Cavagna, Libri, (nota 32), pp. 127-134; Morano, Catalogo, (nota 8), pp. 72-74.

[41] Dezza, Un giurista, (nota 19), pp.50-66; Id., Rolando Dalla Valle, (nota 19), pp. 37-42.

[42] Lupano, Genta, Giovanni Pietro Sordi, (nota 5), pp. 165-166.

[43] Lettere del signor Stefano Guazzo, gentilhuomo di Casale di Monferrato…, Venezia 1590, pp. 120-121.

[44] G. Vismara, Vita di studenti e studio del diritto nell’Università di Pavia alla fine del Cinquecento, in Scritti di storia giuridica, 3, Istituzioni lombarde Milano 1987, pp. 145-215

[45] M. C. Zorzoli, Università, dottori giureconsulti. L’organizzazione della “Facoltà legale” di Pavia nell’età spagnola, Padova 1986, pp. 115-136.

[46] Massetto, La cultura, (nota 6), pp. 526-527.

[47] Dezza, Rolando Dalla Valle, (nota 19), p. 28; Id., Dalla Valle, Rolando, (nota 21), p.659; M. Cavina, Ruini, Carlo in Dizionario biografico dei giuristi italiani (XII-XX secolo), II, Bologna 2013, pp.1758-1759.

[48] Tiraboschi, Storia, (nota 12), p.1076; Morano, Catalogo, (nota 8), p.16; Prelini, Memorie, (nota 11), p. 75.

[49] Tiraboschi, Storia, (nota 12), p.1045.

[50] Dezza, Rolando Dalla Valle, (nota 19), p. 42.

[51] Doglio, Stefano Guazzo, (nota 1), p. 288.

[52] Archivio di Stato di Mantova (d’ora innanzi ASM), Fondo Gonzaga, E-XV-3, lettera 19.1.1559.

[53] ASM, lettere 4. 5. 1559 e 18. 5. 1559.

[54] ASM, lettera 1. 6. 1564.

[55] Rosso, Un microcosmo, (nota 4), pp. 112-113.

[56] G. Patrizi, I «Dialoghi piacevoli» di Stefano Guazzo in Stefano Guazzo, (nota 1), pp. 273-284, p.275.

[57] Ricca, Note, (nota 2), p. 30.

[58] Dezza, Rolando Dalla Valle, (nota 19), p.35; Raviola, Il Monferrato, (nota 2), p. 67.

[59] Rosso, Un microcosmo, (nota 4), p. 122.

[60] F. Borsetti Ferranti Bolani, Historia almi Ferrariae gymnasii, Ferrariae 1735, p.160; J. Facciolati, Fasti gymnasii patavini, Padova 1757, p.166; Morano, Catalogo, (nota 8), p.93; Dionisotti, Storia, (nota 10), p. 444. E. Dezza, Lorenzo Silvano: materiali per la scheda biobibliografica di un giurista del XVI secolo (in corso di stampa per gli Studi per Mario Ascheri).

[61] ASM, lettera 24 04 1559.

[62] ASM, lettera 29.04.1559.

[63] Lupano, Genta, Giovanni Pietro Sordi, (nota 5), p. 163; Id., Beccio, Francesco, (nota 25), p. 205.

[64] Raviola, Il Monferrato, (nota 2), p. 162.

[65] F. Valerani, Le accademie di Casale nei secoli XVI e XVII, in «Rivista di storia, arte e archeologia della provincia di Alessandria», 17 (1908), pp. 343- 382, p. 348; 519-565, p. 542.